Migranti, 20 morti al giorno . Il Papa “Il Mediterraneo è un cimitero”

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L’anagrafe del cimitero del Mediterraneo è in un database della Vrije Universiteit di Amsterdam. Numeri e grafici che fanno solo immaginare la Spoon River dell’ecatombe a mare, tragico punto di svolta delle migrazioni contemporanee. Ogni puntino della mappa corrisponde a un decesso, quelli accertati e documentati dalle autorità di Italia, Malta, Spagna, Gibilterra e Grecia. La Spoon River dei profughi è per ora solo un’ammasso di puntini blu chiaro che segnano le persone identificate ma dove il blu dello schermo s’intensifica, fino a oscurare anche l’immaginazione umana sulla sorte dei poveri cristi annegati, ci sono i profughi morti e non identificati. E il blu scuro diventa quasi nero, solo il colore di un lutto sbiadito dalla «globalizzazione dell’indifferenza» come denunciò Papa Francesco a Lampedusa. Vittime sconosciute, a migliaia: sono gli enne-enne del mare che affrontarono il viaggio nel Mediterraneo con identità riconosciute in vita per finire poi con i loro nomi e cognomi dispersi nella storia degli abissi del mare. Nell’anagrafe del cimitero del Mediterraneo, elaborato dall’università danese, ci sono i dati che riguardano un periodo che va dal 1990 al 2013. Se clicchi sul quadrato «Who are they» (chi sono loro) ottieni dall’anagrafe del cimitero del Mediterraneo l’analisi demografica di questi decessi, divisi per età e genere, le origini, le cause della morte. Tutte storie nate e spesso finite su «quelle barche che invece di essere una via di speranza sono state una via di morte» come disse Papa Francesco a Lampedusa nel luglio 2013, pochi mesi dopo la sua elezione con la significativa prima uscita dal Vaticano per lanciare una corona di fiori nelle acque del cimitero del Mediterraneo. «Il 2016 è il terzo anno consecutivo in cui i decessi superano le tremila unità, e questo è estremamente allarmante» spiega il portavoce dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, Joel Millman. Da marzo a giugno sono morti venti migranti ogni giorno. Il 90 per cento circa delle morti accertate sono avvenute nel tratto del Mediterraneo tra Libia e Italia, e in quasi tutti i casi le vittime provenivano dall’Africa subsahariana. Non si muore solo annegati, si muore anche per stremo delle forze a bordo delle stesse imbarcazioni che vengono intercettate e soccorse come quando a luglio scorso arrivò in Calabria una nave con 18 cadaveri a bordo. Volendo solo tracciare un resoconto solo per il 2016 (in tutto il 2015 sono morte 3700 persone, a fronte di un milione di arrivi) c’è almeno una strage a mare alla settimana, con 300 delle 1400 vittime che sono bambini 300 corpi senza vita come quello del piccolo Aylan, per usare un’immagine che scuote ancora le coscienze. È il 2016 l’anno che inizia nella maniera più triste possibile: è il giorno dopo Capodanno e un bambino di 2 anni, siriano, perde la vita mentre il gommone sul quale viaggiava con una cinquantina di persone tra cui la madre affonda non lontano dall’isola di Lesbo. Tre giorni dopo, altre 36 vittime accertate, in due distinti naufragi sempre nel mar Egeo, soprattutto siriani e iracheni. Passano pochi giorni e una donna trovata morta, lanciata in mare con altre persone dagli scafisti, segnano l’ennesima tragedia sulle coste leccesi. Altre 10 vittime, tra cui 4 bambini, il 15 gennaio al largo dell’isola di Farmakonissi. Tra il 20 e il 22 gennaio, un susseguirsi di stragi che hanno prodotto un’ulteriore ecatombe: 60 vittime, tra cui almeno una decina di bambini e altrettante donne, sempre al largo della costa turca, in un mare freddo e molto mosso, non abbastanza però per fermare le partenze. Il computo di vittime è un crescendo, arrivano tutte dal Medio Oriente in fiamme: 73 vittime in tre distinti drammi rispettivamente nelle acque vicine alle isole