Maradona,Higuain ha sbagliato

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Maradona nella sede Rai di Viale Mazzini 

 

 
Uomo dai mille volti e dai mille corpi, Diego Armando. Lui era giovane ed eravamo giovani persino noi quando passò per la prima volta per lo stadio Olimpico, con i capelli corti appiccicati al cranio, la maglia biancoceleste appiccicata ai fianchi, il piede sinistro che s’ alzava e si abbassava come un tasto di pianoforte con il pallone sempre appiccicato, da un lato e dall’altro. Era una di quelle amichevoli di lusso, Italia contro Argentina, e alla fine gli azzurri dicevano quanto si dice sempre in questi casi, è uno bravo, ma è un ragazzo, se sarà davvero la stella splendente che si dice lo vedremo. 
 
Epica. Lo abbiamo visto, abbiamo visto tutto di Maradona, il piede stregato, il destro perfetto nel suo starsene silenzioso in agguato per colpire letale e sorprendente, la testa che improvvisamente compariva nel posto giusto, la mano di Dio. La faccia ridente e irridente, gli occhi mai appannati, la bocca contorta nell’urlo devastante da spirito infernale. L’unico giocatore di prima scelta che abbia fatto dannare il Barcellona pur di andare a Napoli, yo quiero irme, voglio andarmene, e va bene che non era solo un giocatore qualunque ma forse il migliore di tutti e di sempre, e va bene che il campionato italiano in quei formidabili anni Ottanta era un’altra roba e l’epica non era iberica. 
C’è sempre stato qualcosa di travolgente nei paraggi di Maradona, un modo differente di essere, un pensiero trasmissibile, una radiazione. Attorno a Pelé, dovunque vada, fioriscono applausi. Attorno a Maradona, dovunque vada, sgorga ascolto. Lui parla, il mondo sembra cambiare. Poi non accade, sempre di parole si tratta, ma lì per lì appaiono determinanti. Ieri dopo essere passato attraverso molti gradi di decadenza e rinascimento fisici, di pinguedine e di salute, di noia di vivere e di entusiasmo, si è presentato a Roma come un classico ex calciatore professionista, un po’ pesante, un po’ malinconico, un po’ interessato al domani. Con lo sguardo lucido, con il piacere del ricordo non fine a se stesso. 
 
Poeti. Pelè ha preferito restare confinato nel calcio brasiliano e miracolo mostrare all’estero solo per show o nei tornei internazionali. Maradona ha girato il mondo da giocatore e continua a girarlo adesso, certo di possedere verità da rivelare, idee da donare allo sport e alla società. Di Pelé hanno detto che se tacesse sarebbe il più grande poeta brasiliano, a Maradona si continuano a chiedere consigli, prese di posizione, condanne e assoluzioni. E lui ne pronuncia, nei modi che preferisce e nei tempi che stabilisce, sapientemente senza inflazionarsi e pure senza porsi limiti. Su tutto ha un’opinione, su tutto è in grado di discutere. Se le domande si fanno troppo difficili, abbassa la visiera del berretto fedele e cambia discorso. Vale la pena avvicinarlo perché ciò permette di sentirsi misteriosamente emozionati, delicatamente affascinati. Domani sera all’Olimpico andranno per vederlo ancora giocare. Come se tutto fosse giovane, anche l’universo, anche lui. 

Poteva dice ciò che voleva con quei piedi e può ancora. Infatti lo fa. Diego Armando Maradona, finissimo dicitore del pallone, forse il migliore di sempre, aspro e radicale parlatore, ma qui il confronto storico è troppo più vasto. Ce ne sono stati miliardi nella storia di maestri di pensiero privi di dubbi, abituati a esprimersi senza compromessi. Il suo pulpito è il passato da atleta, anzi, non lo offendiamo: «Io sono sempre stato solo un giocatore di calcio. Non sono Usain Bolt, non sono Michael Phelps. Loro atleti, io giocatore». 

