Gli Italiani non amano gli alberi a Salerno una manifestazione un secolo fa per difenderli

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di ALESSIO DE DOMINICIS Negli ultimi tempi abbiamo visto tagliare molte piante dal servizio Verde Pubblico del Comune di Salerno: la strage quasi totale delle palme colpite dal “punteruolo rosso”, i pini pericolanti dell’Arbostella (ma non si affoga il fusto di quelle povere piante nel cemento dei marciapiedi), fino al recente abbattimento dei lecci colpiti dal fungo “Diplopadia corticola”. Pur comprendendo gli sforzi organizzativi e di risorse (sempre scarse) del settore Verde Pubblico cittadino, se guardiamo al quadro nazionale siamo propensi a credere che la vera iattura per il verde pubblico è la disattenzione e l’incuria da parte degli italiani tutti. «Gli italiani non amano gli alberi», dice Margherita Yourcenar nelle “Memorie di Adriano”, riprendendo la frase di Stendhal, che gli italiani li conosceva bene. Ed è vero, siamo un popolo che non solo non conosce nemmeno il nome dell’albero che lo ripara dal sole cocente, o gli fornisce ossigeno, o con le radici trattiene le frane, ma lo guarda con sospetto (sarà il confinante litigioso o il costruttore cinico e ingordo o il piromane criminale, non fa differenza), così appena può – nel migliore dei casi – ne fa legna da ardere. Per rincuorarci dell’amara constatazione siamo andati a rileggere la cronaca di una salernitana festa degli alberi: “Ricordo della Festa degli alberi delle Scuole del Comune di Salerno”, Salerno, Fruscione e Negri, 1899 (ma 1900), pag. 24. Il volumetto registra una giornata di festa scolastica dedicata appunto agli alberi, con il consueto rito della piantumazione affidata simbolicamente a bambini e bambine delle scuole primarie cittadine. La cronaca di quella manifestazione, domenica 31 dicembre 1899, riportata pure dal giornale salernitano “L’Irno” del 10 gennaio 1900, contiene il discorso pronunciato da Giovanni Cuomo (1874 – 1948), in quegli anni consigliere comunale e direttore delle scuole del Comune (pag. 8-18), orazione che, pur se declamata nello stile erudito e altisonante del tempo, contiene concetti che andrebbero ancora inculcati nelle generazioni del nostro millennio. In quello stesso giorno, al cadere del nuovo secolo, Cuomo invia al ministro Baccelli un telegramma gratulatorio formato in distici latini, firmandosi Iohannes Cuomo – ludorum Salerni curator. Altri tempi, retorica passatista mista a positivismo, eppure il senso di quelle parole vale ancora qualcosa: “Lo studio di quelle sovrane leggi che natura impose al monte e al piano ne ammaestra che gli alberi, filtri eccellenti dell’aria, assorbono miasmi, tramandano essenze, mitigano la furia dei venti e l’ imperversar delle bufere..” ( pag. 12 ), e ancora, nella stessa pagina: “ ..impediscono le frane, e trattengono sugli alpini pendii la valanga prima che dall’accelerazione sia fatta irresistibile..”. E due mesi prima, a monte dell’alveo del torrente Fusandola, una frana aveva provocato l’ennesimo disastro nella zona occidentale della città, evento replicato cinquant’anni dopo con un centinaio di morti. Tornando a quella domenica mattina del 1899 l’anonimo redattore della cronaca descrive il corteo delle bambine biancovestite, partite di buon ora dalla scuola nella Piantanova, ciascuna con un ramo di ulivo in mano, che si unisce a Portanova al corteo dei bambini, partiti da S. Benedetto e seguiti dalla Banda del 79° Fanteria, dalla fanfara dell’Orfanotrofio e dalla fanfaretta scolastica. Si dirigono alla ferrovia per proseguire verso la periferia orientale, e da lì affrontare la salita della collina di Giovi, che nel testo è chiamata collina S.Giuseppe. Alla manifestazione intervengono oltre al direttore Cuomo e un drappello di eleganti signore, il sindaco Andrea De Leo e la giunta comunale al completo, autorità militari e prefettizie, il provveditore agli studi e tutto il corpo insegnante delle scuole comunali e rurali. Quello che colpisce nello scorrere il lungo elenco degli intervenuti è la totale assenza, non diciamo di autorità ecclesiastiche, ma anche di un semplice pretino, segno del perdurare degli effetti della “questione romana” non solo nelle manifestazioni politiche ma anche in occasione di semplici eventi civili. Comunque sia, la sfilata raggiunge la collina e dopo una breve sosta c’è l’applauditissimo discorso dell’oratore; segue la cerimonia: “..Al suono di bellissimi inni, eseguiti dal concerto civico e dalla banda del 79°, furono piantati in appositi fossi diversi alberi di elice e di quercia dalle signore Mattina e Follini, dal sindaco, dai generali, dal provveditore dagli assessori, dai consiglieri, dal direttore, e ciascun albero fu inumato con un saluto e un augurio” (pag.19). Leggendo queste righe ci siamo chiesti quante di quelle piccole querce piantate allora sono scampate agli incendi dolosi degli anni a seguire, quante sono state incenerite dagli incendi (sempre dolosi ) che hanno devastato le colline orientali di Salerno tra agosto e settembre scorsi. Da nord a sud della penisola, da molti decenni, ogni estate è buona per distruggere ettari di bosco. Questo pensiero ci riporta alle considerazioni iniziali e – tenuto conto che gli alberi svolgono il proprio lavoro con serietà, umilmente e silenziosamente – se ne deduce che il comportamento vegetale ha poco o niente in comune con gli italiani.

