Cetara continui ricorsi al Tar per le quote per il Tonno Rosso sempre persi, qualche speranza dalla UE

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Cetara, Costiera amalfitana. Sono decine i ricorsi al Tar presentati a Roma contro il Ministero anche per fatti precedenti negli anni fra gli ultime sentenze pubblicate  quello della Società Europesca Cetara Srl in persona del legale rappresentante p.t. Sperandeo Domenico, nei confronti di Società Demo Pesca di Pasquale della Monica & C Sas, “per l’annullamento del decreto ministeriale 1 marzo 2011 sulla ripartizione tra i diversi sistemi di pesca della quota di tonno rosso per la campagna di pesca 2011 dove la società ricorrente, proprietaria ed armatrice della Unità di pesca denominata Angela Madre, in possesso della autorizzazione ministeriale per la cattura del tonno rosso con il sistema della circuizione, impugna il decreto 1 marzo 2011 con cui il Ministero delle politiche agricole e forestali ha disciplinato la ripartizione tra i diversi sistemi di pesca della quota di tonno rosso per la campagna di pesca 2011. Espone in punto di fatto che: – la pesca del tonno rosso è stata oggetto di una sempre più serrata regolamentazione da parte dell’Unione Europea, al fine di salvaguardare e tutelare la risorsa ittica -in quel tempo- a rischio di estinzione; – di anno in anno, quindi, in ragione del contingente complessivo di cattura del tonno rosso assegnato dall’Unione Europea all’Italia, il Ministero provvede a ripartire, in teoria secondo criteri prestabiliti, la quota tra i vari sistemi di pesca (circuizione, palangaro, tonnara fissa e pesca sportiva); – in particolare, il Ministero può, nel conferire permessi speciali di pesca, ridurre il numero di barche che esercitano la pesca a circuizione, consentendo loro uno specifico contingente non derogabile in nessuna maniera; – per l’anno 2011, la campagna di pesca del tonno rosso, il D.M. 1 marzo 2011, pubblicato nella G.U. il successivo 5 maggio 2011, Serie Generale n. 107, ha previsto la rimodulazione delle percentuali relative al TAC (Totale Ammissibile di Cattura) della specie tonno rosso tra i vari sistemi di pesca operanti; – il provvedimento ha decretato che alle 12 imbarcazioni autorizzate alla pesca del tonno rosso con il sistema della circuizione venisse assegnato il 75,961% della quota, riducendola rispetto a quanto previsto per l’anno precedente, e che la quota individuale minima viene fissata in 130 tonnellate. Avverso tale ultimo atto i ricorrenti ha proposto il presente ricorso, articolato nei seguenti motivi di impugnativa: 1) Sviamento di potere, illogicità, sproporzionalità e motivazione incongrua. Il coefficiente delle 130 tonnellate sarebbe stato scelto arbitrariamente dallo Stato italiano in quanto la contrazione del pescato può essere effettuata anche con un numero di barche maggiore di 12, con il rispetto del criterio della proporzionalità. Infatti, la redditività dell’impresa della ricorrente era già assicurata nel 2009 quando essa esercitava l’attività di pesca con un contingentamento di poco più di 80 tonnellate, quando il mercato imponeva un prezzo di 7 euro al kg, a maggior ragione essa sarebbe assicurata nel 2011 quando il mercato assicura il prezzo di 14-15 euro al kg. Dunque, il rispetto degli indirizzi europei avrebbe potuto essere garantito con un disegno programmatorio diverso, ovvero con una maggiore e proporzionale ponderazione degli interessi di tutte le imbarcazioni. 2) Sviamento di potere, violazione del principio di proporzionalità e di logicità e violazione perplessa. La libertà di impresa avrebbe dovuto essere salvaguardata con un numero di imbarcazioni maggiore e con un contingente minore di pescato, che comunque assicurerebbe la redditività dell’impresa. Inoltre, la fissazione del coefficiente di 130 tonnellate potrebbe ledere il principio della concorrenza, sostanzialmente conferendo a poche imbarcazioni una posizione dominante. Inoltre, se fosse stato fissato un contingente inferiore, la ricorrente avrebbe potuto anche vendere la propria quota. L’amministrazione intimata si è costituita per resistere al presente ricorso, chiedendone il