 
A disposizione. Forse la differenza sta nel fatto che atleti si smette di essere, a un certo punto, quando il tempo si piega in un tornante violento. Giocatore si può essere praticamente per sempre. «Se il Napoli vuole, adesso che si è spaccato Milik vado io in campo. Per un minuto o due, forse tre. La Partita della Pace posso anche giocarla tutta». Novanta minuti annunciati in nome e per conto di Papa Francesco, che lo chiamò personalmente poco dopo essere stato eletto. Maradona sta a Dubai dove incassa, si calcola, tre milioni all’anno per il semplice fatto di essere Maradona e di stare a Dubai. Ah, e anche per dare un volto, il suo, allo sport dell’emirato. 
E’ un lavoro onesto, ma le giornate e i mesi sono lunghi. A Maradona è sempre piaciuto fare molte cose con la sua vita. «Papa Francesco può starsene tranquillo a sedere. Corro io per lui. Sono sempre a disposizione. Specialmente quando mi chiedono di partecipare a queste iniziative per la pace. Pace. Suona bene e si vede male. Accendo la Tv e non la vedo affatto. Vedo solo lotte e discordia, dolore, e ho paura per i miei figli». Uno di loro, Diego Junior al quale è occorso tempo prima di poterlo chiamare papà ma adesso può e con convinzione, sta lì accanto mentre presentano la partita Uniti per la Pace, alla Rai in Viale Mazzini. 
L’idea è stata effettivamente del Papa e Maradona è stato veloce a dire sì. «Perché lui sta lavorando benissimo in Vaticano, fa cose che non si sarebbero ritenute possibili, sta agendo come tutti i cattolici del mondo vorrebbero. Io mi ero allontanato dalla Chiesa per tanti motivi e adesso mi sono riavvicinato». Maradona, Ronaldinho, Francesco Totti che è un papa con la minuscola, tre Dieci con la maiuscola insieme, per qualche minuto in campo. C’è aria di sinfonia calcistica anche se Maradona sta per compiere 56 anni, Ronaldinho ne ha 36 ed è in cerca di occupazione e nel bel mezzo c’è Totti con i suoi quaranta, la sua idiosincrasia per il crepuscolo e le sue pretese di eternità. 
Che poi per Maradona sono giustificate, dato che atleta è una cosa e calciatore un’altra. «Totti può giocare fino a cinquant’anni, se crede. Prendete 40 giocatori qualsiasi dalle squadre italiane e ancora non avrete un Totti. Io però in mezzo a queste tre generazioni di numeri dieci mi voglio rivolgere a chi non ci sarà a questa partita. A Messi, a Cristiano Ronaldo, a quelli che riempiono gli stadi. E mai come adesso gli stadi hanno bisogno di essere riempiti. Il calcio è in decadenza e io non lo sopporto. Dopo questa disputo ancora una partita di beneficenza e poi vado a parlarne con Gianni Infantino, il presidente della Fifa». 
 
Fedeltà. Non gli piace che i massimi rappresentanti del calcio attuale non siano qui, non gli piace il modo in cui il calcio è gestito, non gli piace niente. Non è solo: chi lo urla sui network sociali, chi, come lui, apre bocca e dice quello che vuole. Ammesso possa permetterselo. Lui può. «Sono pronto a entrare nella Fifa, non certo per soldi ma per contare qualcosa. I dirigenti non ascoltano i giocatori, eppure magari non hanno mai toccato un pallone in vita loro. Per tanti lo sport serve soltanto a mantenere la famiglia. Invece ecco a che cosa può servire il calcio, oltre a distribuire gioia e piacere di per sé. A suggerire pace, o ad aiutare le popolazioni terremotate. Già ero pronto a venire a giocare a Roma, quando mi hanno detto che tra le finalità della partita c’era anche questa mi sono alzato e mi sono preparato». 
Quindi si fa notare, con la testa china, vestito di bianco, per nulla penitente. Ronaldinho avrebbe dovuto essere con lui ieri ma era in ritardo, mentre Maradona è arrivato a Roma con largo anticipo. «Ne avevo voglia, ho giocato dappertutto e l’Olimpico è uno degli stadi migliori che abbia conosciuto». Aveva forse il calcio più delicato e tagliente del mondo. La dialettica s’insinua nello stesso solco. Totti contro il Napoli, sabato, o almeno la Roma contro il Napoli. «Non avrei mai potuto giocare da nessun’altra parte, in Italia. Non dopo quello che ho condiviso con la gente e la città. Di Totti ho dichiarato ciò che penso, ma credo pure che questa partita non sarà semplice per lui. Spero solo che sia un’altra partita di pace, anzi, ne sono sicuro. Tutte le vicende di rancore tra i romanisti e i napoletani devono chiudersi qui. Mi auguro vinca lo spettacolo. In tal caso, vincerà il Napoli». 
 
