Bombe su Sirte, al via l’offensiva anti-Isis degli Usa. Libia, raid aerei contro il Califfato

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Era da cinque anni, dalle operazioni militari che portarono alla caduta del presidente Gheddafi, che gli Stati Uniti non bombardavano regioni della Libia. Ieri il presidente Barack Obama ha detto sì all’impiego dei caccia bombardieri chiesti dal consiglio presidenziale del governo di concordia nazionale libico, presieduto dal premier Fayez al-Serraj, che ha sede a Tripoli. Gli aerei militari americani hanno preso di mira alcune postazioni dell’Isis nella zona di Sirte, la città natale di Gheddafi controllata dalle milizie del Califfato dal giugno 2015. La decisione del presidente Obama è stata presa dopo una consultazione con il segretario della Difesa Ashton Carter ed il capo di Stato maggiore congiunto Joseph Dunford. È il ritorno di un impegno militare degli Stati Uniti nella lotta all’Isis, dopo che la richiesta ad Obama era stata preceduta, a maggio, da un’analoga richiesta di aiuto presentata all’Onu dal premier al-Serraj, che ha dichiarato nella conferenza stampa in cui ha dato l’annuncio: «Sarà un intervento limitato nel tempo, su nostra richiesta». E ha poi precisato: «Resta inalterata la nostra posizione di rifiuto di ingerenze straniere nel nostro Paese, senza un’autorizzazione del governo di intesa nazionale». Gli Usa si limiteranno ai bombardamenti per aiutare l’esercito del governo di unità libico impegnato a terra. Gli aerei hanno colpito alcune postazioni del Califfato, «infliggendo forti perdite» ha detto il presidente al-Serraj. L’intervento sarà limitato all’area di Sirte e la sua periferia, dove l’Isis ha la sua roccaforte libica. L’obiettivo è proprio la riconquista di Sirte, che è a 450 chilometri a est della capitale. Sarebbe un ulteriore colpo al Califfato, costretto già ad arretrare in Siria e in Iraq. Sul terreno la battaglia è finora costata 280 combattenti morti e oltre 1800 morti filogovernativi. Il Pentagono ha specificato che «i bombardamenti mirano a negare all’Isis porti sicuri nel Paese da cui attaccare gli Stati Uniti e i loro alleati». E ha annunciato che «andranno avanti per appoggiare l’avanzata decisiva e strategica delle forze del governo di unità libico». Forze costituite da milizie della Libia occidentale, create dopo la rivolta del 2011 e la caduta di Gheddafi. Un video di minacce al presidente Putin è intanto stato diffuso su Internet dall’Isis. Vi si vedono uomini armati che attaccano veicoli blindati e tende, raccogliendo armi nel deserto. I sottotitoli spiegano che si tratta di un’azione avvenuta ad Akashat, nella provincia irachena di Anbar. L’autenticità del filmato resta dubbia, ma vi si vede anche un uomo che, a viso coperto, guida un’auto nel deserto e urla minaccioso: «Ascolta Putin, verremo in Russia e vi uccideremo nelle vostre case. Fratelli, conducete la jihad e uccideteli e combatteteli». La replica del Cremlino non si è fatta attendere. Dmitri Peskov, portavoce di Putin, ha commentato: «Non dobbiamo esagerare l’importanza di questi filmati, ma certamente, visto che la lotta contro di loro si intensifica e sono messi all’angolo, i terroristi usano l’arma dell’intimidazione». Ma in Siria, dove le forze militari russe sono impegnate da tempo, è stato abbattuto un elicottero da trasporto MI-8. Tutti morti i cinque componenti dell’equipaggio, tra cui due ufficiali del Centro di riconciliazione. L’elicottero rientrava nella base russa di Khmeimim, dopo una missione di consegna di aiuti umanitari nella città di Aleppo. Il video, con i resti dell’elicottero e in dettaglio una patente da guida russa, un amuleto cristiano e una carta d’identità militare, è stato diffuso dai ribelli siriani. La zona dell’abbattimento è controllata dai quaedisti di Jabhatal-Nusra e da «gruppi della cosiddetta operazione moderata» ha spiegato il generale russo Serghiei Rudoskoi. Per stroncare la resistenza ad Aleppo, le forze militari russe continuano i loro bombardamenti indiscriminati con l’obiettivo di lasciar morire di fame gli assediati. L’odio islamista contro la Russia ha il suo enclave nel Caucaso, area da dove sono partiti molti combattenti e capi militari del Califfato, come il georgiano Abu Omar Al Shishani dichiarato morto a luglio. Nel giugno del 2015, poi, quattro regioni del nord del cosiddetto «Emirato del Caucaso» avevano giurato fedeltà al califfo Abu Bakral-Baghdadi, che aveva appoggiato la nascita di basi dell’Isis tra il mar Nero e il mar Caspio. Una minaccia radicale, insomma, ben conosciuta dalla Russia che è stata tra le prime nazioni ad avviare senza esitazioni bombardamenti per colpire le milizie del Califfato. (Gigi Di Fiore – Il Mattino) 

