Cardito. 16enne stroncato dall’asma in sala scommesse. Lavorava in zona, era andato a prendere i fogli delle giocate

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Cardito. La morte lo ha portato via a 16 anni in una sala scommesse, dove si tenta la fortuna. La fortuna che con Vincenzo Galeoto non era mai stata generosa. Un ragazzo mingherlino, tifoso del Palermo, in una enclave fondamentalista del tifo per il Napoli, qual è Cardito, mentre prendeva il foglio A3 fotocopiato del bollettino delle quote. Nemmeno lo ha guardato. Non era per lui ma per amici che gli avevano chiesto la cortesia di portarlo. All’improvviso si è messo la mano sul petto barcollando. E prima di stramazzare sul pavimento della sala scommesse, con serranda all’angolo tra via Daniele e via Amendola, ha chiesto aiuto al proprietario. Il gestore non ha perso un secondo. Ma la morte si era già presa Vincenzo. In casi come questi lo capisci anche se non sei un medico o un infermiere. Davanti a quel corpo immobile e senza respiro il titolare dell’agenzia ha chiamato il 118. Tre minuti e Vincenzo Galeoto è finito al centro di quella eterna disputa che si combatte tra la morte e i medici. I sanitari, davanti a un ragazzino, si sono sfiniti per un’ora e mezza a cercare di rianimarlo. Massaggio cardiaco, un tubo in gola a pompare ossigeno e l’ago piantato al centro del cuore a iniettare una, due, tre, più volte l’adrenalina. Senza che però venisse abbandonato, nemmeno per un istante il massaggio. E mentre il papà, Giuseppe Galeoto, sangue siciliano, con il cuore in tumulto era spettatore per forza passivo della lotta contro la morte per il figlio, sono spuntati anche gli «sciacalli». Gente priva di quel rispetto morale, vivi perché collegati agli smartphone. A fare fotografie del povero ragazzo, postate un secondo dopo su tutti i social forum, subissati di «mi piace». Come se la morte di un ragazzo in qualche modo «deve» piacere. Qualche cugino del povero Vincenzo se ne è accorto e ha gridato forte: andate via. Due ore dopo il loro intervento i sanitari del 118 hanno firmato la resa, il certificato di morte. Sul posto, a fare da cordone sanitario, i carabinieri della caserma di Crispano e gli agenti della polizia locale, con il comandante Luigi Palumbo. I primi hanno avviato le indagini, i secondi hanno cercato di arginare il dolore di un papà, che lavora in una pescheria poco distante dalla sala scommesse sportive, e quello degli altri famigliari di Vincenzo. Che pure di fronte ad una tragedia così immane hanno mostrato grande dignità. Anche nell’attesa delle decisioni del magistrato di turno presso la Procura di Napoli Nord. Questi, dopo un fitto scambio di informazioni con i carabinieri che hanno pure acquisito le immagini del sistema di sorveglianza della sala scommesse e che hanno mostrato il malore mortale del sedicenne, ha disposto la consegna della salma alla famiglia. E via Macello, dove abitava Vincenzo, è diventata l’epicentro del dolore. I due marciapiedi per centinaia di metri sono stati addobbati con due file di lumini. «Così Vincenzo, che ora è nel buio della morte, troverà subito la strada per il Paradiso», dice con la voce rotta dal pianto Pasquale Barbato, poco meno di venti anni, cugino di Vincenzo. «Soffriva di asma – continua Pasquale Barbato – e portava sempre con sé uno spray per le crisi e una pasticca di cortisone. Non fumava, non beveva e si rammaricava per non poter giocare a pallone. Si divertiva con la carambola a bigliardo». Il buio dell’androne del vecchio palazzo di tufo, dove al primo piano Maria Maddalena Altruda, la mamma del ragazzo, distrutta dal dolore ripete: «Aspettiamo Vincenzo per cenare», è percorso da un via vai di parenti e amici. I funerali si sono celebrati oggi pomeriggio nella parrocchia di San Biagio. (Marco Di Caterino – Il Mattino) 

