Cosmi il mio Trapani è grande

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E’ già capitato alla Cremonese di Vialli: perdere lo spareggio, sfiorare la prima promozione in A della storia, piangere per un capolavoro che si sbriciola all’improvviso come sabbia dopo un anno di ambizioni e fatiche, temere che la ruota del destino non possa offrire così presto un’altra opportunità e scoprire poi che il biglietto della lotteria è ancora sotto il cuscino e l’appuntamento è stato rinviato solo di una stagione. Era l’estate del 1983 – stava nascendo internet e un mito come Zoff chiudeva la carriera – quando quella Cremonese, maglie grigiorosse, schemi brillanti e pressing, allenata da Mondonico e guidata dal presidente Luzzara (che prima di Vialli aveva lanciato Cabrini), una favola in grado di appassionare e coinvolgere proprio come il Trapani di Cosmi, rimaneva in serie B dopo gli spareggi con il Como e il Catania di Di Marzio, pronto a spuntarla e a salire di categoria con il Milan di Castagner e la Lazio di Clagluna-Morrone. Sembrava la fine di un sogno, che però stava appena sbocciando: «Mi ricordo bene la Cremonese di Vialli, giocava bene, divertiva, aveva saputo catturare l’attenzione e la simpatia degli sportivi», racconta Cosmi, ancora in tuta, al termine dell’allenamento. Anche le statistiche, in fondo, spingono il Trapani a riprovarci: negli ultimi trentatré anni, oltre alla Cremonese, altri quattro club hanno centrato la promozione nella stagione successiva a un play-off perso: dal Lecce (1989) al Torino (1998), dal Sassuolo (2013) al Pescara (2016). 
 
Cosmi, sul suo profilo whatsapp ha scelto un aforisma: “Mai mostrare le ferite, perché il sangue attira gli squali”. Qual è il segreto per ripartire dopo quella sconfitta in finale con il Pescara? E come si supera una delusione così dolorosa? 
 
«Si ricomincia con il desiderio di riproporre anche in questo campionato la stessa immagine sportiva e comportamentale a livello di squadra, di società e di tifoseria. Contro il Pescara abbiamo vissuto un momento di dispiacere, causato dal fatto di non essere riusciti a completare nel mondo più bello una storia speciale. Ma nello sport, proprio come nella vita, quando ti rendi conto che sei già andato oltre ogni aspettativa, non si devono avere rimpianti e non si può parlare di delusione. Il termine più appropriato è dispiacere».  
 
Cosa ha detto ai giocatori nel primo giorno di ritiro? 
 
«Abbiamo riposato meno di un mese. Oltretutto la squadra era ancora in costruzione: c’era chi doveva entrare e chi si preparava a uscire. Non mi sono soffermato sugli obiettivi. Ho fatto un altro tipo di discorso: ho cominciato a spiegare ai giocatori che la vera sfida non è quella di migliorarsi, ma di non perdere la nostra identità. Ecco la chiave più importante. Mi riferisco alla mentalità, al coraggio, alla qualità del gioco che aveva contraddistinto il Trapani nella scorsa stagione. Il problema però è un altro…». 
 
A cosa si riferisce? 
 
«E’ assurdo che il mercato rimanga aperto fino al 31 agosto: tempi lunghi che danneggiano il lavoro degli allenatori. E che si trasformano in una distrazione per i calciatori. Non è l’unico difetto grave del nostro ambiente, ne riscontro tanti, però le società dovrebbero concentrare le trattative in un periodo più breve, consentendo così ai tecnici di svolgere il loro mestiere, di fare esperimenti, di dedicarsi alla preparazione. Vi sembrerà un paradosso, ma mi sembra di aver cominciato un certo tipo di lavoro solo da una settimana. Difficile sviluppare un progetto convivendo con un mercato regolato da questi meccanismi: è tutto così lento e dispersivo». 
 
Da Guerrieri a Casasola, da Colombatto a Machin: è un Trapani rinnovato, anche se ha blindato i due talenti più richiesti, Petkovic e Coronado. 
 
