“Cocco bello” l’affare estivo della camorra sulle spiagge della Campania

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Camorra dietro il “Cocco bello” che vediamo sulle spiagge della Campania, anche in Cositera amalfitana e Penisola Sorrentina? Ne parla Giuseppe Crimaldi su Il Mattino di Napoli  Escono la mattina presto, e per le otto sono già in spiaggia. Ognuno porta un carico di venti-trenta pezzi confezionati in retini blu pieni del frutto esotico che ciascuno di noi ha assaggiato almeno una volta nella vita, soprattutto quando si è al mare: il cocco. Soldati inconsapevoli di una camorra invisibile eppure presente sul territorio. Anche quando non è quello napoletano. Sgobbano per dieci-dodici ore consecutive sotto il sole, macinando chilometri di battigia e – quando la merce si è esaurita – c’è chi corre a rifornirli di un secondo o terzo carico. Non ci vuole molto a intuire da dove venga questo esercito di venditori ambulanti: per quanto mascherato, l’accento tradisce la loro origine. È il grande affare del cocco, sul quale la criminalità organizzata di Napoli ha messo da tempo le mani. Un business che ogni estate riesce ad assicurare guadagni milionari ai clan. La Sardegna è la meta più ambita, ma ormai le «paranze» che all’inizio di giugno partono alla volta delle principali località turistiche italiane hanno invaso anche la riviera romagnola e i litoriali laziali e toscano. Affari apparentemente innocui, dietro il quale si nasconde invece l’ombra della camorra. «Cocco fresco cocco bello!». Cappellini di paglia e pelle tatuata arrostita al sole, i napoletani che trovano lavoro vendendo il frutto della noce di cocco rispondono in realtà a un rigido codice imposto dai clan della criminalità organizzata napoletana, che con questo commercio fa affari d’oro. È il racket del cocco. Facile da gestire, con pochi rischi rispetto ad altre forme di attività illecite e – soprattutto – molto ma molto conveniente. Chi lo gestisce, alla fine dell’estate, si porta a casa dagli 800 mila al milione di euro (ovviamente esentasse). Ma procediamo con ordine, focalizzando proprio la Sardegna, dove da oltre dieci-quindici anni i clan hanno piantato radici e basi operative. L’isola è stata suddivisa in quattro quadranti, a mo’ di punti cardinali, all’interno dei quali opera ciascuna organizzazione criminale. Tra la più redditizia c’è quella compresa dai due versanti della provincia di Olbia-Tempio. Qui si è insediata ormai un a «paranza» gestita direttamente da uomini considerati vicini al clan Contini. E non a caso tutti i «dipendenti» – sfruttati e ovviamente pagati al nero – rispondono agli ordini di un uomo già noto alle forze dell’ordine che offre loro il seguente rapporto di lavoro: vitto e alloggio, oltre al 40 per cento dei ricavi giornalieri. I gruppi vengono organizzati a Napoli in primavera, e a metà giugno si parte. Il viaggio è naturalmente a carico dell’organizzazione: ma se poi qualcuno dei «dipendenti» sgarra o non rende deve tornarsene a casa pagandosi anche il biglietto della nave. Le regole sono ferree e non ammettono deroghe: la prima è quella di non parlare e non rispondere a chi fa domande indiscrete. La seconda prevede il controllo delle zone assegnate: e così se sulle spiagge bianche della Marinedda o di Isola Rossa viene intercettato un intruso, un concorrente, il venditore ha l’obbligo di avvertire immediatamente o mast, il quale arriva con due scagnozzi e fa capire – a prole, ma se serve anche passando ai fatti – che su quei litorali non c’è spazio per altri venditori di cocco che non siano napoletani. Poi ci sono le donne della famiglia. Le donne del gruppo che comanda. Si confondono tra i bagnanti, ma in realtà hanno un ruolo ben preciso: controllano che ciascun venditore faccia il proprio dovere. E che non dia confidenza agli estranei. La giornata di sfruttamento dei poveri cristi che vanno su e giù per le spiagge a vendere il «cocco bello» termina la sera in uno dei tanti baretti della provincia olbiese: li riconosci subito, fermi a giocare alle slot o a bere birra, non solo per l’accento ma anche per i discorsi che fanno sui guadagni giornalieri. Poi tutti a letto, mai oltre la mezzanotte perché c’è un’altra giornata in spiaggia ad attenderli. Il copione sardo è praticamente lo stesso che si ripete da Rimini a Riccione, da Viareggio all’Argentario, da Formia a Sperlonga. Il bello è che le forze dell’ordine – bene al corrente di queste forme di attività a dir poco border line, poco o nulla possono per stroncarle e risalire ai boss che spadroneggiano impuniti da decenni. Qualche anno fa proprio in Sardegna i carabinieri riuscirono a incastrare e arrestare due pregiudicati napoletani che gestivano il racket del cocco e che massacrarono di botte uno straniero che aveva «osato» mettersi a vendere in spiaggia il frutto esotico. Vennero condannati per tentato omicidio.