Cardito. La morte lo ha portato via a 16 anni in una sala scommesse, dove si tenta la fortuna. La fortuna che con Vincenzo Galeoto non era mai stata generosa. Un ragazzo mingherlino, tifoso del Palermo, in una enclave fondamentalista del tifo per il Napoli, qual è Cardito, mentre prendeva il foglio A3 fotocopiato del bollettino delle quote. Nemmeno lo ha guardato. Non era per lui ma per amici che gli avevano chiesto la cortesia di portarlo. All’improvviso si è messo la mano sul petto barcollando. E prima di stramazzare sul pavimento della sala scommesse, con serranda all’angolo tra via Daniele e via Amendola, ha chiesto aiuto al proprietario. Il gestore non ha perso un secondo. Ma la morte si era già presa Vincenzo. In casi come questi lo capisci anche se non sei un medico o un infermiere. Davanti a quel corpo immobile e senza respiro il titolare dell’agenzia ha chiamato il 118. Tre minuti e Vincenzo Galeoto è finito al centro di quella eterna disputa che si combatte tra la morte e i medici. I sanitari, davanti a un ragazzino, si sono sfiniti per un’ora e mezza a cercare di rianimarlo. Massaggio cardiaco, un tubo in gola a pompare ossigeno e l’ago piantato al centro del cuore a iniettare una, due, tre, più volte l’adrenalina. Senza che però venisse abbandonato, nemmeno per un istante il massaggio. E mentre il papà, Giuseppe Galeoto, sangue siciliano, con il cuore in tumulto era spettatore per forza passivo della lotta contro la morte per il figlio, sono spuntati anche gli «sciacalli». Gente priva di quel rispetto morale, vivi perché collegati agli smartphone. A fare fotografie del povero ragazzo, postate un secondo dopo su tutti i social forum, subissati di «mi piace». Come se la morte di un ragazzo in qualche modo «deve» piacere. Qualche cugino del povero Vincenzo se ne è accorto e ha gridato forte: andate via. Due ore dopo il loro intervento i sanitari del 118 hanno firmato la resa, il certificato di morte. Sul posto, a fare da cordone sanitario, i carabinieri della caserma di Crispano e gli agenti della polizia locale, con il comandante Luigi Palumbo. I primi hanno avviato le indagini, i secondi hanno cercato di arginare il dolore di un papà, che lavora in una pescheria poco distante dalla sala scommesse sportive, e quello degli altri famigliari di Vincenzo. Che pure di fronte ad una tragedia così immane hanno mostrato grande dignità. Anche nell’attesa delle decisioni del magistrato di turno presso la Procura di Napoli Nord. Questi, dopo un fitto scambio di informazioni con i carabinieri che hanno pure acquisito le immagini del sistema di sorveglianza della sala scommesse e che hanno mostrato il malore mortale del sedicenne, ha disposto la consegna della salma alla famiglia. E via Macello, dove abitava Vincenzo, è diventata l’epicentro del dolore. I due marciapiedi per centinaia di metri sono stati addobbati con due file di lumini. «Così Vincenzo, che ora è nel buio della morte, troverà subito la strada per il Paradiso», dice con la voce rotta dal pianto Pasquale Barbato, poco meno di venti anni, cugino di Vincenzo. «Soffriva di asma – continua Pasquale Barbato – e portava sempre con sé uno spray per le crisi e una pasticca di cortisone. Non fumava, non beveva e si rammaricava per non poter giocare a pallone. Si divertiva con la carambola a bigliardo». Il buio dell’androne del vecchio palazzo di tufo, dove al primo piano Maria Maddalena Altruda, la mamma del ragazzo, distrutta dal dolore ripete: «Aspettiamo Vincenzo per cenare», è percorso da un via vai di parenti e amici. I funerali si sono celebrati oggi pomeriggio nella parrocchia di San Biagio. (Marco Di Caterino – Il Mattino)