«Il Trapani ha una sua logica. Ragiona in modo differente da altre società: fa calcio con razionalità, per questo motivo sono rimasto e ho firmato per due anni. Il Trapani non spende cifre esagerate per giocatori che sono già considerati forti da tutti: prova a scoprirli, a crescerli, a valorizzarli. La forza del Trapani non va ricercata nella figura del suo allenatore oppure nei gol di un centravanti. A determinare la differenza è la mentalità del club: qui non si fanno voli pindarici, non ci si indebita, si tengono i conti in regola, così come non si lucra con il pallone, perché altrimenti in estate il Trapani avrebbe venduto due o tre giocatori e adesso si ritroverebbe con qualche milione in tasca. Rispetto dei ruoli e condivisione di un progetto: faccio l’allenatore da ventisei anni, qui ho trovato un feeling speciale con la proprietà, con la città, con la gente. Se non avessi firmato il rinnovo, probabilmente avrei trovato più avanti un contratto più vantaggioso sotto il profilo economico. Ma alla mia età posso permettermi di fare altre valutazioni e di non soffermarmi sul peso di un ingaggio: cercavo un club, serio e onesto, che pensasse il calcio come me. E a Trapani l’ho trovato.». 
 
E’ rimasto soddisfatto del mercato? 
 
«Sono molto contento, anche se la squadra deve ancora trovare una precisa fisionomia. Abbiamo raccolto due punti nelle prime due giornate. Se fossimo stati un po’ più fortunati con la Pro Vercelli, ora in classifica saremmo a quota 4. Siamo solo all’inizio, la strada è lunga. Eppure ascolto in giro tanti giudizi che sembrano già sentenze: il campionato di B è insidioso, le partenze a volte illudono. Per questo motivo io scelgo la linea della saggezza: non mi sbilancio. Ricordo che con il Brescia vinsi le prime cinque giornate, arrivando poi quinto. E posso citarvi, per fare esempi più recenti, il caso del Livorno: un anno fa era partito fortissimo e ora tutti sanno che fine ha fatto».  
 
Cosa manca al Trapani rispetto allo scorso anno? 
 
«Dobbiamo trovare gli equilibri giusti in difesa, dove abbiamo inserito giovani di valore come Guerrieri e Casasola. Ecco, ripensando al mercato, l’unico rammarico è di aver perso tre pedine nello stesso reparto: mi riferisco a Nicolas, a Perticone e a Scognamiglio. Ma la squadra è valida e completa: merita la fiducia che sta ricevendo come sempre dalla città. Presto potremo contare su Machin, che si sta riprendendo da un infortunio. Contro la Pro Vercelli ho fatto debuttare Colombatto. Abbiamo diversi giocatori di ventuno, ventidue anni. Il traino dovrà essere rappresentato dalla vecchia guardia: penso a Citro, a Barillà, a Scozzarella, a Pagliarulo, tutti elementi molto apprezzati sul mercato che i dirigenti sono riusciti a tenere a Trapani».  
 
Quali risposte si aspetta dalla sfida con l’Avellino? 
 
«Finora non abbiamo potuto contare su Petkovic e Citro, che nella seconda parte della scorsa stagione erano stati fenomenali. Petkovic ha ricominciato a lavorare con noi da martedì, Citro è stato frenato dalla pubalgia. Il Trapani è un’idea bella che sta prendendo forma. Guerrieri è uno dei portieri più promettenti: è bravo, a Novara era stato il migliore in campo. Contro la Pro Vercelli, purtroppo, ha sbagliato sul gol di Vajushi: si è dispiaciuto, ma gli errori fanno bene, aiutano a crescere e lui è un ragazzo intelligente, saprà reagire subito». 
 
Il modulo è il 3-5-2: quasi un marchio di distinzione per lei. 
 
«Abbiamo iniziato con questa formula, ma io rifletto, valuto, sono pronto a cambiare. Nella passata stagione mi sono affidato spesso al 4-3-1-2».  
 
La squadra più forte della B? 
«Il Verona, il Bari e lo Spezia sono le più attrezzate. In seconda fila ci sono il Frosinone, il Carpi, il Perugia e il Novara. Inevitabile che qualcuna deluderà. Questo torneo sfugge spesso ai pronostici».  
Il giocatore che può fare la differenza in B? 
 
«Moras, il greco del Bari: è un difensore che riesce a fare reparto da solo, anche se adesso è fermo per infortunio».  
 
La possibile sorpresa? 
 
«Il Benevento ha investito su giocatori affermati: fa parte del gruppo delle neopromosse, ma alla luce dei colpi messi a segno sul mercato non deve essere considerato una possibile rivelazione. Così come la Spal, che si presenta in attacco con Cerri e Antenucci. La sorpresa può essere invece il Cittadella, che ha conservato l’allenatore e lo stesso gruppo dopo la promozione dalla Lega Pro e ora è primo con sei punti. Potrebbe essere una novità anche il Pisa, reduce da un’estate travagliata».  
 