di Kos, Samos e Lesbos, tra il 28 e il 30 del mese di gennaio. Tra questi gli almeno 18 bambini, su 25 decessi totali, del naufragio del 25 gennaio. La prima strage di febbraio è avvenuta il secondo giorno del mese: nove morti, due bambini, inabissatisi dopo essere partiti da poco dalla Turchia. L’entrata in vigore del discusso accordo Ue-Turchia, che limitato le partenze anche per la presenza di navi della Nato nel mar Egeo, azzera le morti nel tratto greco-turco, per riprendere però nel Canale di Sicilia, con l’allucinante naufragio del 22 aprile scorso – almeno 500 morti stimati, etiopi e di altri Stati africani. Ma anche il più fedele anagrafe del cimitero del Mediterraneo fornisce il numero esatto dei corpi senza vita che sono scomparsi nei fondali. Quando il 2 settembre 2015 la foto di Aylan, il bambino siriano di tre anni arrivato morto dopo un naufragio sulla spiaggia turca di Bodrum, fa il giro del mondo si squarcia, ma solo per pochi giorni, la «globalizzazione dell’indifferenza». Aylan era solo uno dei 3771 migranti morti nel Mediterraneo nel 2015, perché un altro dramma, con un’altra foto avrebbe sconvolto il mondo: un bimbo, di cui non si conosce niente, imbarcato su un gommone che dalla Libia cerca di raggiungere l’isola di Lampedusa. Martin, un volontario di un’associazione tedesca, testimonia: «L’ho preso dall’acqua, sembrava una bambola che galleggiava». Il bambino senza nome fa parte dei 2942 migranti morti nel Mediterraneo dall’inizio del 2016, (dati Oim aggiornati all’undici luglio 2016). Il primo, tragico appuntamento con la morte di massa fu quello del 3 ottobre 2013, quando al largo di Lampedusa un’imbarcazione libica si rovescia portando con sé la vita di 366 immigrati, in aggiunta ai 2500 fra morti e dispersi dei primi otto mesi del 2015 e ai 3.419 del 2014. Le prime stragi del mare risalgono alla notte di Natale del 1996, quando un’imbarcazione viene speronata da un mercantile tra Malta e la Sicilia: 283 immigrati morti. Antonio Manzo  IL Mattino 

L'anagrafe del cimitero del Mediterraneo è in un database della Vrije Universiteit di Amsterdam. Numeri e grafici che fanno solo immaginare la Spoon River dell'ecatombe a mare, tragico punto di svolta delle migrazioni contemporanee. Ogni puntino della mappa corrisponde a un decesso, quelli accertati e documentati dalle autorità di Italia, Malta, Spagna, Gibilterra e Grecia. La Spoon River dei profughi è per ora solo un'ammasso di puntini blu chiaro che segnano le persone identificate ma dove il blu dello schermo s'intensifica, fino a oscurare anche l'immaginazione umana sulla sorte dei poveri cristi annegati, ci sono i profughi morti e non identificati. E il blu scuro diventa quasi nero, solo il colore di un lutto sbiadito dalla «globalizzazione dell'indifferenza» come denunciò Papa Francesco a Lampedusa. Vittime sconosciute, a migliaia: sono gli enne-enne del mare che affrontarono il viaggio nel Mediterraneo con identità riconosciute in vita per finire poi con i loro nomi e cognomi dispersi nella storia degli abissi del mare. Nell'anagrafe del cimitero del Mediterraneo, elaborato dall'università danese, ci sono i dati che riguardano un periodo che va dal 1990 al 2013. Se clicchi sul quadrato «Who are they» (chi sono loro) ottieni dall'anagrafe del cimitero del Mediterraneo l'analisi demografica di questi decessi, divisi per età e genere, le origini, le cause della morte. Tutte storie nate e spesso finite su «quelle barche che invece di essere una via di speranza sono state una via di morte» come disse Papa Francesco a Lampedusa nel luglio 2013, pochi mesi dopo la sua elezione con la significativa prima uscita dal Vaticano per lanciare una corona di fiori nelle acque del cimitero del Mediterraneo. «Il 2016 è il terzo anno consecutivo in cui i decessi superano le tremila unità, e questo è estremamente allarmante» spiega il portavoce