Moschee, allarme reclutamento. Più di 100 nel mirino degli 007. Vigilate anche scuole coraniche sospette

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Luoghi di preghiera, ma anche spazi dove è facile trovare contatti per diventare attivisti del jihad. Le moschee sono sempre più sotto i riflettori dell’intelligence e delle forze dell’ordine che ne monitorano costantemente 108, secondo le stime più recenti. «Bisogna sempre separare chi prega da chi spara» dice frequentemente il ministro degli Interni Alfano. Una distinzione che ogni giorno diventa più difficile perché troppo spesso i luoghi di culto islamici dimostrano di accogliere e a volte aiutare sia gli oratori che i potenziali terroristi e combattenti. Nell’ambito dell’operazione di ieri tre imam di Genova sono finiti sotto indagine, due marocchini e uno albanese. I luoghi di culto che il siriano arrestato frequentava attivamente sono due moschee del centro storico, luoghi monitorati dall’intelligence italiana solo da poco più di un anno, soprattutto in seguito all’arresto di tre libici lo scorso gennaio che avevano avuto contatti proprio con l’imam albanese finito ieri sotto indagine. Si tratta di imam «salafiti», che letteralmente in arabo sta per «musulmano delle prime generazioni». È uno storico movimento islamico, generalmente molto integralista, che ha come sua pretesa fondamentale che la religione non sia stata compresa correttamente da nessun altro fuorché dal Profeta, dai musulmani delle prime generazioni e da loro stessi. Chi non appartiene ai «salafi» è invece un «khalaf», un musulmano degli ultimi giorni. Delle 108 moschee abitualmente monitorate dai Servizi e dalla polizia, nei rapporti dell’intelligence, si riscontra che inizialmente sotto sorveglianza vi era soltanto quella di via Venezia: qui alcuni membri avevano spesso espresso sentimenti anti-occidentali sostenendo la causa di Hamas. Ma negli ultimi tempi si registra comunque un sempre più deciso pugno di ferro da parte del Viminale contro ogni minimo segnale di estremismo, una sorta di tolleranza-zero, soprattutto dopo i più recenti attentati avvenuti in Francia e in Germania. Esiste, ad ogni modo, una vera e propria mappa delle moschee più controllate stilata dagli 007 italiani. Una mappa – come detto – in continuo aggiornamento. Vengono monitorate in particolar modo le moschee frequentate da persone già arrestate o oggetto di indagine. Altri luoghi di culto sono controllati invece grazie all’ausilio di alcuni imam – e non sono pochi – che collaborano attivamente con le forze dell’ordine segnalando i soggetti che mostrano sintomi di radicalizzazione al jihad. Tra le moschee più radicali c’è sicuramente il Centro Culturale Islamico d’Italia, all’interno della Grande Moschea di Roma, nonché sede della Lega Musulmana Mondiale, frequentata da personaggi sospettati di intrattenere legami con estremisti mediorientali. A Milano ad essere sotto i riflettori è invece la moschea di via Quaranta dove spesso sono stati pronunciati sermoni radicali. C’è poi la moschea di Villabate, a Palermo, che è stabilmente associata alla «Jamaat Eddawa», un movimento propagandistico dedicato alla diffusione dell’islam più estremista. Ad Albiano Magra, in Toscana, i funzionari italiani hanno avviato tempo fa delle inchieste sui membri della moschea locale per istigazione e inneggiamento al jihad e all’odio razziale verso il popolo ebraico e americano. Nella moschea di via Pallavicini, a Bologna, si è notato che membri dei Fratelli Musulmani abbiano preso parte a prediche e sermoni nella moschea. Dai rapporti dell’intelligence e dalle inchieste delle procure anti-terrorismo compare anche Napoli. Qui due membri della moschea di Corso Lucci hanno inveito contro i politici italiani, definiti bugiardi, sciocchi miscredenti. Le moschee più a rischio si trovano nelle regioni settentrionali. In Lombardia sono 12 le moschee costantemente sotto controllo. In Veneto 11, in Piemonte 10, in Emilia-Romagna e in Toscana sono 10 quelle sotto stretta vigilanza. In Campania 8 le moschee finite sotto i riflettori dell’intelligence, 13 nel Lazio e 3 in Umbria. Nel Meridione, Puglia, Sicilia e Calabria contano, rispettivamente, 8, 14 e 11 centri considerati radicali. Le moschee più a rischio – secondo i rapporti dell’intelligence – sono quelle di Torino, Cremona e Varese, ma anche quelle di Vicenza, Udine, Venezia e Latina. Oltre alle moschee sono vigilate anche alcune scuole coraniche, in Italia sono poco meno di 100 quelle riconosciute. Sono scuole che spesso sostituiscono quella pubblica e, in alcune di queste, è stato riscontrato il pericolo che al loro interno vi fossero insegnamenti dell’islam radicale. Ad esempio la scuola coranica di Viale Jenner a Milano è stata concepita e creata per famiglie residenti in Italia temporaneamente, allo scopo di far ritorno nel paese d’origine. La scuola conferisce diplomi e titoli ufficiali non riconosciuti in Italia, ma solo dai paesi di provenienza. La scuola coranica di Roma «King Abdul Aziz», poi, è frequentata quasi esclusivamente da bambini e insegnanti arabi, gli studenti seguono un corso di studio basato su libri di testo rigorosamente scritti e pubblicati dal ministero dell’Istruzione dell’Arabia Saudita. Dalla prima elementare ai bambini viene insegnato che non c’è altra religione all’infuori dell’Islam e chiunque non sia musulmano è destinato all’inferno. Oltre a questi casi, vi sono state altre moschee sospettate di coinvolgimento in attività terroristiche come in passato è accaduto al Centro Islamico di San Marcellino, la più grande moschea in Campania, in provincia di Caserta, finita sotto inchiesta per ben quattro volte. Nel 2009 il Centro attirò l’attenzione della polizia di Napoli in seguito allo smantellamento di una rete che forniva agli immigrati clandestini supporto logistico. Si scoprì che, oltre all’assistenza economica, la moschea distribuiva passaporti e documenti falsi. Poi ci sono gli imam «itineranti», spesso residenti all’estero e che sono invitati a raduni di preghiera e di predicazione, come il bosniaco Bilal Bosnic, sospettato di aver compiuto l’attentato all’ambasciata di Sarajevo nel 2011. Lui, convinto sostenitore del Califfato, è un imam salafita che è stato spesso nel Nord-Italia per tenere i suoi sermoni in diversi incontri. Lui che ha ammesso pubblicamente che nel nostro Paese ci sono molti italiani convertiti, anche di sua conoscenza, pronti ad imbracciare il kalashnikov in nome di Allah. (Valentino Di Giacomo – Il Mattino)

Luoghi di preghiera, ma anche spazi dove è facile trovare contatti per diventare attivisti del jihad. Le moschee sono sempre più sotto i riflettori dell’intelligence e delle forze dell’ordine che ne monitorano costantemente 108, secondo le stime più recenti. «Bisogna sempre separare chi prega da chi spara» dice frequentemente il ministro degli Interni Alfano. Una distinzione che ogni giorno diventa più difficile perché troppo spesso i luoghi di culto islamici dimostrano di accogliere e a volte aiutare sia gli oratori che i potenziali terroristi e combattenti. Nell’ambito dell’operazione di ieri tre imam di Genova sono finiti sotto indagine, due marocchini e uno albanese. I luoghi di culto che il siriano arrestato frequentava attivamente sono due moschee del centro storico, luoghi monitorati dall’intelligence italiana solo da poco più di un anno, soprattutto in seguito all’arresto di tre libici lo scorso gennaio che avevano avuto contatti proprio con l’imam albanese finito ieri sotto indagine. Si tratta di imam «salafiti», che letteralmente in arabo sta per «musulmano delle prime generazioni». È uno storico movimento islamico, generalmente molto integralista, che ha come sua pretesa fondamentale che la religione non sia stata compresa correttamente da nessun altro fuorché dal Profeta, dai musulmani delle prime generazioni e da loro stessi. Chi non appartiene ai «salafi» è invece un «khalaf», un musulmano degli ultimi giorni. Delle 108 moschee abitualmente monitorate dai Servizi e dalla polizia, nei rapporti dell’intelligence, si riscontra che inizialmente sotto sorveglianza vi era soltanto quella di via Venezia: qui alcuni membri avevano spesso espresso sentimenti anti-occidentali sostenendo la causa di Hamas. Ma negli ultimi tempi si registra comunque un sempre più deciso pugno di ferro da parte del Viminale contro ogni minimo segnale di estremismo, una sorta di tolleranza-zero, soprattutto dopo i più recenti attentati avvenuti in Francia e in Germania. Esiste, ad ogni modo, una vera e propria mappa delle moschee più controllate