Quali sono i giovani più promettenti del campionato? 
 
«Guerrieri può imporsi. E nel mio Trapani anche Casasola, Colombatto e Machin hanno grandi margini di crescita. Poi va seguito Simone Ganz, passato dal Como al Verona: sono convinto che questo sarà il suo ultimo campionato in B, è un attaccante di razza». 
 
Torniamo al Trapani: in società, durante il mercato, è cambiato il direttore sportivo. Faggiano ha accettato l’offerta del Palermo e al suo posto è arrivato Sensibile.  
 
«Ho vissuto con Daniele (Faggiano, ndr) un’esperienza di un anno e mezzo molto emozionante. Grande feeling, una totale identità di vedute. E anche il rapporto con Sensibile ha preso subito la direzione giusta. Ma qui a Trapani, lo ripeto, non è un allenatore, non è un ds e non è neppure un giocatore a garantire la marcia ion più: il fattore decisivo scaturisce dall’organizzazione della società».  
 
Il migliore portiere della B? 
 
«Il brasiliano Nicolas del Verona». 
 
Il difensore con maggiore personalità? 
 
«Moras, si muove da leader: può aiutare tanto il Bari». 
 
E il centrocampista che sposta gli equilibri? 
 
«Mi aspetto tanto da Coronado, che in un anno ci ha garantito un rendimento favoloso. Se devo guardare altrove, allora faccio il nome di Odjer, mediano della Salernitana».  
 
L’attaccante più forte? 
 
«Ganz è pronto per la serie A».  
 
I club di B cosa possono insegnare a quelli di A? 
 
«E’ una B differente rispetto a dieci anni fa, quando c’erano la Juventus, il Napoli e il Genoa. C’è una profonda differenza a livello economico. Nel 2006, chi faticava a trovare spazio in A, scendeva di categoria con la garanzia che avrebbe conservato un ottimo ingaggio. Adesso i club di B sono attenti ai bilanci, hanno capito che l’equilibrio finanziario è una condizione fondamentale per assicurarsi un futuro. E così evitano, quasi tutti, di spendere per i cosiddetti big e puntano sui giovani, sui talenti italiani, di casa nostra. Una strada intelligente. E sarebbe bello pensare ai club di B, pronti a dare spazio ai prodotti dei nostri vivai, come a un esempio per le società di A. Poi, però, quando si compie il salto, si tende spesso a stravolgere le squadre. Nel calcio, purtroppo, si fa troppa filosofia. E a me non piace. Il vero modello è l’Empoli: non cambia i giocatori, non si snatura, non si fa condizionare. Investe sulle idee di un allenatore e su un gruppo senza smarrire la strada».  
 
Cosa le è rimasto dell’abbraccio di Oddo, mentre lei piangeva in panchina per la mancata promozione del Trapani? 
 
«E’ stato il gesto di un amico che ha capito il momento. Oltretutto le ultime partite da calciatore le ha disputate nel mio Lecce: ero il suo allenatore. Quell’abbraccio fa parte della bellezza del calcio: la gente cerca emozioni e sentimenti in uno stadio. E anche io, a volte con qualche comportamento sopra le righe, ho sempre vissuto nel mondo del pallone facendomi guidare dal cuore, dalla purezza di uno stato d’animo, nei momenti di gioia e nei giorni più tristi».  
 
Ventisei anni in panchina: dalla Pontevecchio al Trapani. Il rimpianto più grosso, escludendo il ko con il Pescara di qualche mese fa? 
 
«Di essere stato l’allenatore della Roma soltanto per una notte, ma evito riferimenti storici e temporali».  
 
Il presidente ideale? 
 
«Luciano Gaucci. Non solo perché mi ha lanciato, si è fidato di me, mi ha appoggiato. Scelgo lui per l’umanità e la generosità».  
 
Quello con il quale non ha proprio legato… 
 
«Sono diversi, qualcuno mi ha fatto anche del male volontariamente. Però sono andato avanti, argomento chiuso».  
 
Gattuso le somiglia? 
 
«No, deve ancora cominciare a fare l’allenatore. Manca poco, a volte, che provi a entrare in campo, tanta è l’intensità con la quale vive le partite davanti alla panchina. Spero che nel Pisa continui a fare bene, dopo tutte quelle storie legate al cambio di proprietà».  
 
Dove vive a Trapani? 
 
«Avevo una casa in centro, adesso abito vicino al mare». 

