Dai 1.400 commi a qualche tabella, così dalla Finanziaria omnibus si è passati alla legge di stabilità

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 Dalla “Finanziaria omnibus“, che nella storia recente ha preso addirittura la forma di un articolo unico con 1.400 commi, alla nuova “legge di stabilità” versione light, in cui al posto delle misure compaiono numeri e tabelle. È una trasformazione non da poco quella che ha vissuto la legge fondamentale che governa i nostri conti pubblici. Quest’anno, con il via libera da parte del Consiglio dei ministri alla legge di stabilità in versione prevalentemente “tabellare”, si realizza nel concreto la riforma della contabilità e finanza pubblica approvata nel novembre dello scorso anno dal Parlamento. Si volta pagina.

L’intento è chiaro: sottrarre la sessione di bilancio al rituale e spesso avvilente balletto degli emendamenti di varia di natura che, per comune responsabilità del parlamento e del governo di turno, hanno finito per snaturare l’impianto di una riforma nata nel lontano 1978 (la legge “468”) proprio per rendere più governabile e trasparente un bilancio pubblico ingessato e sostanzialmente poco adattabile alle mutate stagioni della politica economica.

È una lunga marcia, questa della Finanziaria, che approdava in Parlamento a ottobre e che negli estenuanti tre mesi della sessione di bilancio veniva sezionata, frantumata in grandi e piccoli pezzi quanti erano le materie su cui le maggioranze e le lobby di turno esercitavano la loro pressione. Si perdeva in sostanza di vista il disegno complessivo per privilegiare le spinte corporative, gli interessi localistici ed elettorali. Una sorta di gara in cui ognuno cercava di lasciare un segno tangibile della propria influenza, e di ottenere risultati da tradurre in voti e consensi. Una vera e propria alluvione di emendamenti (3mila, 4mila, fino a 6mila) si abbatteva regolarmente sulla Finanziaria, così da trasformare la disscussione sul bilancio pubblico, uno dei momenti più rilevanti di ogni democrazia parlamentare, in una sorta di gran suk, una fiera dello scambio e del baratto.

Il risultato? Il raddoppio del debito pubblico negli anni Ottanta, fardello che ancor oggi pesa come un macigno sull’intera economia e sulle future generazioni. Debito che nel 1982 era al 66,4% del Pil e che salirà nel 1992 al 100,8%. La media nel decennio è stata di 4,4 punti l’anno, il 44,4% nel totale È il decennio dell’«assalto alla diligenza», dell’aggressione sistematica alle finanze statali, peraltro concepita spesso in una logica che oggi si definirebbe “bipartisan”.

Il culmine di quella stagione lo si raggiunge nell’autunno inverno del 1987. A palazzo Chigi c’era Giovanni Goria, il giovane “ragioniere” di Asti, con Giuliano Amato al Tesoro. Quella Finanziaria, una “giostra infernale” nella definizione dello stesso Amato, fu stravolta in Parlamento, tanto che si rese necessario ricorrere all’esercizio provvisorio. Solo il 9 marzo del 1988 il Parlamento riuscì ad approvarla, con il risultato che il disavanzo crebbe di un sol colpo da 109.500 miliardi delle vecchie lire a 124.450 miliardi.

Si replicò così quel che era avvenuto con la Finanziaria di due anni prima (Goria era al Tesoro nel governo Craxi), quando il via libera definitivo giunse dal Parlamento solo il 26 febbraio del 1986, dopo cinque mesi di tempestosa navigazione, due dei quali in esercizio provvisorio. Si corse ai ripari, si varò nel 1988 un’importante legge di riforma (la “362”), quella per intenderci che diede i natali al Dpef, il “Documento di programmazione economico-finanziaria” ora trasformato in Dfp, “Decisione di finanza pubblica”. Riforma importante, ma certo non in grado di incidere sul meccanismo di fondo che per anni ha governato il consenso nel nostro paese: l’incremento esponenziale della spesa corrente, non compensato da un pari aumento dell’imposizione fiscale (poco redditizio dal punto di vista elettorale), che già dagli anni Settanta aveva creato le premesse per il dissesto della finanza pubblica.

Alla fine, il conto si presentò inatteso e fu salatissimo: la maximanovra correttiva da 93 miliardi di lire dell’autunno del 1992, decisa dal governo Amato nel pieno della più grave crisi finanziaria che l’Italia abbia affrontato dal dopoguerra a oggi. Con il debito pubblico al 105,2% del Pil (nel 1982 era al 64%), con il fabbisogno che viaggiava attorno al 10,4%, con il passivo della bilancia dei pagamenti di parte corrente in crescita, stavamo attraversando, come disse Amato, «la più grave crisi dopo quella del 1947, all’epoca di Corbino e Einaudi, quando si discuteva se cambiare moneta, l’inflazione era alle stelle, il paese distrutto».

Altre successivi riforme e ritocchi attendevano la Finanziaria, il bilancio veniva accorpato in missioni, nel frattempo erano nati i “collegati”, provvedimenti organici alla manovra ma formalmente distinti dalla Finanziaria. L’affermarsi del bipolarismo, se pur incerto e incompleto, sembrò per un momento assicurare alla Finanziaria una navigazione meno tempestosa. Non fu così, come mostrano le lunghe interminabili battaglie parlamentari che hanno accompagnato sia le Finanziarie del secondo governo Berlusconi, che quelle di Prodi. La riforma ora pone formalmente fine a questa stagione.

Si sposta il tiro sui decreti che, come avviene ormai regolarmente da tre anni, anticipano all’estate la manovra correttiva vera e propria, lasciando alla Finanziaria il compito pressochè esclusivo di recepirne gli effetti contabili. La riforma è da quest’anno alla prova della prima sessione di bilancio dedicata alla legge di stabilità in versione tabellare. Con la novità assoluta, che appare per la verità decisiva, che dal prossimo anno la nuova governance economica europea prevede di fatto un percorso comune e parallelo per la messa a punto dei principali atti di politica economica dei singoli paesi. L’ombrello europeo dovrebbe garantire che la nefasta stagione dell’«assalto alla diligenza» sia effettivamente e in modo definitivo consegnata alle cronache.

FONTE:SOLE24ORE             MIKI DE LUCIA