Era da cinque anni, dalle operazioni militari che portarono alla caduta del presidente Gheddafi, che gli Stati Uniti non bombardavano regioni della Libia. Ieri il presidente Barack Obama ha detto sì all’impiego dei caccia bombardieri chiesti dal consiglio presidenziale del governo di concordia nazionale libico, presieduto dal premier Fayez al-Serraj, che ha sede a Tripoli. Gli aerei militari americani hanno preso di mira alcune postazioni dell’Isis nella zona di Sirte, la città natale di Gheddafi controllata dalle milizie del Califfato dal giugno 2015. La decisione del presidente Obama è stata presa dopo una consultazione con il segretario della Difesa Ashton Carter ed il capo di Stato maggiore congiunto Joseph Dunford. È il ritorno di un impegno militare degli Stati Uniti nella lotta all’Isis, dopo che la richiesta ad Obama era stata preceduta, a maggio, da un’analoga richiesta di aiuto presentata all’Onu dal premier al-Serraj, che ha dichiarato nella conferenza stampa in cui ha dato l’annuncio: «Sarà un intervento limitato nel tempo, su nostra richiesta». E ha poi precisato: «Resta inalterata la nostra posizione di rifiuto di ingerenze straniere nel nostro Paese, senza un’autorizzazione del governo di intesa nazionale». Gli Usa si limiteranno ai bombardamenti per aiutare l’esercito del governo di unità libico impegnato a terra. Gli aerei hanno colpito alcune postazioni del Califfato, «infliggendo forti perdite» ha detto il presidente al-Serraj. L’intervento sarà limitato all’area di Sirte e la sua periferia, dove l’Isis ha la sua roccaforte libica. L’obiettivo è proprio la riconquista di Sirte, che è a 450 chilometri a est della capitale. Sarebbe un ulteriore colpo al Califfato, costretto già ad arretrare in Siria e in Iraq. Sul terreno la battaglia è finora costata 280 combattenti morti e oltre 1800 morti filogovernativi. Il Pentagono ha specificato che «i bombardamenti mirano a negare all’Isis porti sicuri nel Paese da cui attaccare gli Stati Uniti e i loro alleati». E ha annunciato che «andranno avanti per appoggiare l’avanzata decisiva e strategica delle forze del governo di unità libico». Forze costituite da milizie della Libia occidentale, create dopo la rivolta del 2011 e la caduta di Gheddafi. Un video di minacce al presidente Putin è intanto stato diffuso su Internet dall’Isis. Vi si vedono uomini armati che attaccano veicoli blindati e tende, raccogliendo armi nel deserto. I sottotitoli spiegano che si tratta di un’azione avvenuta ad Akashat, nella provincia irachena di Anbar. L’autenticità del filmato resta dubbia, ma vi si vede anche un uomo che, a viso coperto, guida un’auto nel deserto e urla minaccioso: «Ascolta Putin, verremo in Russia e vi uccideremo nelle vostre case. Fratelli, conducete la jihad e uccideteli e combatteteli». La replica del Cremlino non si è fatta attendere. Dmitri Peskov, portavoce di Putin, ha commentato: «Non dobbiamo esagerare l’importanza di questi filmati, ma certamente, visto che la lotta contro di loro si intensifica e sono messi all’angolo, i terroristi usano l’arma dell’intimidazione». Ma in Siria, dove le forze militari russe sono impegnate da tempo, è stato abbattuto un elicottero da trasporto MI-8. Tutti morti i cinque componenti dell’equipaggio, tra cui due ufficiali del Centro di riconciliazione. L’elicottero rientrava nella base russa di Khmeimim, dopo una missione di consegna di aiuti umanitari nella città di Aleppo. Il video, con i resti dell’elicottero e in dettaglio una patente da guida russa, un amuleto cristiano e una carta d’identità militare, è stato diffuso dai ribelli siriani. La zona dell’abbattimento è controllata dai quaedisti di Jabhatal-Nusra e da «gruppi della cosiddetta operazione moderata» ha spiegato il generale russo Serghiei Rudoskoi. Per stroncare la resistenza ad Aleppo, le forze militari russe continuano i loro bombardamenti indiscriminati con l’obiettivo di lasciar morire di fame gli assediati. L’odio islamista contro la Russia ha il suo enclave nel Caucaso, area da dove sono partiti molti combattenti e capi militari del Califfato, come il georgiano Abu Omar Al Shishani dichiarato morto a luglio. Nel giugno del 2015, poi, quattro regioni del nord del cosiddetto «Emirato del Caucaso» avevano giurato fedeltà al califfo Abu Bakral-Baghdadi, che aveva appoggiato la nascita di basi dell’Isis tra il mar Nero e il mar Caspio. Una minaccia radicale, insomma, ben conosciuta dalla Russia che è stata tra le prime nazioni ad avviare senza esitazioni bombardamenti per colpire le milizie del Califfato. (Gigi Di Fiore – Il Mattino)