Fonte:corrierdellosport

 
E’ già capitato alla Cremonese di Vialli: perdere lo spareggio, sfiorare la prima promozione in A della storia, piangere per un capolavoro che si sbriciola all’improvviso come sabbia dopo un anno di ambizioni e fatiche, temere che la ruota del destino non possa offrire così presto un’altra opportunità e scoprire poi che il biglietto della lotteria è ancora sotto il cuscino e l’appuntamento è stato rinviato solo di una stagione. Era l’estate del 1983 – stava nascendo internet e un mito come Zoff chiudeva la carriera – quando quella Cremonese, maglie grigiorosse, schemi brillanti e pressing, allenata da Mondonico e guidata dal presidente Luzzara (che prima di Vialli aveva lanciato Cabrini), una favola in grado di appassionare e coinvolgere proprio come il Trapani di Cosmi, rimaneva in serie B dopo gli spareggi con il Como e il Catania di Di Marzio, pronto a spuntarla e a salire di categoria con il Milan di Castagner e la Lazio di Clagluna-Morrone. Sembrava la fine di un sogno, che però stava appena sbocciando: «Mi ricordo bene la Cremonese di Vialli, giocava bene, divertiva, aveva saputo catturare l’attenzione e la simpatia degli sportivi», racconta Cosmi, ancora in tuta, al termine dell’allenamento. Anche le statistiche, in fondo, spingono il Trapani a riprovarci: negli ultimi trentatré anni, oltre alla Cremonese, altri quattro club hanno centrato la promozione nella stagione successiva a un play-off perso: dal Lecce (1989) al Torino (1998), dal Sassuolo (2013) al Pescara (2016). 
 
Cosmi, sul suo profilo whatsapp ha scelto un aforisma: “Mai mostrare le ferite, perché il sangue attira gli squali”. Qual è il segreto per ripartire dopo quella sconfitta in finale con il Pescara? E come si supera una delusione così dolorosa? 
 
«Si ricomincia con il desiderio di riproporre anche in questo campionato la stessa immagine sportiva e comportamentale a livello di squadra, di società e di tifoseria. Contro il Pescara abbiamo vissuto un momento di dispiacere, causato dal fatto di non essere riusciti a completare nel mondo più bello una storia speciale. Ma nello sport, proprio come nella vita, quando ti rendi conto che sei già andato oltre ogni aspettativa, non si devono avere rimpianti e non si può parlare di delusione. Il termine più appropriato è dispiacere».  
 
Cosa ha detto ai giocatori nel primo giorno di ritiro? 
 
«Abbiamo riposato meno di un mese. Oltretutto la squadra era ancora in costruzione: c’era chi doveva entrare e chi si preparava a uscire. Non mi sono soffermato sugli obiettivi. Ho fatto un altro tipo di discorso: ho cominciato a spiegare ai giocatori che la vera sfida non è quella di migliorarsi, ma di non perdere la nostra identità. Ecco la chiave più importante. Mi riferisco alla mentalità, al coraggio, alla qualità del gioco che aveva contraddistinto il Trapani nella scorsa stagione. Il problema però è un altro…». 
 
A cosa si riferisce? 
 
«E’ assurdo che il mercato rimanga aperto fino al 31 agosto: tempi lunghi che danneggiano il lavoro degli allenatori. E che si trasformano in una distrazione per i calciatori. Non è l’unico difetto grave del nostro ambiente, ne riscontro tanti, però le società dovrebbero concentrare le trattative in un periodo più breve, consentendo così ai tecnici di svolgere il loro mestiere, di fare esperimenti, di dedicarsi alla preparazione. Vi sembrerà un paradosso, ma mi sembra di aver cominciato un certo tipo di lavoro solo da una settimana. Difficile sviluppare un progetto convivendo con un mercato regolato da questi meccanismi: è tutto così lento e dispersivo». 
 
Da Guerrieri a Casasola, da Colombatto a Machin: è un Trapani rinnovato, anche se ha blindato i due talenti più richiesti, Petkovic e Coronado. 
 