Non solo la droga. E non soltanto la contraffazione, l’usura e il gioco d’azzardo. Nelle casse della camorra scorrono ogni anno fiumi di soldi. Quel che pochi immaginano è che anche dietro la innocente vendita (ma sarebbe meglio parlare di «spaccio») del frutto della noce di cocco i clan della criminalità organizzata napoletana riescono a organizzare un grande business. Pare – questo spiegano le informative di polizia e carabinieri inviate alla Direzione distrettuale antimafia – che tra i gruppi criminali più potenti e impegnati a rastrellare vagonate di euro. Gli affari corrono lungo l’intera penisola. E sorprende davvero che nessuna Procura riesca a chiudere il cerchio attorno a questo scandalo che coinvolge – ricordiamolo – anche l’aspetto che resta quasi sempre in semiombra del lavoro nero, dello sfruttamento di opera e di prestazioni. Ma tanto si sa: la camorra è maestra nell’utilizzare la disperazione altrui. Arresti a Forlì. Eppure qualcosa comincia a muoversi. Dopo una serie di complesse indagini gli uomini della Squadra mobile della Questura di Forlì individuarono e sgominarono qualche anno fa il racket della vendita del cocco in spiaggia. Ai domiciliari finirono due napoletani di 72 e 37 anni, padre e figlio, residenti il primo a Cervia, il secondo a Riccione. Ad altre tre persone, appartenenti alla stessa famiglia, venne imposto l’obbligo di presentazione all’autorità giudiziaria, mentre sul registro degli indagati finirono anche altre nove persone, tutti i «dipendenti» della paranza made in Naples. Un ottimo lavoro, quello svolto dai pubblici ministeri forlivesi. Le ipotesi di reato che contestarono agli imputati furono quelle di associazione a delinquere finalizzata all’estorsione; di illecita concorrenza mediante violenza e minacce; di violenza e minacce a pubblico ufficiale e sostituzione di persona. Eppure nemmeno il lavoro degli investigatori romagnoli riuscì a incastrare gli indagati contestando loro – quanto meno – l’aggravante del metodo mafioso. Incensurati. Ma la camorra sa come muoversi. Ed ecco il motivo per i quali il reclutamento dei venditori in spiaggia viene scrupolosamente selezionato dai clan nei mesi precedenti alla stagione estiva. Condizione imprescindibile per poter assoldare un venditore di cocco è la sua fedina penale, che deve risultare rigorosamente immacolata. Gianfranco (il nome è ovviamente inventato per doverosa tutela dell’incolumità di chi parla) ha sui quarant’anni ed è disoccupato. «Ho solo un piccolo precedente, roba vecchia – confida – Sono sposato e ho tre figli da mantenere. Vengo dalla zona di Foria e questo per me è il secondo anno qui. Il posto l’ho preso grazie a un amico che qui ci ha lavorato per otto anni e quando è stato assunto al nord mi ha presentato al masto. Beato lui che è riuscito a trovare un lavoro vero». Camorra Spa. Gianfranco ha quasi finito la prima scorta di cocco nel bustone di nylon. «Pigliatevi questi ultimi due pezzi, invece di dieci euro ve li do a sette, che poi siete pure compaesani…». Ma quanto si guadagna vendendo il cocco targato Napoli? Tanto. «Fino all’anno scorso la porzione costava tre euro. Quest’anno il prezzo è salito a cinque. Su ogni carico venduto ogni giorno io devo portare al capo 200 euro al giorno, ma faccio sempre almeno due tre carichi. In un mese ognuno di noi riesce a fare anche 2500 euro, che equivale al 40 per cento del netto: il resto se lo mette in tasca o mast». Ma le troppe domande insospettiscono il venditore: «Ma io queste cose ve le sto dicendo riservatamente. Solo perché siete di Napoli…». Metodo mafioso. Che dietro questa ramificata holding ci sia la criminalità organizzata è evidente. La vendita del «cocco bello» deve restare un monopolio, e guai a provare a mettersi contro l’organizzazione. Laddove – com è accaduto, per esempio a Cervia, un paio di anni fa – si muovono gli investigatori e si riesce a chiudere il cerchio intorno agli organizzatori dei traffici abusivi, la