Cava de Tirreni ancora sequestri per Domenico Lamberti

0

 Don Mimì Lamberti il suo destino lo ebbe segnato una mattina di 23 anni fa quando un pm della Procura di Salerno, Alfredo Greco, lo fece arrestare insieme con altri imprenditori cavesi e non e all’ex giudice Alfonso Lamberti, cavese anch’egli. Don Mimì Lamberti fu inguaiato da quelle dichiarazioni, diventate poi sconvolgenti, di un pentito: Pasquale Galasso. Era il maggio del 1993 e Domenico Lamberti, allora 46enne, sentì le sirene e le manette. Poi, anni di processi e di battaglie giudiziarie, storia passata così inosservata, fino a ieri mattina. Ancora le sirene. Quelle delle auto della Direzione investigativa antimafia di Salerno. E quello dei fogli che pesano più di un macigno. Un sigillo. Anzi diversi, sui beni intestati e riconducibili a Domenico Lamberti, oggi 70enne. Beni illecitamente accumulati nel periodo in cui la camorra si chiamava clan Alfieri-Galasso. La fine degli anni Ottanta, l’inizio di quelli Novanta, fra ricostruzioni post terremoto e il prezzo oscillante del petrolio che permetteva ricavi altissimi. Una confisca, disposta dalla Corte d’Appello di Salerno, su proposta della Procura, nell’ambito di un procedimento di prevenzione antimafia: questo il provvedimento che è stato notificato a don Mimì Lamberti ieri mattina. Era il 2009 quando la Cassazione ratificò una condanna a cinque anni e 6 mesi di reclusione per il benestante imprenditore cavese. Era già entrato da anni il nuovo secolo e Lamberti era ancora ricco: appartamenti, società nel settore della commercializzazione del petrolio, terreni. Molti beni intestati o riconducibili a Domenico Lamberti: valore cinque milioni di euro. Mica pochi. Ma neanche tantissimi. «Imprenditore astuto e capace di rapportarsi alla pari con personaggi di notevole spessore criminale (Alfieri e Galasso)… tanto da che veniva ammesso a partecipare alle riunioni riservate che si tenevano presso la masseria di Carmine Alfieri»: questa la descrizione processuale di Lamberti. «Accumulo di ricchezza provento di attività criminosa» e poi l’espansione imprenditoriale nel settore della vendita all’ingrosso e al dettaglio di prodotti petroliferi. Tra i beni confiscati, diversi distributori di benzina sparsi tra Cava e Salerno, uno nel porto. Nel 2010 don Mimì Lamberti incassò la vittoria di non vedersi confiscato parte del patrimonio, quando il Tribunale rigetto la misura di prevenzione personale nei suoi confronti. Anacronistica l’associazione “Nuova Famiglia”, anacronistica la confisca. Il clan di Carmine Alfieri ’o ntufato, non esisteva già più. Ma la Procura non la pensava così e l’impugnazione dinanzi alla Corte d’Appello ha portato al provvedimento di confisca, notificato ieri mattina, 23 anni dopo l’inizio della vicenda giudiziaria. Cinque appartamenti, due terreni e l’intero assetto societario della Lamberti Petroli, composto da sei società tutte operanti nell’ambito della vendita di prodotti petroliferi. La Dia è tornata tanti anni dopo a casa dell’imprenditore per ricordargli quel legame, spezzato dalla storia e dal pentitismo, ma riannodato sul filo dei soldi e degli affari. Allora Galasso, nel pieno del suo fulgore da pentito raccontò di incontri, vicinanze, legami con la camorra – quella che contava e investiva – ma anche di storie di giudici corrotti che aggiustavano sentenze, evitavano confische. Allora Pasquale Galasso, mai tramontato, il camorrista imprenditore con il fiuto per gli affari grossi, raccontava di politici corrotti, tanto che con l’inchiesta che portò all’arresto di Domenico Lamberti e di altri imprenditori, si avviò la fase giudiziaria contro cinque parlamentari napoletani della Dc: Gava, Meo, Vito, Pomicino e Mastrantuono Rosaria Federico, La Citta di Salerno