Impossibile. E’ una battuta, ma è chiaro che gli esce dal cuore, così come gli esce dal fegato il giudizio nei confronti di Gonzalo Higuain: «Non sono arrabbiato con lui per aver lasciato Napoli ed essere andato alla Juventus. Siamo tutti adulti e vaccinati. Sappiamo che il calcio va così. Va così oggi, almeno. Il mondo è cambiato». Non comprende se sia cambiato in meglio, anche se le parole che usa sussurrano che sì e che semmai sono le persone a non avere modulato la propria coscienza sulla base della nuova situazione. «Se io mi fossi comportato come Higuain mi avrebbero ammazzato». L’immagine è metaforica, ma non vuole allontanarsi troppo dalla realtà. Possiamo parafrasare così: gli avrebbero reso la vita impossibile e lui l’avrebbe resa impossibile a se stesso. All’Espresso Online aveva raccontato della Juventus: «Agnelli mi corteggiava come fossi una donna, aveva offerto 100 miliardi di lire al Napoli e a me un assegno in bianco. Ma non potevo infliggere questo affronto ai napoletani». Nel pomeriggio racconta del Milan: «Berlusconi mi voleva a ogni costo. Come avrei potuto accettare? Oggi contano solo i soldi e Ibrahimovic ha messo su la più vasta collezione di maglie che esista. Tranne questa della Partita della Pace. Perché non è qui?». Maradona sembra perdonare, non dimentica: «Conosco il padre di Higuain, ci ho giocato insieme, e anche lui sa benissimo che certe cose non si fanno. Comunque Higuain, Dybala, Aguero, Boyé e chi volete sono tutti ottimi giocatori, grandi attaccanti. D’altra parte se poi manca Messi l’Argentina finisce per pareggiare con il Perù. Leo comanda l’attacco, quando non c’è gli altri non riescono a dare il meglio». 
 
Leggero. Ormai è fatta, Higuain continuerà a segnare per la Juventus, come Arkadiusz Milik continuerà a segnare per il Napoli. Non subito, tra qualche mese. «Ma presto. Ho parlato con lui, ho avvertito la forza d’animo giusta, e poi ha 22 anni, si riprenderà dall’infortunio». Se in tempo perché il Napoli riesca a litigare per lo scudetto non si azzarda a immaginarlo. 
Nessuno può, neppure lui che viene da un’altra epoca, forse migliore, in cui tutto era più intenso e più vicino. «Adesso i cinesi vengono a prendersi le squadre in Europa. I soldi servono, però sono scettico su chi pretende di guidare un club da lontano. Ben che vada, considera il calcio pura economia». Non è nostalgico né allergico alle innovazioni. Per esempio: «Bene un Mondiale a 48 squadre, è sbagliato che uno tra Ibrahimovic e Cristiano Ronaldo debba restare fuori». E che rischi qualcosa persino l’Italia. Dentro di lui il nostro non è un Paese normale. «E’ amore, se posso venirci leggero e libero. Senza l’incubo del fisco. Facciamo così, i funzionari di Equitalia invece di pensare a me vengano a vedere questa Partita della Pace». Pagando, s’intende. 

fonte:corrieredellosport    michele de lucia

 