rigetto perché infondato. La ricorrente ha quindi notificato un ricorso per motivi aggiunti, per impugnare il decreto 9 giugno 2011, che modificava il precedente decreto 1 marzo 2011. Il secondo decreto è motivato dalla circostanza che l’amministrazione, in data 26 maggio 20111 constatava il superamento del contingente di cattura assegnato per l’annualità 2011 al sistema palangaro. Pertanto, si è deciso di ridurre le quote individuali di cattura, inizialmente assegnate alle unità di pesca autorizzate con il sistema a circuizione per l’annualità 2011, assegnando alle ultime barche autorizzate una quota individuale di cattura di poco più di 86 e 63 tonnellate. Secondo la ricorrente, si tratterebbe di una decisione che evidenzia una macroscopica contraddittorietà rispetto alle precedenti determinazioni dell’amministrazione giacché in precedenza si era ritenuto che il limite delle 130 tonnellate fosse il solo a poter garantire la redditività e poi, successivamente, si è affermato che anche le 60 tonnellate sarebbero idonee a garantire la redditività dell’impresa. Avverso tale secondo decreto la ricorrente deduce i seguenti motivi di impugnazione: 1) Sviamento di potere, illogicità, sproporzionalità e motivazione incongrua, contraddittorietà. La quota individuale assegnabile deve garantire la redditività dell’attività di impresa, in modo che la barca non sia costretta a sforare il tetto della quota da pescare. Si tratta, in sostanza, di una sorta di garanzia supplementare, posta a salvaguardia della protezione dell’ecosistema in modo da scongiurare il rischio della pesca illegale. Tuttavia, in sede di modifica della originaria assegnazione, il Ministero ha affermato che 60 tonnellate sarebbero adeguate a garantire la convenienza economica e la redditività di impresa. Ne deriva che la prima assegnazione deve ritenersi erronea. Peraltro, anche con la seconda assegnazione, la ricorrente non risulta essere stata autorizzata. Tanto la società ricorrente che il Ministero intimato hanno depositato memoria per l’odierna udienza. La ricorrente ha quindi depositato una memoria di replica per contestare le difese del Ministero. All’odierna udienza, la causa è stata trattenuta in decisione. Il ricorso, anche alla luce della giurisprudenza consolidata della Sezione, è infondato al pari del ricorso per motivi aggiunti e pertanto entrambi devono essere respinti, il che consente di prescindere dall’esaminare l’eccezione di tardività sollevata dall’amministrazione resistente. Occorre premettere che gli interventi internazionali e comunitari hanno limitato la pesca del tonno rosso al fine di renderla compatibile con le esigenze di salvaguardia della specie, per cui è sorta la necessità di contingentare i quantitativi di pesca del tonno rosso tra i diversi Stati interessati e, poi, di distribuire la quota assegnata a livello nazionale (TAC) tra i vari sistemi di pesca. La Convenzione internazionale per la conservazione dei tonnidi dell’Atlantico, firmata a Rio de Janeiro il 14 maggio 1966, comprende tutte le acque dell’Oceano Atlantico e dei mari adiacenti e la realizzazione degli obiettivi in essa previsti è affidata ad una Commissione appositamente costituita, denominata Commissione internazionale per la conservazione dei tonnidi (ICCAT), la quale formula, tra l’altro, raccomandazioni intese a mantenere le popolazioni di tonnidi e di specie affini che possono essere pescate nella zona della Convenzione a livelli che consentano le catture massimi sostenibili per scopi alimentari ed altri fini. La raccomandazione adottata dalla Commissione entra in vigore decorsi sei mesi dalla sua notifica alle parti contraenti ed è vincolante per le parti medesime. Il piano pluriennale di ricostituzione del tonno rosso adottato dall’ICCAT è stato recepito dall’Unione europea mediante il regolamento (CE) n. 302 del 2009, con il quale sono stati stabiliti i principi generali per la sua applicazione da parte dell’Unione europea. In particolare, ai sensi dell’art. 4, ciascuno Stato membro adotta le misure necessarie per assicurare che lo sforzo di pesca delle sue navi da cattura e delle sue tonnare sia commisurato alle quote