Stati Uniti, bufera su Hillary Clinton: ha nascosto la sua polmonite. Sospesa la campagna elettorale

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Il ginocchio che si piega, il corpo che si affloscia, la testa reclinata nelle portiere della limousine nera che la accoglie come fosse un’ambulanza. Il filmato dello svenimento di Hillary Clinton da domenica pomeriggio scorre a ritmo continuo sugli schermi di tutte le stazioni televisive americane. È l’intrusione imprevista ed esplosiva della realtà in una campagna disegnata a tavolino fino nei più piccoli particolari, nel tentativo ossessivo di riscriverla in chiave agiografica. La candidata democratica è nella sua villa di Chappaqua, a nord della città, al riparo da sguardi indiscreti. Il medico che l’ha visitata a casa della figlia Chelsea a Manhattan subito dopo il malore l’ha dichiarata in netta ripresa dalla crisi di disidratazione che l’ha colpita a Ground Zero, ma non ha più potuto nascondere la diagnosi di polmonite che era stata emessa già venerdì scorso. Hillary ha bisogno di riposo. Ieri ha disertato il volo che doveva portarla a incontrare un gruppo di donatori a Los Angeles, i quali si sono dovuti accontentare di ascoltare la sua voce in teleconferenza. La signora Clinton non pronuncerà a Reno in Nevada il discorso che avrebbe dovuto chiarire la sua agenda per il risanamento dell’economia nazionale. Riprenderà forse la campagna mercoledì, ma dalle piazze del nordest più vicine alla sua residenza e non dalle tappe più lontane che erano registrate nel suo taccuino. La cosa più importante per lei nell’immediato è guarire e allo stesso tempo cercare di sanare la nuova crisi di fiducia che l’episodio ha aperto. Da quanto tempo dura la sua malattia? Quanto è grave e che tipo di implicazioni ha? Come è possibile che persino i vertici della squadra elettorale siano stati tenuti all’oscuro fino a domenica? L’essenza di questo passaggio cruciale della campagna a otto settimane dal voto è in un Tweet inviato da Daniel Axelrod, artefice della prima vittoria di Obama nel 2008 e oggi analista politico televisivo: «La polmonite si cura con gli antibiotici. Ma qual è la cura per una difesa maniacale della privacy, anche quando causa problemi non necessari?». La sorpresa della giornata ieri è stato il silenzio rispettoso che Trump ha osservato nei confronti della sua avversaria. Si è limitato ad augurarle in un’intervista mattutina una pronta guarigione e le ha dato appuntamento al dibattito del 26 settembre; ma nel comizio che ha tenuto a Baltimore più tardi non ha aggiunto una sola parola e si è limitato ad attaccarla per aver definito «deplorevole» la parte più reazionaria dei suoi elettori. Eppure Trump da diverse settimane prima dell’incidente di domenica aveva insistito sul concetto che alla signora Clinton «mancano stamina mentale e fisica» per poter affrontare l’ufficio della presidenza. Un’affermazione che sembrava solleticare le fantasia più perverse che sul web dipingono la sua avversaria come una malata terminale di cancro alla lingua, insidiata dal morbo di Parkinson e affetta da tumore celebrale. Il tema dello stato di salute dei candidati, una volta terreno protetto dalla curiosità dei media e del pubblico americano, è caldo in questa campagna elettorale nella quale i due candidati Clinton e Trump hanno rispettivamente 68 e 70 anni e sono i finalisti più anziani della storia presidenziale. Uno dei commentatori della rete Fox, Sean Hannity, ha voluto persino vedere segni di Alzheimer in una stretta di mano troppo ripetuta da Hillary. La crisi aperta dallo svenimento di domenica aggiunge ora nuova pressione alla richiesta di trasparenza. (Flavio Pompetti – Il Mattino) 

Il ginocchio che si piega, il corpo che si affloscia, la testa reclinata nelle portiere della limousine nera che la accoglie come fosse un’ambulanza. Il filmato dello svenimento di Hillary Clinton da domenica pomeriggio scorre a ritmo continuo sugli schermi di tutte le stazioni televisive americane. È l’intrusione imprevista ed esplosiva della realtà in una campagna disegnata a tavolino fino nei più piccoli particolari, nel tentativo ossessivo di riscriverla in chiave agiografica. La candidata democratica è nella sua villa di Chappaqua, a nord della città, al riparo da sguardi indiscreti. Il medico che l’ha visitata a casa della figlia Chelsea a Manhattan subito dopo il malore l’ha dichiarata in netta ripresa dalla crisi di disidratazione che l’ha colpita a Ground Zero, ma non ha più potuto nascondere la diagnosi di polmonite che era stata emessa già venerdì scorso. Hillary ha bisogno di riposo. Ieri ha disertato il volo che doveva portarla a incontrare un gruppo di donatori a Los Angeles, i quali si sono dovuti accontentare di ascoltare la sua voce in teleconferenza. La signora Clinton non pronuncerà a Reno in Nevada il discorso che avrebbe dovuto chiarire la sua agenda per il risanamento dell’economia nazionale. Riprenderà forse la campagna mercoledì, ma dalle piazze del nordest più vicine alla sua residenza e non dalle tappe più lontane che erano registrate nel suo taccuino. La cosa più importante per lei nell’immediato è guarire e allo stesso tempo cercare di sanare la nuova crisi di fiducia che l’episodio ha aperto. Da quanto tempo dura la sua malattia? Quanto è grave e che tipo di implicazioni ha? Come è possibile che persino i vertici della squadra elettorale siano stati tenuti all’oscuro fino a domenica? L’essenza di questo passaggio cruciale della campagna a otto settimane dal voto è in un Tweet inviato da Daniel Axelrod, artefice della prima vittoria di Obama nel 2008 e oggi analista politico televisivo: «La polmonite si cura con gli antibiotici. Ma qual è la cura per una difesa maniacale della privacy, anche quando causa problemi non necessari?». La sorpresa della giornata ieri è stato il silenzio rispettoso che Trump ha osservato nei confronti della sua avversaria. Si è limitato ad augurarle in un’intervista mattutina una pronta guarigione e le ha dato appuntamento al dibattito del 26 settembre; ma nel comizio che ha tenuto a Baltimore più tardi non ha aggiunto una sola parola e si è limitato ad attaccarla per aver definito «deplorevole» la parte più reazionaria dei suoi elettori. Eppure Trump da diverse settimane prima dell’incidente di domenica aveva insistito sul concetto che alla signora Clinton «mancano stamina mentale e fisica» per poter affrontare l’ufficio della presidenza. Un’affermazione che sembrava solleticare le fantasia più perverse che sul web dipingono la sua avversaria come una malata terminale di cancro alla lingua, insidiata dal morbo di Parkinson e affetta da tumore celebrale. Il tema dello stato di salute dei candidati, una volta terreno protetto dalla curiosità dei media e del pubblico americano, è caldo in questa campagna elettorale nella quale i due candidati Clinton e Trump hanno rispettivamente 68 e 70 anni e sono i finalisti più anziani della storia presidenziale. Uno dei commentatori della rete Fox, Sean Hannity, ha voluto persino vedere segni di Alzheimer in una stretta di mano troppo ripetuta da Hillary. La crisi aperta dallo svenimento di domenica aggiunge ora nuova pressione alla richiesta di trasparenza. (Flavio Pompetti – Il Mattino)