Ruggi, odissea di 18 giorni per una frattura al gomito

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Diciotto giorni di ricovero, in attesa di essere operata dopo aver riportato una frattura al gomito. Anna Di Giacomo, salernitana, difficilmente tornerà all’azienda ospedaliera universitaria San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona. Resterà lì il tempo necessario a riprendersi dall’intervento e poi – giura – «non ci torno neanche sotto tortura». La 52enne è caduta inciampando su un marciapiede pericolante a Pastena, mentre andava a fare la spesa, lo scorso 18 luglio. E già dall’arrivo al pronto soccorso del nosocomio salernitano, ha avuto la percezione che non sarebbe filato tutto liscio come invece le persone si augurano che accada in una struttura pubblica e grande come il San Leonardo. 
Già i primi accertamenti, infatti, sono durati ore. Entrata in triage prima dell’ora di pranzo, è rimasta su una barella in attesa di essere portata nel reparto di Orto-traumatologia molte ore. «Ricordo che avevo un dolore lancinante – racconta la donna – Mi avevano detto che avevo il braccio rotto e che per il tipo di trauma che avevo riportato, non era ingessabile e che, quindi, mi avrebbero operata appena fosse stato possibile e che intanto dovevo rimanere ricoverata». Quel giorno, Anna arriva in camera dopo l’ora di cena. Aspettando, raggomitolata su una barella, che nel reparto al quale era destinata si liberasse un letto. Il calvario, però, ha inizio una volta formalizzato il ricovero. L’operazione viene rimandata di giorno in giorno. «Mi avevano detto che nel giro di qualche giorno sarei anche tornata a casa – spiega – e invece ogni giorno rimanevo a letto senza che mi operassero. Una volta mancava un medico, un’altra c’era troppa gente e così via». Sono passati così 18 giorni in un reparto che – racconta ancora la donna – «è sempre in emergenza personale, dove c’è un caos tremendo e non si capisce mai bene fino in fondo che succede». 
Un’attesa lunga e snervante che alla fine ha fatto saltare i nervi ai suoi familiari. «Venerdì mattina mi hanno comunicato che sarei stata finalmente operata – evoca la Di Giacomo -. Ero contenta perché era diventato snervante. Ero digiuna dal mattino, avevo fatto anche la visita anestesiologica, aspettavo solo di essere portata in sala operatoria. Così è passata tutta la mattinata». Alle 14 circa, invece, la notizia che per quel giorno non sarebbero state più effettuate operazioni. Così, inferociti, i parenti sono andati a lamentarsi in direzione. «Mi hanno riferito che c’era un problema con l’équipe- racconta ancora la 52enne – Il medico operante c’era ma mancavano ferristi ed anestesisti. Per quello che ho avuto modo di carpire, i turni erano finiti e non c’era personale per proseguire con le operazioni programmate». Dopo tumulti e lamentele, la donna entra finalmente in sala operatoria. 
«È stata una giornata di passione – riferisce – È impensabile rimanere ricoverata per 18 giorni prima di essere operata ed è assurdo che alla fine abbiamo dovuto perdere le staffe perché altrimenti starei ancora aspettando. Io non so dove stanno le colpe, se ciò che mi è arrivato all’orecchio è tutto vero. So solo che oltre al mio calvario, ho occupato un posto che poteva servire a qualcuno che ricoverato doveva starci sul serio. Non avrei mai pensato di avere un’esperienza così brutta e, soprattutto, se mai dovessi avere bisogno di un ospedale non sceglierei questo. Ora l’unica cosa che desidero è tornare a casa e dimenticare questa storia assurda».

CARMEN INCISIVO IL MATTINO.IT

Diciotto giorni di ricovero, in attesa di essere operata dopo aver riportato una frattura al gomito. Anna Di Giacomo, salernitana, difficilmente tornerà all’azienda ospedaliera universitaria San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona. Resterà lì il tempo necessario a riprendersi dall’intervento e poi – giura – «non ci torno neanche sotto tortura». La 52enne è caduta inciampando su un marciapiede pericolante a Pastena, mentre andava a fare la spesa, lo scorso 18 luglio. E già dall’arrivo al pronto soccorso del nosocomio salernitano, ha avuto la percezione che non sarebbe filato tutto liscio come invece le persone si augurano che accada in una struttura pubblica e grande come il San Leonardo. 
Già i primi accertamenti, infatti, sono durati ore. Entrata in triage prima dell’ora di pranzo, è rimasta su una barella in attesa di essere portata nel reparto di Orto-traumatologia molte ore. «Ricordo che avevo un dolore lancinante – racconta la donna – Mi avevano detto che avevo il braccio rotto e che per il tipo di trauma che avevo riportato, non era ingessabile e che, quindi, mi avrebbero operata appena fosse stato possibile e che intanto dovevo rimanere ricoverata». Quel giorno, Anna arriva in camera dopo l’ora di cena. Aspettando, raggomitolata su una barella, che nel reparto al quale era destinata si liberasse un letto. Il calvario, però, ha inizio una volta formalizzato il ricovero. L’operazione viene rimandata di giorno in giorno. «Mi avevano detto che nel giro di qualche giorno sarei anche tornata a casa – spiega – e invece ogni giorno rimanevo a letto senza che mi operassero. Una volta mancava un medico, un’altra c’era troppa gente e così via». Sono passati così 18 giorni in un reparto che – racconta ancora la donna – «è sempre in emergenza personale, dove c’è un caos tremendo e non si capisce mai bene fino in fondo che succede». 
Un’attesa lunga e snervante che alla fine ha fatto saltare i nervi ai suoi familiari. «Venerdì mattina mi hanno comunicato che sarei stata finalmente operata – evoca la Di Giacomo -. Ero contenta perché era diventato snervante. Ero digiuna dal mattino, avevo fatto anche la visita anestesiologica, aspettavo solo di essere portata in sala operatoria. Così è passata tutta la mattinata». Alle 14 circa, invece, la notizia che per quel giorno non sarebbero state più effettuate operazioni. Così, inferociti, i parenti sono andati a lamentarsi in direzione. «Mi hanno riferito che c’era un problema con l’équipe- racconta ancora la 52enne – Il medico operante c’era ma mancavano ferristi ed anestesisti. Per quello che ho avuto modo di carpire, i turni erano finiti e non c’era personale per proseguire con le operazioni programmate». Dopo tumulti e lamentele, la donna entra finalmente in sala operatoria. 
«È stata una giornata di passione – riferisce – È impensabile rimanere ricoverata per 18 giorni prima di essere operata ed è assurdo che alla fine abbiamo dovuto perdere le staffe perché altrimenti starei ancora aspettando. Io non so dove stanno le colpe, se ciò che mi è arrivato all’orecchio è tutto vero. So solo che oltre al mio calvario, ho occupato un posto che poteva servire a qualcuno che ricoverato doveva starci sul serio. Non avrei mai pensato di avere un’esperienza così brutta e, soprattutto, se mai dovessi avere bisogno di un ospedale non sceglierei questo. Ora l’unica cosa che desidero è tornare a casa e dimenticare questa storia assurda».

CARMEN INCISIVO IL MATTINO.IT