 

Maradona nella sede Rai di Viale Mazzini 

 

 
Uomo dai mille volti e dai mille corpi, Diego Armando. Lui era giovane ed eravamo giovani persino noi quando passò per la prima volta per lo stadio Olimpico, con i capelli corti appiccicati al cranio, la maglia biancoceleste appiccicata ai fianchi, il piede sinistro che s’ alzava e si abbassava come un tasto di pianoforte con il pallone sempre appiccicato, da un lato e dall’altro. Era una di quelle amichevoli di lusso, Italia contro Argentina, e alla fine gli azzurri dicevano quanto si dice sempre in questi casi, è uno bravo, ma è un ragazzo, se sarà davvero la stella splendente che si dice lo vedremo. 
 
Epica. Lo abbiamo visto, abbiamo visto tutto di Maradona, il piede stregato, il destro perfetto nel suo starsene silenzioso in agguato per colpire letale e sorprendente, la testa che improvvisamente compariva nel posto giusto, la mano di Dio. La faccia ridente e irridente, gli occhi mai appannati, la bocca contorta nell’urlo devastante da spirito infernale. L’unico giocatore di prima scelta che abbia fatto dannare il Barcellona pur di andare a Napoli, yo quiero irme, voglio andarmene, e va bene che non era solo un giocatore qualunque ma forse il migliore di tutti e di sempre, e va bene che il campionato italiano in quei formidabili anni Ottanta era un’altra roba e l’epica non era iberica. 
C’è sempre stato qualcosa di travolgente nei paraggi di Maradona, un modo differente di essere, un pensiero trasmissibile, una radiazione. Attorno a Pelé, dovunque vada, fioriscono applausi. Attorno a Maradona, dovunque vada, sgorga ascolto. Lui parla, il mondo sembra cambiare. Poi non accade, sempre di parole si tratta, ma lì per lì appaiono determinanti. Ieri dopo essere passato attraverso molti gradi di decadenza e rinascimento fisici, di pinguedine e di salute, di noia di vivere e di entusiasmo, si è presentato a Roma come un classico ex calciatore professionista, un po’ pesante, un po’ malinconico, un po’ interessato al domani. Con lo sguardo lucido, con il piacere del ricordo non fine a se stesso. 
 
Poeti. Pelè ha preferito restare confinato nel calcio brasiliano e miracolo mostrare all’estero solo per show o nei tornei internazionali. Maradona ha girato il mondo da giocatore e continua a girarlo adesso, certo di possedere verità da rivelare, idee da donare allo sport e alla società. Di Pelé hanno detto che se tacesse sarebbe il più grande poeta brasiliano, a Maradona si continuano a chiedere consigli, prese di posizione, condanne e assoluzioni. E lui ne pronuncia, nei modi che preferisce e nei tempi che stabilisce, sapientemente senza inflazionarsi e pure senza porsi limiti. Su tutto ha un’opinione, su tutto è in grado di discutere. Se le domande si fanno troppo difficili, abbassa la visiera del berretto fedele e cambia discorso. Vale la pena avvicinarlo perché ciò permette di sentirsi misteriosamente emozionati, delicatamente affascinati. Domani sera all’Olimpico andranno per vederlo ancora giocare. Come se tutto fosse giovane, anche l’universo, anche lui. 

Poteva dice ciò che voleva con quei piedi e può ancora. Infatti lo fa. Diego Armando Maradona, finissimo dicitore del pallone, forse il migliore di sempre, aspro e radicale parlatore, ma qui il confronto storico è troppo più vasto. Ce ne sono stati miliardi nella storia di maestri di pensiero privi di dubbi, abituati a esprimersi senza compromessi. Il suo pulpito è il passato da atleta, anzi, non lo offendiamo: «Io sono sempre stato solo un giocatore di calcio. Non sono Usain Bolt, non sono Michael Phelps. Loro atleti, io giocatore». 

