Salerno, quell’amore di Benedetto Croce conosciuto alla stazione del treno

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Quell’amore salernitano di Croce di GIUSEPPE ESPOSITO su La Città di Salerno di oggi  Benedetto Croce, fu tra quei provinciali che fecero grande Napoli sul piano culturale, nel solco aperto da Gaetano Filangieri nel Settecento e che, tra fine Ottocento e inizio del Novecento, arriva a Giustino Fortunato e a Francesco Nitti. Il padre era stato un ricco proprietario terriero abruzzese, ligio alla dinastia dei Borboni e sua madre devota della santa regina Maria Cristina di Savoia, moglie di Ferdinando II. Aveva appena diciassette anni quando, nel terremoto di Casamicciola perse tutta la famiglia e si ritrovò a combattere con l’angoscia devastante di sentirsi un sopravvissuto. Fu assegnato alla tutela dello zio Silvio Spaventa che era stato incarcerato dai Borbone ed era, dopo l’Unità, divenuto il capo dei liberali meridionali nella nuova patria italiana. Si trasferì in casa dello zio a Roma, di fronte al palazzo del Parlamento. Fu avviato agli studi di Giurisprudenza ma non arrivò a laurearsi. Di quel periodo serbò un pessimo ricordo e scrisse poi: “Furono quegli anni i più dolorosi e cupi: i soli in cui la sera, posando la testa sul guanciale, abbia bramato di non risvegliarmi al mattino e mi siano sorti pensieri di suicidio. Non ebbi amici, non partecipai a svaghi di sorta; non vidi nemmeno una sola volta Roma di notte”. Attraversò un periodo di estrema infelicità. Tornò a Napoli nel 1886 e si immerse nelle ricerche presso l’Archivio di Stato, diretto da Bartolomeo Capasso. A venticinque anni decise che i suoi interessi erano gli studi storici riguardanti gli ultimi tre o quattro secoli della storia intima d’Italia e quelli relativi alla filosofia della storia. La tragedia familiare lo aveva segnato ed era un giovane di indole alquanto malinconica e solitaria. Per fortuna giunto intorno ai trenta, un altro terremoto giunse a sconvolgere la sua vita ed a modificare la sua indole. Da Napoli il nostro filosofo era solito andare a far visita alla zia Marianna Croce che viveva a San Cipriano Picentino. Prendeva il treno e scendeva alla stazione di Salerno, per raggiungere poi la casa della zia in carrozza. E fu lì che il destino aveva deciso di mettere sulla sua strada una donna dal destino tragico come il suo. A Savignano di Romagna, il ricco proprietario terriero ed ex ufficiale e del regio esercito Bartolo Zampanelli aveva avuto una figlia da una sua serva, Seconda Bartoli. Alla neonata fu imposto il nome di Angelina. Quando ebbe l’età di due anni il padre la riconobbe e ne sposò la madre. Era la primavera del 1872. Sembrava che la vita avesse ripreso il suo ritmo naturale, ma la tragedia era in agguato. Nell’estate dello stesso anno, similmente al padre del Pascoli, Bartolo Zampanelli fu vittima di un attentato, morì crivellato da diciotto colpi di fucile sparati alle spalle. Dopo soli sei anni moriva anche la moglie Seconda. Angelina fu affidata alle cure delle zie Bartoli. Accadde poi che il marito di una di esse, si trasferisse a Salerno per gestire il buffet della stazione. La ragazza seguì gli zii. Era di una bellezza eccezionale. Prezzolini la ricordò in un suo articolo come “Una donna di imperiale bellezza, rassomigliante alla Teodora dei mosaici di San Vitale a Ravenna… con occhi che parevano trafiggere chi li guardava. Il volto di Angelina si può ancor oggi ammirare nel ritratto che le fece all’età di ventinove anni Salvatore Postiglione, conservato nella Biblioteca di palazzo Filomarino, residenza napoletana del filosofo. Quando la vide Benedetto rimase folgorato e cominciò a farle una corte serrata. All’inizio la ragazza, che conosceva il francese, cominciò a lavorare come segretaria per la trascrizione di lettere e testi di don Benedetto che si ritrovò sempre più innamorato di quella donna. In una lettera alla cugina di Angelina, Vera Bartoli, Fausto Nicolini dichiara che “L’amore di don Benedetto per Angelina sorpassa qualsiasi immaginazione”. L’unione tra Angelina e Benedetto durò vent’anni e la giovane occupò un ruolo importantissimo nella vita del filosofo. Aveva un carattere dolce e sensibile, nonostante le tragedie vissute e che l’accomunavano a don Benedetto. Questi grazie all’ amore fu trascinato fuori dalla solitudine esistenziale in cui era caduto dopo Casamicciola. Angelina riempì la vita del filosofo di felicità e con la sua presenza dolce e gioiosa ne influenzò positivamente il percorso di studi ricco e frastagliato, nel periodo che va da fine Ottocento alla vigilia della prima grande guerra. Il nuovo spirito combattivo, acquisito grazie alla felicità familiare valse a don Benedetto l’appellativo di “Garibaldi della Critica”. Debole di cuore, purtroppo donna Angelina si spense il 25 settembre 1913 a palazzo Filomarino. Don Benedetto precipitò nella più cupa disperazione. In una lettera a Renato Serra ebbe a scrivere: “…..Noi non possiamo vivere di affetti per cose o persone, dobbiamo amare e legarci, ma dobbiamo essere pronti a distaccarci senza cadere. …Altrimenti cosa resta? Il lurido suicidio o il lurido manicomio