dell'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, Joel Millman. Da marzo a giugno sono morti venti migranti ogni giorno. Il 90 per cento circa delle morti accertate sono avvenute nel tratto del Mediterraneo tra Libia e Italia, e in quasi tutti i casi le vittime provenivano dall'Africa subsahariana. Non si muore solo annegati, si muore anche per stremo delle forze a bordo delle stesse imbarcazioni che vengono intercettate e soccorse come quando a luglio scorso arrivò in Calabria una nave con 18 cadaveri a bordo. Volendo solo tracciare un resoconto solo per il 2016 (in tutto il 2015 sono morte 3700 persone, a fronte di un milione di arrivi) c'è almeno una strage a mare alla settimana, con 300 delle 1400 vittime che sono bambini 300 corpi senza vita come quello del piccolo Aylan, per usare un'immagine che scuote ancora le coscienze. È il 2016 l'anno che inizia nella maniera più triste possibile: è il giorno dopo Capodanno e un bambino di 2 anni, siriano, perde la vita mentre il gommone sul quale viaggiava con una cinquantina di persone tra cui la madre affonda non lontano dall'isola di Lesbo. Tre giorni dopo, altre 36 vittime accertate, in due distinti naufragi sempre nel mar Egeo, soprattutto siriani e iracheni. Passano pochi giorni e una donna trovata morta, lanciata in mare con altre persone dagli scafisti, segnano l'ennesima tragedia sulle coste leccesi. Altre 10 vittime, tra cui 4 bambini, il 15 gennaio al largo dell'isola di Farmakonissi. Tra il 20 e il 22 gennaio, un susseguirsi di stragi che hanno prodotto un'ulteriore ecatombe: 60 vittime, tra cui almeno una decina di bambini e altrettante donne, sempre al largo della costa turca, in un mare freddo e molto mosso, non abbastanza però per fermare le partenze. Il computo di vittime è un crescendo, arrivano tutte dal Medio Oriente in fiamme: 73 vittime in tre distinti drammi rispettivamente nelle acque vicine alle isole di Kos, Samos e Lesbos, tra il 28 e il 30 del mese di gennaio. Tra questi gli almeno 18 bambini, su 25 decessi totali, del naufragio del 25 gennaio. La prima strage di febbraio è avvenuta il secondo giorno del mese: nove morti, due bambini, inabissatisi dopo essere partiti da poco dalla Turchia. L'entrata in vigore del discusso accordo Ue-Turchia, che limitato le partenze anche per la presenza di navi della Nato nel mar Egeo, azzera le morti nel tratto greco-turco, per riprendere però nel Canale di Sicilia, con l'allucinante naufragio del 22 aprile scorso – almeno 500 morti stimati, etiopi e di altri Stati africani. Ma anche il più fedele anagrafe del cimitero del Mediterraneo fornisce il numero esatto dei corpi senza vita che sono scomparsi nei fondali. Quando il 2 settembre 2015 la foto di Aylan, il bambino siriano di tre anni arrivato morto dopo un naufragio sulla spiaggia turca di Bodrum, fa il giro del mondo si squarcia, ma solo per pochi giorni, la «globalizzazione dell'indifferenza». Aylan era solo uno dei 3771 migranti morti nel Mediterraneo nel 2015, perché un altro dramma, con un'altra foto avrebbe sconvolto il mondo: un bimbo, di cui non si conosce niente, imbarcato su un gommone che dalla Libia cerca di raggiungere l'isola di Lampedusa. Martin, un volontario di un'associazione tedesca, testimonia: «L'ho preso dall'acqua, sembrava una bambola che galleggiava». Il bambino senza nome fa parte dei 2942 migranti morti nel Mediterraneo dall'inizio del 2016, (dati Oim aggiornati all'undici luglio 2016). Il primo, tragico appuntamento con la morte di massa fu quello del 3 ottobre 2013, quando al largo di Lampedusa un'imbarcazione libica si rovescia portando con sé la vita di 366 immigrati, in aggiunta ai 2500 fra morti e dispersi dei primi otto mesi del 2015 e ai 3.419 del 2014. Le prime stragi del mare risalgono alla notte di Natale del 1996, quando un'imbarcazione viene speronata da un mercantile tra Malta e la Sicilia: 283 immigrati morti. Antonio Manzo  IL Mattino