 
A disposizione. Forse la differenza sta nel fatto che atleti si smette di essere, a un certo punto, quando il tempo si piega in un tornante violento. Giocatore si può essere praticamente per sempre. «Se il Napoli vuole, adesso che si è spaccato Milik vado io in campo. Per un minuto o due, forse tre. La Partita della Pace posso anche giocarla tutta». Novanta minuti annunciati in nome e per conto di Papa Francesco, che lo chiamò personalmente poco dopo essere stato eletto. Maradona sta a Dubai dove incassa, si calcola, tre milioni all’anno per il semplice fatto di essere Maradona e di stare a Dubai. Ah, e anche per dare un volto, il suo, allo sport dell’emirato. 
E’ un lavoro onesto, ma le giornate e i mesi sono lunghi. A Maradona è sempre piaciuto fare molte cose con la sua vita. «Papa Francesco può starsene tranquillo a sedere. Corro io per lui. Sono sempre a disposizione. Specialmente quando mi chiedono di partecipare a queste iniziative per la pace. Pace. Suona bene e si vede male. Accendo la Tv e non la vedo affatto. Vedo solo lotte e discordia, dolore, e ho paura per i miei figli». Uno di loro, Diego Junior al quale è occorso tempo prima di poterlo chiamare papà ma adesso può e con convinzione, sta lì accanto mentre presentano la partita Uniti per la Pace, alla Rai in Viale Mazzini. 
L’idea è stata effettivamente del Papa e Maradona è stato veloce a dire sì. «Perché lui sta lavorando benissimo in Vaticano, fa cose che non si sarebbero ritenute possibili, sta agendo come tutti i cattolici del mondo vorrebbero. Io mi ero allontanato dalla Chiesa per tanti motivi e adesso mi sono riavvicinato». Maradona, Ronaldinho, Francesco Totti che è un papa con la minuscola, tre Dieci con la maiuscola insieme, per qualche minuto in campo. C’è aria di sinfonia calcistica anche se Maradona sta per compiere 56 anni, Ronaldinho ne ha 36 ed è in cerca di occupazione e nel bel mezzo c’è Totti con i suoi quaranta, la sua idiosincrasia per il crepuscolo e le sue pretese di eternità. 
Che poi per Maradona sono giustificate, dato che atleta è una cosa e calciatore un’altra. «Totti può giocare fino a cinquant’anni, se crede. Prendete 40 giocatori qualsiasi dalle squadre italiane e ancora non avrete un Totti. Io però in mezzo a queste tre generazioni di numeri dieci mi voglio rivolgere a chi non ci sarà a questa partita. A Messi, a Cristiano Ronaldo, a quelli che riempiono gli stadi. E mai come adesso gli stadi hanno bisogno di essere riempiti. Il calcio è in decadenza e io non lo sopporto. Dopo questa disputo ancora una partita di beneficenza e poi vado a parlarne con Gianni Infantino, il presidente della Fifa». 
 
Fedeltà. Non gli piace che i massimi rappresentanti del calcio attuale non siano qui, non gli piace il modo in cui il calcio è gestito, non gli piace niente. Non è solo: chi lo urla sui network sociali, chi, come lui, apre bocca e dice quello che vuole. Ammesso possa permetterselo. Lui può. «Sono pronto a entrare nella Fifa, non certo per soldi ma per contare qualcosa. I dirigenti non ascoltano i giocatori, eppure magari non hanno mai toccato un pallone in vita loro. Per tanti lo sport serve soltanto a mantenere la famiglia. Invece ecco a che cosa può servire il calcio, oltre a distribuire gioia e piacere di per sé. A suggerire pace, o ad aiutare le popolazioni terremotate. Già ero pronto a venire a giocare a Roma, quando mi hanno detto che tra le finalità della partita c’era anche questa mi sono alzato e mi sono preparato». 
Quindi si fa notare, con la testa china, vestito di bianco, per nulla penitente. Ronaldinho avrebbe dovuto essere con lui ieri ma era in ritardo, mentre Maradona è arrivato a Roma con largo anticipo. «Ne avevo voglia, ho giocato dappertutto e l’Olimpico è uno degli stadi migliori che abbia conosciuto». Aveva forse il calcio più delicato e tagliente del mondo. La dialettica s’insinua nello stesso solco. Totti contro il Napoli, sabato, o almeno la Roma contro il Napoli. «Non avrei mai potuto giocare da nessun’altra parte, in Italia. Non dopo quello che ho condiviso con la gente e la città. Di Totti ho dichiarato ciò che penso, ma credo pure che questa partita non sarà semplice per lui. Spero solo che sia un’altra partita di pace, anzi, ne sono sicuro. Tutte le vicende di rancore tra i romanisti e i napoletani devono chiudersi qui. Mi auguro vinca lo spettacolo. In tal caso, vincerà il Napoli». 
 