«Il Trapani ha una sua logica. Ragiona in modo differente da altre società: fa calcio con razionalità, per questo motivo sono rimasto e ho firmato per due anni. Il Trapani non spende cifre esagerate per giocatori che sono già considerati forti da tutti: prova a scoprirli, a crescerli, a valorizzarli. La forza del Trapani non va ricercata nella figura del suo allenatore oppure nei gol di un centravanti. A determinare la differenza è la mentalità del club: qui non si fanno voli pindarici, non ci si indebita, si tengono i conti in regola, così come non si lucra con il pallone, perché altrimenti in estate il Trapani avrebbe venduto due o tre giocatori e adesso si ritroverebbe con qualche milione in tasca. Rispetto dei ruoli e condivisione di un progetto: faccio l’allenatore da ventisei anni, qui ho trovato un feeling speciale con la proprietà, con la città, con la gente. Se non avessi firmato il rinnovo, probabilmente avrei trovato più avanti un contratto più vantaggioso sotto il profilo economico. Ma alla mia età posso permettermi di fare altre valutazioni e di non soffermarmi sul peso di un ingaggio: cercavo un club, serio e onesto, che pensasse il calcio come me. E a Trapani l’ho trovato.». 
 
E’ rimasto soddisfatto del mercato? 
 
«Sono molto contento, anche se la squadra deve ancora trovare una precisa fisionomia. Abbiamo raccolto due punti nelle prime due giornate. Se fossimo stati un po’ più fortunati con la Pro Vercelli, ora in classifica saremmo a quota 4. Siamo solo all’inizio, la strada è lunga. Eppure ascolto in giro tanti giudizi che sembrano già sentenze: il campionato di B è insidioso, le partenze a volte illudono. Per questo motivo io scelgo la linea della saggezza: non mi sbilancio. Ricordo che con il Brescia vinsi le prime cinque giornate, arrivando poi quinto. E posso citarvi, per fare esempi più recenti, il caso del Livorno: un anno fa era partito fortissimo e ora tutti sanno che fine ha fatto».  
 
Cosa manca al Trapani rispetto allo scorso anno? 
 
«Dobbiamo trovare gli equilibri giusti in difesa, dove abbiamo inserito giovani di valore come Guerrieri e Casasola. Ecco, ripensando al mercato, l’unico rammarico è di aver perso tre pedine nello stesso reparto: mi riferisco a Nicolas, a Perticone e a Scognamiglio. Ma la squadra è valida e completa: merita la fiducia che sta ricevendo come sempre dalla città. Presto potremo contare su Machin, che si sta riprendendo da un infortunio. Contro la Pro Vercelli ho fatto debuttare Colombatto. Abbiamo diversi giocatori di ventuno, ventidue anni. Il traino dovrà essere rappresentato dalla vecchia guardia: penso a Citro, a Barillà, a Scozzarella, a Pagliarulo, tutti elementi molto apprezzati sul mercato che i dirigenti sono riusciti a tenere a Trapani».  
 
Quali risposte si aspetta dalla sfida con l’Avellino? 
 
«Finora non abbiamo potuto contare su Petkovic e Citro, che nella seconda parte della scorsa stagione erano stati fenomenali. Petkovic ha ricominciato a lavorare con noi da martedì, Citro è stato frenato dalla pubalgia. Il Trapani è un’idea bella che sta prendendo forma. Guerrieri è uno dei portieri più promettenti: è bravo, a Novara era stato il migliore in campo. Contro la Pro Vercelli, purtroppo, ha sbagliato sul gol di Vajushi: si è dispiaciuto, ma gli errori fanno bene, aiutano a crescere e lui è un ragazzo intelligente, saprà reagire subito». 
 
Il modulo è il 3-5-2: quasi un marchio di distinzione per lei. 
 
«Abbiamo iniziato con questa formula, ma io rifletto, valuto, sono pronto a cambiare. Nella passata stagione mi sono affidato spesso al 4-3-1-2».  
 
La squadra più forte della B? 
«Il Verona, il Bari e lo Spezia sono le più attrezzate. In seconda fila ci sono il Frosinone, il Carpi, il Perugia e il Novara. Inevitabile che qualcuna deluderà. Questo torneo sfugge spesso ai pronostici».  
Il giocatore che può fare la differenza in B? 
 
«Moras, il greco del Bari: è un difensore che riesce a fare reparto da solo, anche se adesso è fermo per infortunio».  
 
La possibile sorpresa? 
 
«Il Benevento ha investito su giocatori affermati: fa parte del gruppo delle neopromosse, ma alla luce dei colpi messi a segno sul mercato non deve essere considerato una possibile rivelazione. Così come la Spal, che si presenta in attacco con Cerri e Antenucci. La sorpresa può essere invece il Cittadella, che ha conservato l’allenatore e lo stesso gruppo dopo la promozione dalla Lega Pro e ora è primo con sei punti. Potrebbe essere una novità anche il Pisa, reduce da un’estate travagliata».  
 
