Salerno lutto per la morte del fotografo della verità Ciro Fundarò a soli 48 anni

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 Dalle strade di Los Angeles ai vicoli del centro storico, passando per Roma, Milano e la sua Palermo. L’occhio inconfondibile di Ciro Fundarò ha fermato e firmato tutti questi luoghi, fotografando quello che nessun’altro sarebbe riuscito a fotografare. «Facile fotografare una bella donna, difficile un divano», aveva detto in una recente intervista, e aveva ragione. Perché per lui la fotografia era arte vera e pura fatta di tecnica, tradizione, ma soprattutto ricerca della verità: la sua cifra stilistica era nettamente superiore alla media. Come dimenticare i suoi portrait agli amici più cari, da Yari (Gugliucci) a Giusto (Ricciardi), da Andrea (Capaccio) a Paolo (Pinto), gli autoscatti belli, riflessivi ed a volte anche esilaranti uno su tutti quello denominato «Everyone Is an Immigrant» che lo ritrae nella vasca da bagno con un bastone a fare da remo ed un cappello da marinaio sul capo. E adesso cosa rimane? Nulla, se non il ricordo della persona piacevole quanto intelligente con la quale conversare, confrontarsi e perché no tirar tardi fino al mattino. Bastava una birretta per godere della sua compagnia e tornare a casa con la pancia gonfia dalle risate. E se si era fortunati ci scappava anche qualche illuminazione tecnica che poi diventavano scorci di vita quotidiana, sguardi melanconici, tramonti, gesti sospesi, attimi di vita. Frazioni di secondo in cui a volte riusciva a far scorrere immagini lunghissime, proprio come quelle vissute ieri dagli amici di sempre, costretti sul pianerottolo di casa sua ad arrendersi e fermare il loro ultimo saluto a Ciro. Quante lacrime e quanta amarezza su quegli scalini e quanti perché senza risposta. Ciro ha deciso di andarsene nel silenzio più assoluto, al quale non aveva abituato nessuno. Erano quarantotto ore che non rispondeva al telefono, le stesse da quando aveva scelto di spegnere le luci della vita. Un passaparola che sembrava avere il sapore di un bruttissimo scherzo e poi quella bussata sorda alla sua porta in via Da Procida. Nessuno l’ha sfondata. È il cugino, poi il fratello ad entrare in casa. E poi la polizia e poi il medico legale. Secondo quest’ultimo il nostro fotografo era morto già da almeno 48 ore. Alle 13.30 di ieri per tutti quelli che lo conoscevano gli occhi si chiudono come a rallenty e lasciano il posto alle lacrime. È inspiegabile. Come la più brutta delle partite perse ai rigori Ciro lascia tutti così, attoniti, muti, silenziosi. Seduti su quei gradoni con la testa tra le mani assistono increduli alla sua dipartita. Ci sono già tutti. E il silenzio persevera per tutti i dedali che conducono fino a Sant’Agostino. D’altronde chi non lo conosceva. C’è anche chi, su quelle scale, anonimamente, ha scelto di poggiare un mazzo di fiori. Nessun biglietto, perché il dolore non ha bisogno di parole. Ciro, quel ragazzo sempre espansivo, con la battuta pronta che a volte sembrava mascherare un po’ di tristezza, lascia per l’ultima volta casa sua, un loft che è stato anche e soprattutto uno studio, il luogo dove ha realizzato tante delle sue foto più belle. «La verità che mette a fuoco l’invisibile»: questo per lui il sottotitolo di uno scatto. Era un professionista ma era anche un perfezionista. Conteso dai più importanti giornali di moda, avrebbe potuto scegliere di lavorare ovunque e invece lui voleva rimanere nella sua città, lavorare per la Fondazione Menna, per le più belle mostre di Salerno, e scegliere una tantum di immortalare il matrimonio delle coppie a lui più cure. «Pcchè si tu!», aveva detto a qualcuno non molto tempo fa. Nessuno poteva immaginare questo epilogo, nessuno. Tant’è che fino a tardi gli amici si sono ritrovati, birretta alla mano, ancora una volta sotto quel portone, nella speranza che sarebbe sceso e riapparso con il suo inconfondibile «We uagliù». Una bella pacca sulla spalla, una sigaretta, una risata fragorosa. E invece no. Il tutto accadeva in un giorno amaro per Salerno, una città costretta a salutare troppo in fretta non solo Ciro ma anche Matteo Ugatti. Stessa compagnia, stessi amici, stesso dolore. Ciao Ciro, ci mancherà la tua ironia, le tue creazioni linguistiche, il tuo slang, il tuo attaccamento alla tua terra, le radici, la famiglia. Sabato scorso l’ultimo suo reportage d’autore per la mostra di Matteo Fraterno alla Verrengia. Questa mattina alle 12 a Santa Lucia invece la nostra ultima foto ricordo tutti insieme.Silvia De Cesare Il Mattino 