Impossibile. E’ una battuta, ma è chiaro che gli esce dal cuore, così come gli esce dal fegato il giudizio nei confronti di Gonzalo Higuain: «Non sono arrabbiato con lui per aver lasciato Napoli ed essere andato alla Juventus. Siamo tutti adulti e vaccinati. Sappiamo che il calcio va così. Va così oggi, almeno. Il mondo è cambiato». Non comprende se sia cambiato in meglio, anche se le parole che usa sussurrano che sì e che semmai sono le persone a non avere modulato la propria coscienza sulla base della nuova situazione. «Se io mi fossi comportato come Higuain mi avrebbero ammazzato». L’immagine è metaforica, ma non vuole allontanarsi troppo dalla realtà. Possiamo parafrasare così: gli avrebbero reso la vita impossibile e lui l’avrebbe resa impossibile a se stesso. All’Espresso Online aveva raccontato della Juventus: «Agnelli mi corteggiava come fossi una donna, aveva offerto 100 miliardi di lire al Napoli e a me un assegno in bianco. Ma non potevo infliggere questo affronto ai napoletani». Nel pomeriggio racconta del Milan: «Berlusconi mi voleva a ogni costo. Come avrei potuto accettare? Oggi contano solo i soldi e Ibrahimovic ha messo su la più vasta collezione di maglie che esista. Tranne questa della Partita della Pace. Perché non è qui?». Maradona sembra perdonare, non dimentica: «Conosco il padre di Higuain, ci ho giocato insieme, e anche lui sa benissimo che certe cose non si fanno. Comunque Higuain, Dybala, Aguero, Boyé e chi volete sono tutti ottimi giocatori, grandi attaccanti. D’altra parte se poi manca Messi l’Argentina finisce per pareggiare con il Perù. Leo comanda l’attacco, quando non c’è gli altri non riescono a dare il meglio». 
 
Leggero. Ormai è fatta, Higuain continuerà a segnare per la Juventus, come Arkadiusz Milik continuerà a segnare per il Napoli. Non subito, tra qualche mese. «Ma presto. Ho parlato con lui, ho avvertito la forza d’animo giusta, e poi ha 22 anni, si riprenderà dall’infortunio». Se in tempo perché il Napoli riesca a litigare per lo scudetto non si azzarda a immaginarlo. 
Nessuno può, neppure lui che viene da un’altra epoca, forse migliore, in cui tutto era più intenso e più vicino. «Adesso i cinesi vengono a prendersi le squadre in Europa. I soldi servono, però sono scettico su chi pretende di guidare un club da lontano. Ben che vada, considera il calcio pura economia». Non è nostalgico né allergico alle innovazioni. Per esempio: «Bene un Mondiale a 48 squadre, è sbagliato che uno tra Ibrahimovic e Cristiano Ronaldo debba restare fuori». E che rischi qualcosa persino l’Italia. Dentro di lui il nostro non è un Paese normale. «E’ amore, se posso venirci leggero e libero. Senza l’incubo del fisco. Facciamo così, i funzionari di Equitalia invece di pensare a me vengano a vedere questa Partita della Pace». Pagando, s’intende. 

fonte:corrieredellosport    michele de lucia