Monti Lattari. Così «O’ Lion», il narcos dei Lattari ha costruito la Giamaica italiana

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Gragnano. Le coltivazioni di marijuana e il traffico di sostanze stupefacenti rappresentavano per il clan Di Martino-Afeltra un business da centinaia di migliaia di euro da espandere sempre di più. Forte delle proprietà sul Monte Faito e della nuova alleanza con il clan D’Alessandro per meglio gestire lo spaccio, la cosca attiva sui Lattari, secondo le forze dell’ordine e stando alle intercettazioni, stava cercando di portare droga e piantagioni anche in Calabria, nei pressi di Reggio. Ad indirizzare i carabinieri verso le coltivazioni sui Monti Lattari sono state le intercettazioni raccolte durante i colloqui nel carcere di Sulmona, dov’era detenuto fino ad aprile 2010 il boss Leonardo Di Martino, tra quest’ultimo, il figlio Fabio e la moglie Annamaria Molaro. Più volte, nelle discussioni ascoltate dai militari era presente anche la voce di Anna Carolei, la figlia di Paolo, ritenuto il nuovo capo dei D’Alessandro, nonché moglie di Fabio Di Martino. Bisogna ricordare, infatti, che è stato anche il matrimonio tra le nuove leve delle due famiglie a suggellare il patto tra i clan dell’area stabiese e dei Monti Lattari. A Sulmona, quindi, il boss Di Martino alias «o’ lion» dava direttive ai figli e alla moglie e ascoltava i resoconti sulla situazione delle coltivazioni. «Sta faticando? Sta zappando? Sta zappando?…Si?» chiede più volte il boss al figlio, interessandosi che il lavoro proceda regolarmente e insistendo sulla qualità dei semi acquistati: «…quanto le hanno pagate?…Cinque-seimila euro!…Ma quelli buoni hai preso?». Le indagini delle forze dell’ordine si sono concentrate in un’area particolare del Faito, denominata «Tre Portelle» sul versante stabiese della montagna. I militari hanno scoperto ben 5 coltivazioni irrigate tramite serbatoi da mille litri e perfettamente mimetizzate nei boschi a un’ora di cammino dai ripetitori Rai sulla vetta del Faito. I carabinieri hanno inoltre accertato la presenza di baracche e stalle, poco distanti dai siti oggetto di sequestro, a disposizione dei narco-coltivatori, atti all’essiccatura delle piante da cui poi ricavare la sostanza stupefacente. Centinaia di piante già mature dall’altezza di oltre tre metri che, secondi i calcoli degli inquirenti, tenendo conto che per ogni singola pianta portata a completa maturazione si ottengono una media di 200 dosi, avrebbero fornito al clan Di Martino un minimo di circa 80mila dosi per un valore economico di mercato di oltre 400mila euro. Le perlustrazioni effettuate nell’estate scorsa hanno rivelato un enorme traffico di droga generato dai Lattari, la «Giamaica italiana». Sulla scia dei primi riscontri dei carabinieri ai danni della criminalità organizzata, infatti, quest’anno l’attenzione è stata massima, arrivando a sequestrare oltre 50 piantagioni in pochi mesi. L’occasione di espandere il business della droga per il clan Di Martino-Afeltra si è presentata a quanto pare nello stesso carcere di Sulmona, dove il boss Leonardo aveva preso contatti con Giorgio Jerinò, un calabrese residente a Reggio Calabria con precedenti per associazione mafiosa volta al traffico di stupefacenti. Stando alle intercettazioni, su direttive del padre, Fabio avrebbe incontrato a Reggio proprio Jerinò, ponendo le basi per un traffico di droga tra Campania e Calabria.

fra. fe. Il Mattino di Napoli

scelto da Michele Pappacoda

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