di pesca di tonno rosso assegnate ed a tal fine lo Stato interessato redige un piano di pesca annuale per le navi da cattura e le tonnare praticanti la pesca del tonno rosso, che viene trasmesso entro il 31 gennaio di ogni anno alla Commissione europea. Pertanto, il quantitativo totale di tonno rosso pescabile nel territorio nazionale costituisce un dato esogeno, in quanto stabilito a livello europeo, mentre l’Autorità statale è tenuta ad esercitare un doppio livello di discrezionalità nella ripartizione interna, tra i diversi sistemi di pesca, del quantitativo totale, e, nell’ambito di ogni sistema, tra le singole imbarcazioni, del quantitativo attribuito al sistema stesso. Altro dato esogeno è costituito dal numero di imbarcazioni abilitate alla pesca del tonno rosso, fissate in 12 per il sistema a circuizione e 30 per quello a palangaro. Un primo livello di discrezionalità, quindi, è esercitato con riferimento alla ripartizione del TAC tra i vari sistemi di pesca, mentre un secondo livello di discrezionalità, una volta ripartito il TAC tra i diversi sistemi, è esercitato nella ripartizione tra le imbarcazioni autorizzate delle quote individuali all’interno di ogni singolo sistema. In altri termini, lo Stato membro non ha alcuna discrezionalità nello stabilire il quantitativo massimo di tonno rosso pescabile nei propri mari (TAC), essendo questo un dato esogeno, imposto dall’Unione Europea, mentre esso esercita potestà discrezionale nel suddividere le quote di cattura tra i diversi sistemi di pesca e tra le singole unità autorizzate all’interno dei singoli sistemi; sicché, diviene dirimente, al fine di apprezzare le censure dedotte dalla ricorrente, individuare le modalità ed i criteri attraverso i quali il competente Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali ha provveduto all’esercizio del proprio potere discrezionale e, in particolare, alla ripartizione tra le singole imbarcazioni nell’ambito del sistema di pesca a “circuizione”. In proposito, occorre rilevare come la ripartizione tra i diversi sistemi di pesca avvenga, sin dal 2001, in modo sostanzialmente proporzionale alle relative quote di mercato. La ripartizione del TAC attribuito all’Italia per il 2011 con il regolamento (UE) n. 57/2011 è pari a 1.787,91 tonnellate. Appare evidente una progressiva riduzione del contingente assegnato all’Italia da 4.880 tonnellate nel 2006 a 1.787,91 tonnellate nel 2011. Dall’esame di tali dati, emerge con evidenza che negli ultimi anni l’ICCAT, con le sue raccomandazioni, ha dettato alla UE una rigida politica di controllo e una radicale diminuzione dei totali ammissibili di cattura che ha comportato per ogni sistema di pesca del tonno rosso un evidente decremento in valore assoluto del quantitativo catturabile e, nella specie, la quota riservata al sistema della circuizione è diminuito di circa 10 punti percentuali, passando dall’84% al 74,4%. La flotta italiana autorizzata alla pesca con circuizione contava, nel 2009, 49 imbarcazioni, a fronte di una quota complessiva di 3.176,10 tonnellate. Per il triennio 2010- 2013, è stata prevista una drastica riduzione del TAC. E’ stata pertanto avviata dal Ministero una politica di programmazione con l’adozione del Piano di adeguamento per il periodo 2010-2013 di cui al decreto 27 aprile 2010, con il quale agli operatori del mercato è stato reso noto che la flotta tonniera sarebbe stata costituita per il sistema a circuizione, a partire dal 31 dicembre 2013, da nove imbarcazioni in possesso di una quota minima pari a 130 tonnellate. Per il 2010, intanto, si decideva di non assegnare alcuna e di riconoscere un contributo pubblico con un temporaneo arresto obbligatorio per tutte le imbarcazioni a circuizione. La ricorrente ha ottenuto in quella occasione, come comprovato dal Ministero nelle sue difese, il contributo di 89.152,40 euro. Nel frattempo, con tre bandi – DD.MM. 19.11.2008, 6.8.2009, 26.11.2010 – era stato previsto un ulteriore contributo all’armatore che decidesse di demolire l’imbarcazione e ritirare la licenza dalla flotta italiana. A seguito di dette misure sono venute meno molte delle unità di pesca originariamente