 Don Mimì Lamberti il suo destino lo ebbe segnato una mattina di 23 anni fa quando un pm della Procura di Salerno, Alfredo Greco, lo fece arrestare insieme con altri imprenditori cavesi e non e all’ex giudice Alfonso Lamberti, cavese anch’egli. Don Mimì Lamberti fu inguaiato da quelle dichiarazioni, diventate poi sconvolgenti, di un pentito: Pasquale Galasso. Era il maggio del 1993 e Domenico Lamberti, allora 46enne, sentì le sirene e le manette. Poi, anni di processi e di battaglie giudiziarie, storia passata così inosservata, fino a ieri mattina. Ancora le sirene. Quelle delle auto della Direzione investigativa antimafia di Salerno. E quello dei fogli che pesano più di un macigno. Un sigillo. Anzi diversi, sui beni intestati e riconducibili a Domenico Lamberti, oggi 70enne. Beni illecitamente accumulati nel periodo in cui la camorra si chiamava clan Alfieri-Galasso. La fine degli anni Ottanta, l’inizio di quelli Novanta, fra ricostruzioni post terremoto e il prezzo oscillante del petrolio che permetteva ricavi altissimi. Una confisca, disposta dalla Corte d’Appello di Salerno, su proposta della Procura, nell’ambito di un procedimento di prevenzione antimafia: questo il provvedimento che è stato notificato a don Mimì Lamberti ieri mattina. Era il 2009 quando la Cassazione ratificò una condanna a cinque anni e 6 mesi di reclusione per il benestante imprenditore cavese. Era già entrato da anni il nuovo secolo e Lamberti era ancora ricco: appartamenti, società nel settore della commercializzazione del petrolio, terreni. Molti beni intestati o riconducibili a Domenico Lamberti: valore cinque milioni di euro. Mica pochi. Ma neanche tantissimi. «Imprenditore astuto e capace di rapportarsi alla pari con personaggi di notevole spessore criminale (Alfieri e Galasso)… tanto da che veniva ammesso a partecipare alle riunioni riservate che si tenevano presso la masseria di Carmine Alfieri»: questa la descrizione processuale di Lamberti. «Accumulo di ricchezza provento di attività criminosa» e poi l’espansione imprenditoriale nel settore della vendita all'ingrosso e al dettaglio di prodotti petroliferi. Tra i beni confiscati, diversi distributori di benzina sparsi tra Cava e Salerno, uno nel porto. Nel 2010 don Mimì Lamberti incassò la vittoria di non vedersi confiscato parte del patrimonio, quando il Tribunale rigetto la misura di prevenzione personale nei suoi confronti. Anacronistica l’associazione “Nuova Famiglia”, anacronistica la confisca. Il clan di Carmine Alfieri ’o ntufato, non esisteva già più. Ma la Procura non la pensava così e l’impugnazione dinanzi alla Corte d’Appello ha portato al provvedimento di confisca, notificato ieri mattina, 23 anni dopo l’inizio della vicenda giudiziaria. Cinque appartamenti, due terreni e l’intero assetto societario della Lamberti Petroli, composto da sei società tutte operanti nell’ambito della vendita di prodotti petroliferi. La Dia è tornata tanti anni dopo a casa dell’imprenditore per ricordargli quel legame, spezzato dalla storia e dal pentitismo, ma riannodato sul filo dei soldi e degli affari. Allora Galasso, nel pieno del suo fulgore da pentito raccontò di incontri, vicinanze, legami con la camorra – quella che contava e investiva – ma anche di storie di giudici corrotti che aggiustavano sentenze, evitavano confische. Allora Pasquale Galasso, mai tramontato, il camorrista imprenditore con il fiuto per gli affari grossi, raccontava di politici corrotti, tanto che con l’inchiesta che portò all’arresto di Domenico Lamberti e di altri imprenditori, si avviò la fase giudiziaria contro cinque parlamentari napoletani della Dc: Gava, Meo, Vito, Pomicino e Mastrantuono Rosaria Federico, La Citta di Salerno