Quell’amore salernitano di Croce di GIUSEPPE ESPOSITO su La Città di Salerno di oggi  Benedetto Croce, fu tra quei provinciali che fecero grande Napoli sul piano culturale, nel solco aperto da Gaetano Filangieri nel Settecento e che, tra fine Ottocento e inizio del Novecento, arriva a Giustino Fortunato e a Francesco Nitti. Il padre era stato un ricco proprietario terriero abruzzese, ligio alla dinastia dei Borboni e sua madre devota della santa regina Maria Cristina di Savoia, moglie di Ferdinando II. Aveva appena diciassette anni quando, nel terremoto di Casamicciola perse tutta la famiglia e si ritrovò a combattere con l’angoscia devastante di sentirsi un sopravvissuto. Fu assegnato alla tutela dello zio Silvio Spaventa che era stato incarcerato dai Borbone ed era, dopo l’Unità, divenuto il capo dei liberali meridionali nella nuova patria italiana. Si trasferì in casa dello zio a Roma, di fronte al palazzo del Parlamento. Fu avviato agli studi di Giurisprudenza ma non arrivò a laurearsi. Di quel periodo serbò un pessimo ricordo e scrisse poi: “Furono quegli anni i più dolorosi e cupi: i soli in cui la sera, posando la testa sul guanciale, abbia bramato di non risvegliarmi al mattino e mi siano sorti pensieri di suicidio. Non ebbi amici, non partecipai a svaghi di sorta; non vidi nemmeno una sola volta Roma di notte”. Attraversò un periodo di estrema infelicità. Tornò a Napoli nel 1886 e si immerse nelle ricerche presso l’Archivio di Stato, diretto da Bartolomeo Capasso. A venticinque anni decise che i suoi interessi erano gli studi storici riguardanti gli ultimi tre o quattro secoli della storia intima d’Italia e quelli relativi alla filosofia della storia. La tragedia familiare lo aveva segnato ed era un giovane di indole alquanto malinconica e solitaria. Per fortuna giunto intorno ai trenta, un altro terremoto giunse a sconvolgere la sua vita ed a modificare la sua indole. Da Napoli il nostro filosofo era solito andare a far visita alla zia Marianna Croce che viveva a San Cipriano Picentino. Prendeva il treno e scendeva alla stazione di Salerno, per raggiungere poi la casa della zia in carrozza. E fu lì che il destino aveva deciso di mettere sulla sua strada una donna dal destino tragico come il suo. A Savignano di Romagna, il ricco proprietario terriero ed ex ufficiale e del regio esercito Bartolo Zampanelli aveva avuto una figlia da una sua serva, Seconda Bartoli. Alla neonata fu imposto il nome di Angelina. Quando ebbe l’età di due anni il padre la riconobbe e ne sposò la madre. Era la primavera del 1872. Sembrava che la vita avesse ripreso il suo ritmo naturale, ma la tragedia era in agguato. Nell’estate dello stesso anno, similmente al padre del Pascoli, Bartolo Zampanelli fu vittima di un attentato, morì crivellato da diciotto colpi di fucile sparati alle spalle. Dopo soli sei anni moriva anche la moglie Seconda. Angelina fu affidata alle cure delle zie Bartoli. Accadde poi che il marito di una di esse, si trasferisse a Salerno per gestire il buffet della stazione. La ragazza seguì gli zii. Era di una bellezza eccezionale. Prezzolini la ricordò in un suo articolo come "Una donna di imperiale bellezza, rassomigliante alla Teodora dei mosaici di San Vitale a Ravenna… con occhi che parevano trafiggere chi li guardava. Il volto di Angelina si può ancor oggi ammirare nel ritratto che le fece all’età di ventinove anni Salvatore Postiglione, conservato nella Biblioteca di palazzo Filomarino, residenza napoletana del filosofo. Quando la vide Benedetto rimase folgorato e cominciò a farle una corte serrata. All’inizio la ragazza, che conosceva il francese, cominciò a lavorare come segretaria per la trascrizione di lettere e testi di don Benedetto che si ritrovò sempre più innamorato di quella donna. In una lettera alla cugina di Angelina, Vera Bartoli, Fausto Nicolini dichiara che “L’amore di don Benedetto per Angelina sorpassa qualsiasi immaginazione”. L’unione tra Angelina e Benedetto durò vent’anni e la giovane occupò un ruolo importantissimo nella vita del filosofo. Aveva un carattere dolce e sensibile, nonostante le tragedie vissute e che l’accomunavano a don Benedetto. Questi grazie all’ amore fu trascinato fuori dalla solitudine esistenziale in cui era caduto dopo Casamicciola. Angelina riempì la vita del filosofo di felicità e con la sua presenza dolce e gioiosa ne influenzò positivamente il percorso di studi ricco e frastagliato, nel periodo che va da fine Ottocento alla vigilia della prima grande guerra. Il nuovo spirito combattivo, acquisito grazie alla felicità familiare valse a don Benedetto l’appellativo di “Garibaldi della Critica”. Debole di cuore, purtroppo donna Angelina si spense il 25 settembre 1913 a palazzo Filomarino. Don Benedetto precipitò nella più cupa disperazione. In una lettera a Renato Serra ebbe a scrivere: “…..Noi non possiamo vivere di affetti per cose o persone, dobbiamo amare e legarci, ma dobbiamo essere pronti a distaccarci senza cadere. …Altrimenti cosa resta? Il lurido suicidio o il lurido manicomio