magistratura non fa sconti: associazione a delinquere finalizzata all’estorsione, illecita concorrenza mediante violenza e minacce. Molto più difficile riuscire a contestare l’aggravante del metodo mafioso. Specialmente se non ci sono denunce. Una delle rare inchieste confluite in una esemplare condanna dei responsabili del traffico del cocco è quella condotta due anni e mezzo fa dalla Procura di Venezia. Cinque napoletani vennero arrestati sulle spiagge di Caorle dopo aver minacciato con una pistola un altro gruppo concorrente di venditori (ovviamente anch’essi napoletani) che cercavano di fare concorrenza nella vendita del cocco. I cinque – tutti di Soccavo e due dei quali considerati inseriti in un clan di camorra della zona occidentale) – vennero processati e condannati a quattro anni con l’accusa di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Gli introiti. Fa rabbrividire l’idea di quanto il «sistema» – le camorre dei clan dell’Arenaccia, della Sanità e di Soccavo e San Giovanni a Teduccio – riesca a portarsi a casa a settembre di ogni anno dal traffico del cocco in spiaggia. Le stime fornite dagli investigatori parlano di un milione per ciascun gruppo di paranze. E non sono cifre campate in aria. Per tre mesi di guadagni ciascun boss che sfrutta i venditori di cocco introita minimo 900mila euro. Soldi freschi, puliti, che finiscono in buona parte nelle casse della camorra. Denaro non tracciato e pronto ad essere riutilizzato per investire in altre attività illecite. A cominciare dal traffico di droga. giu.cri.

Camorra dietro il "Cocco bello" che vediamo sulle spiagge della Campania, anche in Cositera amalfitana e Penisola Sorrentina? Ne parla Giuseppe Crimaldi su Il Mattino di Napoli  Escono la mattina presto, e per le otto sono già in spiaggia. Ognuno porta un carico di venti-trenta pezzi confezionati in retini blu pieni del frutto esotico che ciascuno di noi ha assaggiato almeno una volta nella vita, soprattutto quando si è al mare: il cocco. Soldati inconsapevoli di una camorra invisibile eppure presente sul territorio. Anche quando non è quello napoletano. Sgobbano per dieci-dodici ore consecutive sotto il sole, macinando chilometri di battigia e – quando la merce si è esaurita – c'è chi corre a rifornirli di un secondo o terzo carico. Non ci vuole molto a intuire da dove venga questo esercito di venditori ambulanti: per quanto mascherato, l'accento tradisce la loro origine. È il grande affare del cocco, sul quale la criminalità organizzata di Napoli ha messo da tempo le mani. Un business che ogni estate riesce ad assicurare guadagni milionari ai clan. La Sardegna è la meta più ambita, ma ormai le «paranze» che all'inizio di giugno partono alla volta delle principali località turistiche italiane hanno invaso anche la riviera romagnola e i litoriali laziali e toscano. Affari apparentemente innocui, dietro il quale si nasconde invece l'ombra della camorra. «Cocco fresco cocco bello!». Cappellini di paglia e pelle tatuata arrostita al sole, i napoletani che trovano lavoro vendendo il frutto della noce di cocco rispondono in realtà a un rigido codice imposto dai clan della criminalità organizzata napoletana, che con questo commercio fa affari d'oro. È il racket del cocco. Facile da gestire, con pochi rischi rispetto ad altre forme di attività illecite e – soprattutto – molto ma molto conveniente. Chi lo gestisce, alla fine dell'estate, si porta a casa dagli 800 mila al milione di euro (ovviamente esentasse). Ma procediamo con ordine, focalizzando proprio la Sardegna, dove da oltre dieci-quindici anni i clan hanno piantato radici e basi operative. L'isola è stata suddivisa in quattro quadranti, a mo' di punti cardinali, all'interno dei quali opera ciascuna organizzazione criminale. Tra la più redditizia c'è quella compresa dai due versanti della provincia di Olbia-Tempio. Qui si è insediata ormai un a «paranza» gestita direttamente da uomini considerati vicini al