autorizzate con il sistema a circuizione, con conseguente riassetto e concentrazione di quote in capo a minori unità navali e trasferimento mediante accordi volontari tra le parti delle quote individuali. L’amministrazione, nelle sue difese, ha convincentemente spiegato che il numero di 12 imbarcazioni autorizzabili per il sistema della circuizione era vincolato, in base a quanto previsto dal Regolamento UE n. 57/2011 (il numero originariamente previsto di 9 imbarcazioni è stato portato a 12 a seguito di un negoziato politico, in quanto al normativa comunitaria consentiva a talune condizioni di aumentare il numero di 9 imbarcazioni, previsto dal regolamento). Non risulta pertanto suffragato l’assunto, sostenuto dalla ricorrente nel primo motivo di ricorso, che la contrazione del pescato potesse essere effettuata anche con un numero di barche maggiore di 12. In questo quadro, la scelta di fissare il coefficiente a 130 tonnellate appare logica, proporzionata e idonea a garantire la redditività dell’attività delle imbarcazioni autorizzate, scongiurando il rischio della pesca illegale. Il coefficiente di 130 tonnellate è stato infatti individuato sulla base delle rilevazioni effettuate nel novembre 2010, chiedendo agli stessi armatori quale fosse la quota individuale di cattura del tonno rosso a seguito dei trasferimenti nel frattempo effettuati. Esso era appunto il coefficiente di pesca dell’ultima delle 12 imbarcazioni che potevano essere autorizzate alla circuizione (v. tabella di cui all’all. 14 della produzione di parte ricorrente). Il coefficiente di pesca minimo, dunque, non poteva essere individuato diversamente, dati i vincoli sovranazionali e le risultanze della campagna di pesca del 2009, tenuto conto anche dei trasferimenti nel frattempo intervenuti. La ricorrente peraltro era a conoscenza della intenzione della amministrazione di ridurre il numero delle imbarcazioni e di fissare il coefficiente di pesca a 130 tonnellate ed era stata messa in grado di chiedere tempestivamente il trasferimento della sua quota, anche se poi non lo aveva fatto nei tempi previsti (cfr. allegato 32 dell’amministrazione). Né – come già rilevato nella sentenza n. 11005/2015 di questa stessa sezione – può condividersi il rilievo di cui al secondo motivo di ricorso secondo cui tale regime violerebbe la libera concorrenza posto che in tale settore sono applicabili preminenti principi a tutela dello stesso derivanti dalla applicazione della normativa sovranazionale di riferimento e del principio di consequenzialità per il perseguimento dell’obiettivo prioritario della politica comune della pesca e per garantire la salvaguardia della risorsa ittica mediante un rigido processo di contenimento dello sforzo di pesca e il contemperamento tra sostenibilità ambientale e redditività imprenditoriale dell’attività di pesca con il raggiungimento entro il 2022 del rendimento massimo sostenibile. Infine, quanto al ricorso per motivi aggiunti, osserva il Collegio che la scelta di ridurre – eccezionalmente – la quota di cattura delle barche autorizzate alla circuizione, di cui al decreto 9 maggio 2010, non è in grado di incidere sulla correttezza del precedente operato dell’amministrazione, trattandosi di misura appunto eccezionale e transitoria, volta a porre rimedio ad una situazione di superamento dei limiti di pesca consentiti. In conclusione, tanto il ricorso originario che quello per motivi aggiunti vanno respinti.”

Cetara, Costiera amalfitana. Sono decine i ricorsi al Tar presentati a Roma contro il Ministero anche per fatti precedenti negli anni fra gli ultime sentenze pubblicate  quello della Società Europesca Cetara Srl in persona del legale rappresentante p.t. Sperandeo Domenico, nei confronti di Società Demo Pesca di Pasquale della Monica & C Sas, "per l'annullamento del decreto ministeriale 1 marzo 2011 sulla ripartizione tra i diversi sistemi di pesca della quota di tonno rosso per la campagna di pesca 2011 dove la società ricorrente, proprietaria ed armatrice della Unità di pesca denominata Angela Madre, in possesso della autorizzazione ministeriale per la cattura del tonno rosso con il sistema della