stilata dagli 007 italiani. Una mappa – come detto – in continuo aggiornamento. Vengono monitorate in particolar modo le moschee frequentate da persone già arrestate o oggetto di indagine. Altri luoghi di culto sono controllati invece grazie all’ausilio di alcuni imam – e non sono pochi – che collaborano attivamente con le forze dell’ordine segnalando i soggetti che mostrano sintomi di radicalizzazione al jihad. Tra le moschee più radicali c’è sicuramente il Centro Culturale Islamico d’Italia, all’interno della Grande Moschea di Roma, nonché sede della Lega Musulmana Mondiale, frequentata da personaggi sospettati di intrattenere legami con estremisti mediorientali. A Milano ad essere sotto i riflettori è invece la moschea di via Quaranta dove spesso sono stati pronunciati sermoni radicali. C’è poi la moschea di Villabate, a Palermo, che è stabilmente associata alla «Jamaat Eddawa», un movimento propagandistico dedicato alla diffusione dell’islam più estremista. Ad Albiano Magra, in Toscana, i funzionari italiani hanno avviato tempo fa delle inchieste sui membri della moschea locale per istigazione e inneggiamento al jihad e all’odio razziale verso il popolo ebraico e americano. Nella moschea di via Pallavicini, a Bologna, si è notato che membri dei Fratelli Musulmani abbiano preso parte a prediche e sermoni nella moschea. Dai rapporti dell’intelligence e dalle inchieste delle procure anti-terrorismo compare anche Napoli. Qui due membri della moschea di Corso Lucci hanno inveito contro i politici italiani, definiti bugiardi, sciocchi miscredenti. Le moschee più a rischio si trovano nelle regioni settentrionali. In Lombardia sono 12 le moschee costantemente sotto controllo. In Veneto 11, in Piemonte 10, in Emilia-Romagna e in Toscana sono 10 quelle sotto stretta vigilanza. In Campania 8 le moschee finite sotto i riflettori dell’intelligence, 13 nel Lazio e 3 in Umbria. Nel Meridione, Puglia, Sicilia e Calabria contano, rispettivamente, 8, 14 e 11 centri considerati radicali. Le moschee più a rischio – secondo i rapporti dell’intelligence – sono quelle di Torino, Cremona e Varese, ma anche quelle di Vicenza, Udine, Venezia e Latina. Oltre alle moschee sono vigilate anche alcune scuole coraniche, in Italia sono poco meno di 100 quelle riconosciute. Sono scuole che spesso sostituiscono quella pubblica e, in alcune di queste, è stato riscontrato il pericolo che al loro interno vi fossero insegnamenti dell’islam radicale. Ad esempio la scuola coranica di Viale Jenner a Milano è stata concepita e creata per famiglie residenti in Italia temporaneamente, allo scopo di far ritorno nel paese d’origine. La scuola conferisce diplomi e titoli ufficiali non riconosciuti in Italia, ma solo dai paesi di provenienza. La scuola coranica di Roma «King Abdul Aziz», poi, è frequentata quasi esclusivamente da bambini e insegnanti arabi, gli studenti seguono un corso di studio basato su libri di testo rigorosamente scritti e pubblicati dal ministero dell’Istruzione dell’Arabia Saudita. Dalla prima elementare ai bambini viene insegnato che non c’è altra religione all’infuori dell’Islam e chiunque non sia musulmano è destinato all’inferno. Oltre a questi casi, vi sono state altre moschee sospettate di coinvolgimento in attività terroristiche come in passato è accaduto al Centro Islamico di San Marcellino, la più grande moschea in Campania, in provincia di Caserta, finita sotto inchiesta per ben quattro volte. Nel 2009 il Centro attirò l’attenzione della polizia di Napoli in seguito allo smantellamento di una rete che forniva agli immigrati clandestini supporto logistico. Si scoprì che, oltre all’assistenza economica, la moschea distribuiva passaporti e documenti falsi. Poi ci sono gli imam «itineranti», spesso residenti all’estero e che sono invitati a raduni di preghiera e di predicazione, come il bosniaco Bilal Bosnic, sospettato di aver compiuto l’attentato all’ambasciata di Sarajevo nel 2011. Lui, convinto sostenitore del Califfato, è un imam salafita che è stato spesso nel Nord-Italia per tenere i suoi sermoni in diversi incontri. Lui che ha ammesso pubblicamente che nel nostro Paese ci sono molti italiani convertiti, anche di sua conoscenza, pronti ad imbracciare il kalashnikov in nome di Allah. (Valentino Di Giacomo – Il Mattino)