clan Contini. E non a caso tutti i «dipendenti» – sfruttati e ovviamente pagati al nero – rispondono agli ordini di un uomo già noto alle forze dell'ordine che offre loro il seguente rapporto di lavoro: vitto e alloggio, oltre al 40 per cento dei ricavi giornalieri. I gruppi vengono organizzati a Napoli in primavera, e a metà giugno si parte. Il viaggio è naturalmente a carico dell'organizzazione: ma se poi qualcuno dei «dipendenti» sgarra o non rende deve tornarsene a casa pagandosi anche il biglietto della nave. Le regole sono ferree e non ammettono deroghe: la prima è quella di non parlare e non rispondere a chi fa domande indiscrete. La seconda prevede il controllo delle zone assegnate: e così se sulle spiagge bianche della Marinedda o di Isola Rossa viene intercettato un intruso, un concorrente, il venditore ha l'obbligo di avvertire immediatamente o mast, il quale arriva con due scagnozzi e fa capire – a prole, ma se serve anche passando ai fatti – che su quei litorali non c'è spazio per altri venditori di cocco che non siano napoletani. Poi ci sono le donne della famiglia. Le donne del gruppo che comanda. Si confondono tra i bagnanti, ma in realtà hanno un ruolo ben preciso: controllano che ciascun venditore faccia il proprio dovere. E che non dia confidenza agli estranei. La giornata di sfruttamento dei poveri cristi che vanno su e giù per le spiagge a vendere il «cocco bello» termina la sera in uno dei tanti baretti della provincia olbiese: li riconosci subito, fermi a giocare alle slot o a bere birra, non solo per l'accento ma anche per i discorsi che fanno sui guadagni giornalieri. Poi tutti a letto, mai oltre la mezzanotte perché c'è un'altra giornata in spiaggia ad attenderli. Il copione sardo è praticamente lo stesso che si ripete da Rimini a Riccione, da Viareggio all'Argentario, da Formia a Sperlonga. Il bello è che le forze dell'ordine – bene al corrente di queste forme di attività a dir poco border line, poco o nulla possono per stroncarle e risalire ai boss che spadroneggiano impuniti da decenni. Qualche anno fa proprio in Sardegna i carabinieri riuscirono a incastrare e arrestare due pregiudicati napoletani che gestivano il racket del cocco e che massacrarono di botte uno straniero che aveva «osato» mettersi a vendere in spiaggia il frutto esotico. Vennero condannati per tentato omicidio.

Non solo la droga. E non soltanto la contraffazione, l'usura e il gioco d'azzardo. Nelle casse della camorra scorrono ogni anno fiumi di soldi. Quel che pochi immaginano è che anche dietro la innocente vendita (ma sarebbe meglio parlare di «spaccio») del frutto della noce di cocco i clan della criminalità organizzata napoletana riescono a organizzare un grande business. Pare – questo spiegano le informative di polizia e carabinieri inviate alla Direzione distrettuale antimafia – che tra i gruppi criminali più potenti e impegnati a rastrellare vagonate di euro. Gli affari corrono lungo l'intera penisola. E sorprende davvero che nessuna Procura riesca a chiudere il cerchio attorno a questo scandalo che coinvolge – ricordiamolo – anche l'aspetto che resta quasi sempre in semiombra del lavoro nero, dello sfruttamento di opera e di prestazioni. Ma tanto si sa: la camorra è maestra nell'utilizzare la disperazione altrui. Arresti a Forlì. Eppure qualcosa comincia a muoversi. Dopo una serie di complesse indagini gli uomini della Squadra mobile della Questura di Forlì individuarono e sgominarono qualche anno fa il racket della vendita del cocco in spiaggia. Ai domiciliari finirono due napoletani di 72 e 37 anni, padre e figlio, residenti il primo a Cervia, il secondo a Riccione. Ad altre tre persone, appartenenti alla stessa famiglia, venne imposto l'obbligo di presentazione all'autorità giudiziaria, mentre sul registro degli indagati finirono anche altre nove persone, tutti i «dipendenti» della paranza made in Naples. Un ottimo lavoro, quello svolto dai pubblici ministeri forlivesi. Le