circuizione, impugna il decreto 1 marzo 2011 con cui il Ministero delle politiche agricole e forestali ha disciplinato la ripartizione tra i diversi sistemi di pesca della quota di tonno rosso per la campagna di pesca 2011. Espone in punto di fatto che: – la pesca del tonno rosso è stata oggetto di una sempre più serrata regolamentazione da parte dell’Unione Europea, al fine di salvaguardare e tutelare la risorsa ittica -in quel tempo- a rischio di estinzione; – di anno in anno, quindi, in ragione del contingente complessivo di cattura del tonno rosso assegnato dall’Unione Europea all’Italia, il Ministero provvede a ripartire, in teoria secondo criteri prestabiliti, la quota tra i vari sistemi di pesca (circuizione, palangaro, tonnara fissa e pesca sportiva); – in particolare, il Ministero può, nel conferire permessi speciali di pesca, ridurre il numero di barche che esercitano la pesca a circuizione, consentendo loro uno specifico contingente non derogabile in nessuna maniera; – per l’anno 2011, la campagna di pesca del tonno rosso, il D.M. 1 marzo 2011, pubblicato nella G.U. il successivo 5 maggio 2011, Serie Generale n. 107, ha previsto la rimodulazione delle percentuali relative al TAC (Totale Ammissibile di Cattura) della specie tonno rosso tra i vari sistemi di pesca operanti; – il provvedimento ha decretato che alle 12 imbarcazioni autorizzate alla pesca del tonno rosso con il sistema della circuizione venisse assegnato il 75,961% della quota, riducendola rispetto a quanto previsto per l’anno precedente, e che la quota individuale minima viene fissata in 130 tonnellate. Avverso tale ultimo atto i ricorrenti ha proposto il presente ricorso, articolato nei seguenti motivi di impugnativa: 1) Sviamento di potere, illogicità, sproporzionalità e motivazione incongrua. Il coefficiente delle 130 tonnellate sarebbe stato scelto arbitrariamente dallo Stato italiano in quanto la contrazione del pescato può essere effettuata anche con un numero di barche maggiore di 12, con il rispetto del criterio della proporzionalità. Infatti, la redditività dell’impresa della ricorrente era già assicurata nel 2009 quando essa esercitava l’attività di pesca con un contingentamento di poco più di 80 tonnellate, quando il mercato imponeva un prezzo di 7 euro al kg, a maggior ragione essa sarebbe assicurata nel 2011 quando il mercato assicura il prezzo di 14-15 euro al kg. Dunque, il rispetto degli indirizzi europei avrebbe potuto essere garantito con un disegno programmatorio diverso, ovvero con una maggiore e proporzionale ponderazione degli interessi di tutte le imbarcazioni. 2) Sviamento di potere, violazione del principio di proporzionalità e di logicità e violazione perplessa. La libertà di impresa avrebbe dovuto essere salvaguardata con un numero di imbarcazioni maggiore e con un contingente minore di pescato, che comunque assicurerebbe la redditività dell’impresa. Inoltre, la fissazione del coefficiente di 130 tonnellate potrebbe ledere il principio della concorrenza, sostanzialmente conferendo a poche imbarcazioni una posizione dominante. Inoltre, se fosse stato fissato un contingente inferiore, la ricorrente avrebbe potuto anche vendere la propria quota. L’amministrazione intimata si è costituita per resistere al presente ricorso, chiedendone il rigetto perché infondato. La ricorrente ha quindi notificato un ricorso per motivi aggiunti, per impugnare il decreto 9 giugno 2011, che modificava il precedente decreto 1 marzo 2011. Il secondo decreto è motivato dalla circostanza che l’amministrazione, in data 26 maggio 20111 constatava il superamento del contingente di cattura assegnato per l’annualità 2011 al sistema palangaro. Pertanto, si è deciso di ridurre le quote individuali di cattura, inizialmente assegnate alle unità di pesca autorizzate con il sistema a circuizione per l’annualità 2011, assegnando alle ultime barche autorizzate una quota individuale di cattura di poco più di 86 e 63 tonnellate. Secondo la ricorrente, si tratterebbe di una decisione che evidenzia una macroscopica contraddittorietà rispetto alle precedenti determinazioni dell’amministrazione giacché in precedenza si era ritenuto che