Quali sono i giovani più promettenti del campionato? 
 
«Guerrieri può imporsi. E nel mio Trapani anche Casasola, Colombatto e Machin hanno grandi margini di crescita. Poi va seguito Simone Ganz, passato dal Como al Verona: sono convinto che questo sarà il suo ultimo campionato in B, è un attaccante di razza». 
 
Torniamo al Trapani: in società, durante il mercato, è cambiato il direttore sportivo. Faggiano ha accettato l’offerta del Palermo e al suo posto è arrivato Sensibile.  
 
«Ho vissuto con Daniele (Faggiano, ndr) un’esperienza di un anno e mezzo molto emozionante. Grande feeling, una totale identità di vedute. E anche il rapporto con Sensibile ha preso subito la direzione giusta. Ma qui a Trapani, lo ripeto, non è un allenatore, non è un ds e non è neppure un giocatore a garantire la marcia ion più: il fattore decisivo scaturisce dall’organizzazione della società».  
 
Il migliore portiere della B? 
 
«Il brasiliano Nicolas del Verona». 
 
Il difensore con maggiore personalità? 
 
«Moras, si muove da leader: può aiutare tanto il Bari». 
 
E il centrocampista che sposta gli equilibri? 
 
«Mi aspetto tanto da Coronado, che in un anno ci ha garantito un rendimento favoloso. Se devo guardare altrove, allora faccio il nome di Odjer, mediano della Salernitana».  
 
L’attaccante più forte? 
 
«Ganz è pronto per la serie A».  
 
I club di B cosa possono insegnare a quelli di A? 
 
«E’ una B differente rispetto a dieci anni fa, quando c’erano la Juventus, il Napoli e il Genoa. C’è una profonda differenza a livello economico. Nel 2006, chi faticava a trovare spazio in A, scendeva di categoria con la garanzia che avrebbe conservato un ottimo ingaggio. Adesso i club di B sono attenti ai bilanci, hanno capito che l’equilibrio finanziario è una condizione fondamentale per assicurarsi un futuro. E così evitano, quasi tutti, di spendere per i cosiddetti big e puntano sui giovani, sui talenti italiani, di casa nostra. Una strada intelligente. E sarebbe bello pensare ai club di B, pronti a dare spazio ai prodotti dei nostri vivai, come a un esempio per le società di A. Poi, però, quando si compie il salto, si tende spesso a stravolgere le squadre. Nel calcio, purtroppo, si fa troppa filosofia. E a me non piace. Il vero modello è l’Empoli: non cambia i giocatori, non si snatura, non si fa condizionare. Investe sulle idee di un allenatore e su un gruppo senza smarrire la strada».  
 
Cosa le è rimasto dell’abbraccio di Oddo, mentre lei piangeva in panchina per la mancata promozione del Trapani? 
 
«E’ stato il gesto di un amico che ha capito il momento. Oltretutto le ultime partite da calciatore le ha disputate nel mio Lecce: ero il suo allenatore. Quell’abbraccio fa parte della bellezza del calcio: la gente cerca emozioni e sentimenti in uno stadio. E anche io, a volte con qualche comportamento sopra le righe, ho sempre vissuto nel mondo del pallone facendomi guidare dal cuore, dalla purezza di uno stato d’animo, nei momenti di gioia e nei giorni più tristi».  
 
Ventisei anni in panchina: dalla Pontevecchio al Trapani. Il rimpianto più grosso, escludendo il ko con il Pescara di qualche mese fa? 
 
«Di essere stato l’allenatore della Roma soltanto per una notte, ma evito riferimenti storici e temporali».  
 
Il presidente ideale? 
 
«Luciano Gaucci. Non solo perché mi ha lanciato, si è fidato di me, mi ha appoggiato. Scelgo lui per l’umanità e la generosità».  
 
Quello con il quale non ha proprio legato… 
 
«Sono diversi, qualcuno mi ha fatto anche del male volontariamente. Però sono andato avanti, argomento chiuso».  
 
Gattuso le somiglia? 
 
«No, deve ancora cominciare a fare l’allenatore. Manca poco, a volte, che provi a entrare in campo, tanta è l’intensità con la quale vive le partite davanti alla panchina. Spero che nel Pisa continui a fare bene, dopo tutte quelle storie legate al cambio di proprietà».  
 
Dove vive a Trapani? 
 
«Avevo una casa in centro, adesso abito vicino al mare». 

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