ipotesi di reato che contestarono agli imputati furono quelle di associazione a delinquere finalizzata all'estorsione; di illecita concorrenza mediante violenza e minacce; di violenza e minacce a pubblico ufficiale e sostituzione di persona. Eppure nemmeno il lavoro degli investigatori romagnoli riuscì a incastrare gli indagati contestando loro – quanto meno – l'aggravante del metodo mafioso. Incensurati. Ma la camorra sa come muoversi. Ed ecco il motivo per i quali il reclutamento dei venditori in spiaggia viene scrupolosamente selezionato dai clan nei mesi precedenti alla stagione estiva. Condizione imprescindibile per poter assoldare un venditore di cocco è la sua fedina penale, che deve risultare rigorosamente immacolata. Gianfranco (il nome è ovviamente inventato per doverosa tutela dell'incolumità di chi parla) ha sui quarant'anni ed è disoccupato. «Ho solo un piccolo precedente, roba vecchia – confida – Sono sposato e ho tre figli da mantenere. Vengo dalla zona di Foria e questo per me è il secondo anno qui. Il posto l'ho preso grazie a un amico che qui ci ha lavorato per otto anni e quando è stato assunto al nord mi ha presentato al masto. Beato lui che è riuscito a trovare un lavoro vero». Camorra Spa. Gianfranco ha quasi finito la prima scorta di cocco nel bustone di nylon. «Pigliatevi questi ultimi due pezzi, invece di dieci euro ve li do a sette, che poi siete pure compaesani…». Ma quanto si guadagna vendendo il cocco targato Napoli? Tanto. «Fino all'anno scorso la porzione costava tre euro. Quest'anno il prezzo è salito a cinque. Su ogni carico venduto ogni giorno io devo portare al capo 200 euro al giorno, ma faccio sempre almeno due tre carichi. In un mese ognuno di noi riesce a fare anche 2500 euro, che equivale al 40 per cento del netto: il resto se lo mette in tasca o mast». Ma le troppe domande insospettiscono il venditore: «Ma io queste cose ve le sto dicendo riservatamente. Solo perché siete di Napoli…». Metodo mafioso. Che dietro questa ramificata holding ci sia la criminalità organizzata è evidente. La vendita del «cocco bello» deve restare un monopolio, e guai a provare a mettersi contro l'organizzazione. Laddove – com è accaduto, per esempio a Cervia, un paio di anni fa – si muovono gli investigatori e si riesce a chiudere il cerchio intorno agli organizzatori dei traffici abusivi, la magistratura non fa sconti: associazione a delinquere finalizzata all'estorsione, illecita concorrenza mediante violenza e minacce. Molto più difficile riuscire a contestare l'aggravante del metodo mafioso. Specialmente se non ci sono denunce. Una delle rare inchieste confluite in una esemplare condanna dei responsabili del traffico del cocco è quella condotta due anni e mezzo fa dalla Procura di Venezia. Cinque napoletani vennero arrestati sulle spiagge di Caorle dopo aver minacciato con una pistola un altro gruppo concorrente di venditori (ovviamente anch'essi napoletani) che cercavano di fare concorrenza nella vendita del cocco. I cinque – tutti di Soccavo e due dei quali considerati inseriti in un clan di camorra della zona occidentale) – vennero processati e condannati a quattro anni con l'accusa di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Gli introiti. Fa rabbrividire l'idea di quanto il «sistema» – le camorre dei clan dell'Arenaccia, della Sanità e di Soccavo e San Giovanni a Teduccio – riesca a portarsi a casa a settembre di ogni anno dal traffico del cocco in spiaggia. Le stime fornite dagli investigatori parlano di un milione per ciascun gruppo di paranze. E non sono cifre campate in aria. Per tre mesi di guadagni ciascun boss che sfrutta i venditori di cocco introita minimo 900mila euro. Soldi freschi, puliti, che finiscono in buona parte nelle casse della camorra. Denaro non tracciato e pronto ad essere riutilizzato per investire in altre attività illecite. A cominciare dal traffico di droga. giu.cri.

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