di ALESSIO DE DOMINICIS Negli ultimi tempi abbiamo visto tagliare molte piante dal servizio Verde Pubblico del Comune di Salerno: la strage quasi totale delle palme colpite dal “punteruolo rosso”, i pini pericolanti dell’Arbostella (ma non si affoga il fusto di quelle povere piante nel cemento dei marciapiedi), fino al recente abbattimento dei lecci colpiti dal fungo “Diplopadia corticola”. Pur comprendendo gli sforzi organizzativi e di risorse (sempre scarse) del settore Verde Pubblico cittadino, se guardiamo al quadro nazionale siamo propensi a credere che la vera iattura per il verde pubblico è la disattenzione e l’incuria da parte degli italiani tutti. «Gli italiani non amano gli alberi», dice Margherita Yourcenar nelle “Memorie di Adriano”, riprendendo la frase di Stendhal, che gli italiani li conosceva bene. Ed è vero, siamo un popolo che non solo non conosce nemmeno il nome dell’albero che lo ripara dal sole cocente, o gli fornisce ossigeno, o con le radici trattiene le frane, ma lo guarda con sospetto (sarà il confinante litigioso o il costruttore cinico e ingordo o il piromane criminale, non fa differenza), così appena può – nel migliore dei casi – ne fa legna da ardere. Per rincuorarci dell’amara constatazione siamo andati a rileggere la cronaca di una salernitana festa degli alberi: “Ricordo della Festa degli alberi delle Scuole del Comune di Salerno”, Salerno, Fruscione e Negri, 1899 (ma 1900), pag. 24. Il volumetto registra una giornata di festa scolastica dedicata appunto agli alberi, con il consueto rito della piantumazione affidata simbolicamente a bambini e bambine delle scuole primarie cittadine. La cronaca di quella manifestazione, domenica 31 dicembre 1899, riportata pure dal giornale salernitano “L’Irno” del 10 gennaio 1900, contiene il discorso pronunciato da Giovanni Cuomo (1874 – 1948), in quegli anni consigliere comunale e direttore delle scuole del Comune (pag. 8-18), orazione che, pur se declamata nello stile erudito e altisonante del tempo, contiene concetti che andrebbero ancora inculcati nelle generazioni del nostro millennio. In quello stesso giorno, al cadere del nuovo secolo, Cuomo invia al ministro Baccelli un telegramma gratulatorio formato in distici latini, firmandosi Iohannes Cuomo – ludorum Salerni curator. Altri tempi, retorica passatista mista a positivismo, eppure il senso di quelle parole vale ancora qualcosa: “Lo studio di quelle sovrane leggi che natura impose al monte e al piano ne ammaestra che gli alberi, filtri eccellenti dell’aria, assorbono miasmi, tramandano essenze, mitigano la furia dei venti e l’ imperversar delle bufere..” ( pag. 12 ), e ancora, nella stessa pagina: “ ..impediscono le frane, e trattengono sugli alpini pendii la valanga prima che dall’accelerazione sia fatta irresistibile..”. E due mesi prima, a monte dell’alveo del torrente Fusandola, una frana aveva provocato l’ennesimo disastro nella zona occidentale della città, evento replicato cinquant’anni dopo con un centinaio di morti. Tornando a quella domenica mattina del 1899 l’anonimo redattore della cronaca descrive il corteo delle bambine biancovestite, partite di buon ora dalla scuola nella Piantanova, ciascuna con un ramo di ulivo in mano, che si unisce a Portanova al corteo dei bambini, partiti da S. Benedetto e seguiti dalla Banda del 79° Fanteria, dalla fanfara dell’Orfanotrofio e dalla fanfaretta scolastica. Si dirigono alla ferrovia per proseguire verso la periferia orientale, e da lì affrontare la salita della collina di Giovi, che nel testo è chiamata collina S.Giuseppe. Alla manifestazione intervengono oltre al direttore Cuomo e un drappello di eleganti signore, il sindaco Andrea De Leo e la giunta comunale al completo, autorità militari e prefettizie, il provveditore agli studi e tutto il corpo insegnante delle scuole comunali e rurali. Quello che colpisce nello scorrere il lungo elenco degli intervenuti è la totale assenza, non diciamo di autorità ecclesiastiche, ma anche di un semplice pretino, segno del perdurare degli effetti della “questione romana” non solo nelle manifestazioni politiche ma anche in occasione di semplici eventi civili. Comunque sia, la sfilata raggiunge la collina e dopo una breve sosta c’è l’applauditissimo discorso dell’oratore; segue la cerimonia: “..Al suono di bellissimi inni, eseguiti dal concerto civico e dalla banda del 79°, furono piantati in appositi fossi diversi alberi di elice e di quercia dalle signore Mattina e Follini, dal sindaco, dai generali, dal provveditore dagli assessori, dai consiglieri, dal direttore, e ciascun albero fu inumato con un saluto e un augurio” (pag.19). Leggendo queste righe ci siamo chiesti quante di quelle piccole querce piantate allora sono scampate agli incendi dolosi degli anni a seguire, quante sono state incenerite dagli incendi (sempre dolosi ) che hanno devastato le colline orientali di Salerno tra agosto e settembre scorsi. Da nord a sud della penisola, da molti decenni, ogni estate è buona per distruggere ettari di bosco. Questo pensiero ci riporta alle considerazioni iniziali e – tenuto conto che gli alberi svolgono il proprio lavoro con serietà, umilmente e silenziosamente – se ne deduce che il comportamento vegetale ha poco o niente in comune con gli italiani.