“Blood, Sweat and Tears” ,un libro di Philip F. Stahel per i chiriurghi USA apre con una foto di Positano

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“ Blood, Sweat and Tears” (Sangue, sudore e lacrime) ,un libro “Per diventare un chirurgo  migliore”.

E’ l’ultima pubblicazione di Philip F. Stahel, primario di chirurgia del trauma al Denver Health, in Colorado.

A sorpresa, il libro si apre con una fotografia di Positano la perla della Costa d’ Amalfi : verso sera, la torre di Clavel,

luogo magico per tanti futuristi.

“ E’ proprio nella spiaggia del Fornillo – scrive Stahel- vent’anni dopo un’esperienza

terribile, che, bevendo un bicchiere di Greco di Tufo, ho finalmente avuto il mio momento

di verità”.

“ Ero molto giovane, quando ho conosciuto Aniello Cappiello, il patriarca di questo pezzo

di mare – ci racconta il dottore- . Mi aveva rimproverato in modo molto severo, per avere

buttato in mare il nocciolo di una pesca:

-Rispetta il mare e ascoltalo sempre – mi disse”.

Quelle parole, il dottor Stahel non le ha mai dimenticate, e il nesso tra un chirurgo

migliore, la torre di Clavel , e il nocciolo di pesca, e’ diventato sempre più forte.

Sono pagine, queste, che, con un rigore scientifico molto chiaro, illustrano casi clinici,

analisi e statistiche ,ma che, soprattutto, si basano sulla necessità di empatia, perché,

prima di diventare un buon chirurgo, occorre essere una persona che sa ascoltare :

ospedale non vuole dire automaticamente sicurezza.

“Mi hanno insegnato a tagliare, ad usare il bisturi, a rimuovere parti malate, ma io non

sono un meccanico, non aggiusto automobili: quando i pazienti parlano, ci stanno già

indicando la diagnosi”.

Il suo concetto di empatia e’ pragmatico: e’ la capacità di capire quello che sente l’altro, a

prescindere dall’essere, o non essere d’accordo. Nulla a che vedere con la simpatia.

“Per esempio – scrive Stahel- sono empatico con un paziente sotto la maschera ad

ossigeno, perché ha fumato crack, anche se non condivido quello che ha fatto. Sono

empatico con un collega che ha sbagliato: potrebbe capitare anche a me”.

Ma sviluppare empatia e’ un processo graduale,lento,difficile. E l’equilibrio può sempre

essere minato dal delirio di onnipotenza,dalla seduzione della fama e del denaro.

Eppure,in ogni chirurgo ,ammonisce Sthael, c’é un piccolo cimitero

dove, di tanto in tanto, si torna a pregare.

Solo quando si conquista una consapevolezza positiva – aggiunge- si riescono a fare i

conti con il tempo,la risorsa più importante.

Il tempo non e’ denaro:non lo puoi depositare e ritirare più tardi. Il tempo é sentire, capire,

valutare i rischi, intervenire, salvare una persona, migliorare la qualità di una vita. Ma

anche gioco, sentimenti, Montagne Rocciose, musica, mare .

E così Phil, che, neanche in sala operatoria, vuole farsi chiamare ne’ dottore, ne’ Sir, né

professore , conclude questo viaggio nella medicina, iniziato al Fornillo.

Ci si chiede allora se “ Blood, Sweat and Tears” sia solo un testo per diventare un

chirurgo migliore o, ancor meglio, per restare umani.

Daniela Morandini

“ Blood, Sweat and Tears” (Sangue, sudore e lacrime) ,un libro “Per diventare un chirurgo  migliore”.

E’ l’ultima pubblicazione di Philip F. Stahel, primario di chirurgia del trauma al Denver Health, in Colorado.

A sorpresa, il libro si apre con una fotografia di Positano la perla della Costa d' Amalfi : verso sera, la torre di Clavel,

luogo magico per tanti futuristi.

“ E’ proprio nella spiaggia del Fornillo – scrive Stahel- vent’anni dopo un’esperienza

terribile, che, bevendo un bicchiere di Greco di Tufo, ho finalmente avuto il mio momento

di verità”.

“ Ero molto giovane, quando ho conosciuto Aniello Cappiello, il patriarca di questo pezzo

di mare – ci racconta il dottore- . Mi aveva rimproverato in modo molto severo, per avere

buttato in mare il nocciolo di una pesca:

-Rispetta il mare e ascoltalo sempre – mi disse”.

Quelle parole, il dottor Stahel non le ha mai dimenticate, e il nesso tra un chirurgo

migliore, la torre di Clavel , e il nocciolo di pesca, e’ diventato sempre più forte.

Sono pagine, queste, che, con un rigore scientifico molto chiaro, illustrano casi clinici,

analisi e statistiche ,ma che, soprattutto, si basano sulla necessità di empatia, perché,

prima di diventare un buon chirurgo, occorre essere una persona che sa ascoltare :

ospedale non vuole dire automaticamente sicurezza.

“Mi hanno insegnato a tagliare, ad usare il bisturi, a rimuovere parti malate, ma io non

sono un meccanico, non aggiusto automobili: quando i pazienti parlano, ci stanno già

indicando la diagnosi”.

Il suo concetto di empatia e’ pragmatico: e’ la capacità di capire quello che sente l’altro, a

prescindere dall’essere, o non essere d’accordo. Nulla a che vedere con la simpatia.

“Per esempio – scrive Stahel- sono empatico con un paziente sotto la maschera ad

ossigeno, perché ha fumato crack, anche se non condivido quello che ha fatto. Sono

empatico con un collega che ha sbagliato: potrebbe capitare anche a me”.

Ma sviluppare empatia e’ un processo graduale,lento,difficile. E l’equilibrio può sempre

essere minato dal delirio di onnipotenza,dalla seduzione della fama e del denaro.

Eppure,in ogni chirurgo ,ammonisce Sthael, c’é un piccolo cimitero

dove, di tanto in tanto, si torna a pregare.

Solo quando si conquista una consapevolezza positiva – aggiunge- si riescono a fare i

conti con il tempo,la risorsa più importante.

Il tempo non e’ denaro:non lo puoi depositare e ritirare più tardi. Il tempo é sentire, capire,

valutare i rischi, intervenire, salvare una persona, migliorare la qualità di una vita. Ma

anche gioco, sentimenti, Montagne Rocciose, musica, mare .

E così Phil, che, neanche in sala operatoria, vuole farsi chiamare ne’ dottore, ne’ Sir, né

professore , conclude questo viaggio nella medicina, iniziato al Fornillo.

Ci si chiede allora se “ Blood, Sweat and Tears” sia solo un testo per diventare un

chirurgo migliore o, ancor meglio, per restare umani.

Daniela Morandini