 Dalle strade di Los Angeles ai vicoli del centro storico, passando per Roma, Milano e la sua Palermo. L'occhio inconfondibile di Ciro Fundarò ha fermato e firmato tutti questi luoghi, fotografando quello che nessun'altro sarebbe riuscito a fotografare. «Facile fotografare una bella donna, difficile un divano», aveva detto in una recente intervista, e aveva ragione. Perché per lui la fotografia era arte vera e pura fatta di tecnica, tradizione, ma soprattutto ricerca della verità: la sua cifra stilistica era nettamente superiore alla media. Come dimenticare i suoi portrait agli amici più cari, da Yari (Gugliucci) a Giusto (Ricciardi), da Andrea (Capaccio) a Paolo (Pinto), gli autoscatti belli, riflessivi ed a volte anche esilaranti uno su tutti quello denominato «Everyone Is an Immigrant» che lo ritrae nella vasca da bagno con un bastone a fare da remo ed un cappello da marinaio sul capo. E adesso cosa rimane? Nulla, se non il ricordo della persona piacevole quanto intelligente con la quale conversare, confrontarsi e perché no tirar tardi fino al mattino. Bastava una birretta per godere della sua compagnia e tornare a casa con la pancia gonfia dalle risate. E se si era fortunati ci scappava anche qualche illuminazione tecnica che poi diventavano scorci di vita quotidiana, sguardi melanconici, tramonti, gesti sospesi, attimi di vita. Frazioni di secondo in cui a volte riusciva a far scorrere immagini lunghissime, proprio come quelle vissute ieri dagli amici di sempre, costretti sul pianerottolo di casa sua ad arrendersi e fermare il loro ultimo saluto a Ciro. Quante lacrime e quanta amarezza su quegli scalini e quanti perché senza risposta. Ciro ha deciso di andarsene nel silenzio più assoluto, al quale non aveva abituato nessuno. Erano quarantotto ore che non rispondeva al telefono, le stesse da quando aveva scelto di spegnere le luci della vita. Un passaparola che sembrava avere il sapore di un bruttissimo scherzo e poi quella bussata sorda alla sua porta in via Da Procida. Nessuno l'ha sfondata. È il cugino, poi il fratello ad entrare in casa. E poi la polizia e poi il medico legale. Secondo quest'ultimo il nostro fotografo era morto già da almeno 48 ore. Alle 13.30 di ieri per tutti quelli che lo conoscevano gli occhi si chiudono come a rallenty e lasciano il posto alle lacrime. È inspiegabile. Come la più brutta delle partite perse ai rigori Ciro lascia tutti così, attoniti, muti, silenziosi. Seduti su quei gradoni con la testa tra le mani assistono increduli alla sua dipartita. Ci sono già tutti. E il silenzio persevera per tutti i dedali che conducono fino a Sant'Agostino. D'altronde chi non lo conosceva. C'è anche chi, su quelle scale, anonimamente, ha scelto di poggiare un mazzo di fiori. Nessun biglietto, perché il dolore non ha bisogno di parole. Ciro, quel ragazzo sempre espansivo, con la battuta pronta che a volte sembrava mascherare un po' di tristezza, lascia per l'ultima volta casa sua, un loft che è stato anche e soprattutto uno studio, il luogo dove ha realizzato tante delle sue foto più belle. «La verità che mette a fuoco l'invisibile»: questo per lui il sottotitolo di uno scatto. Era un professionista ma era anche un perfezionista. Conteso dai più importanti giornali di moda, avrebbe potuto scegliere di lavorare ovunque e invece lui voleva rimanere nella sua città, lavorare per la Fondazione Menna, per le più belle mostre di Salerno, e scegliere una tantum di immortalare il matrimonio delle coppie a lui più cure. «Pcchè si tu!», aveva detto a qualcuno non molto tempo fa. Nessuno poteva immaginare questo epilogo, nessuno. Tant'è che fino a tardi gli amici si sono ritrovati, birretta alla mano, ancora una volta sotto quel portone, nella speranza che sarebbe sceso e riapparso con il suo inconfondibile «We uagliù». Una bella pacca sulla spalla, una sigaretta, una risata fragorosa. E invece no. Il tutto accadeva in un giorno amaro per Salerno, una città costretta a salutare troppo in fretta non solo Ciro ma anche Matteo Ugatti. Stessa compagnia, stessi amici, stesso dolore. Ciao Ciro, ci mancherà la tua ironia, le tue creazioni linguistiche, il tuo slang, il tuo attaccamento alla tua terra, le radici, la famiglia. Sabato scorso l'ultimo suo reportage d'autore per la mostra di Matteo Fraterno alla Verrengia. Questa mattina alle 12 a Santa Lucia invece la nostra ultima foto ricordo tutti insieme.Silvia De Cesare Il Mattino