il limite delle 130 tonnellate fosse il solo a poter garantire la redditività e poi, successivamente, si è affermato che anche le 60 tonnellate sarebbero idonee a garantire la redditività dell’impresa. Avverso tale secondo decreto la ricorrente deduce i seguenti motivi di impugnazione: 1) Sviamento di potere, illogicità, sproporzionalità e motivazione incongrua, contraddittorietà. La quota individuale assegnabile deve garantire la redditività dell’attività di impresa, in modo che la barca non sia costretta a sforare il tetto della quota da pescare. Si tratta, in sostanza, di una sorta di garanzia supplementare, posta a salvaguardia della protezione dell’ecosistema in modo da scongiurare il rischio della pesca illegale. Tuttavia, in sede di modifica della originaria assegnazione, il Ministero ha affermato che 60 tonnellate sarebbero adeguate a garantire la convenienza economica e la redditività di impresa. Ne deriva che la prima assegnazione deve ritenersi erronea. Peraltro, anche con la seconda assegnazione, la ricorrente non risulta essere stata autorizzata. Tanto la società ricorrente che il Ministero intimato hanno depositato memoria per l’odierna udienza. La ricorrente ha quindi depositato una memoria di replica per contestare le difese del Ministero. All’odierna udienza, la causa è stata trattenuta in decisione. Il ricorso, anche alla luce della giurisprudenza consolidata della Sezione, è infondato al pari del ricorso per motivi aggiunti e pertanto entrambi devono essere respinti, il che consente di prescindere dall’esaminare l’eccezione di tardività sollevata dall’amministrazione resistente. Occorre premettere che gli interventi internazionali e comunitari hanno limitato la pesca del tonno rosso al fine di renderla compatibile con le esigenze di salvaguardia della specie, per cui è sorta la necessità di contingentare i quantitativi di pesca del tonno rosso tra i diversi Stati interessati e, poi, di distribuire la quota assegnata a livello nazionale (TAC) tra i vari sistemi di pesca. La Convenzione internazionale per la conservazione dei tonnidi dell’Atlantico, firmata a Rio de Janeiro il 14 maggio 1966, comprende tutte le acque dell’Oceano Atlantico e dei mari adiacenti e la realizzazione degli obiettivi in essa previsti è affidata ad una Commissione appositamente costituita, denominata Commissione internazionale per la conservazione dei tonnidi (ICCAT), la quale formula, tra l’altro, raccomandazioni intese a mantenere le popolazioni di tonnidi e di specie affini che possono essere pescate nella zona della Convenzione a livelli che consentano le catture massimi sostenibili per scopi alimentari ed altri fini. La raccomandazione adottata dalla Commissione entra in vigore decorsi sei mesi dalla sua notifica alle parti contraenti ed è vincolante per le parti medesime. Il piano pluriennale di ricostituzione del tonno rosso adottato dall’ICCAT è stato recepito dall’Unione europea mediante il regolamento (CE) n. 302 del 2009, con il quale sono stati stabiliti i principi generali per la sua applicazione da parte dell’Unione europea. In particolare, ai sensi dell’art. 4, ciascuno Stato membro adotta le misure necessarie per assicurare che lo sforzo di pesca delle sue navi da cattura e delle sue tonnare sia commisurato alle quote di pesca di tonno rosso assegnate ed a tal fine lo Stato interessato redige un piano di pesca annuale per le navi da cattura e le tonnare praticanti la pesca del tonno rosso, che viene trasmesso entro il 31 gennaio di ogni anno alla Commissione europea. Pertanto, il quantitativo totale di tonno rosso pescabile nel territorio nazionale costituisce un dato esogeno, in quanto stabilito a livello europeo, mentre l’Autorità statale è tenuta ad esercitare un doppio livello di discrezionalità nella ripartizione interna, tra i diversi sistemi di pesca, del quantitativo totale, e, nell’ambito di ogni sistema, tra le singole imbarcazioni, del quantitativo attribuito al sistema stesso. Altro dato esogeno è costituito dal numero di imbarcazioni abilitate alla pesca del tonno rosso, fissate in 12 per il sistema a circuizione e 30 per quello a palangaro. Un primo livello di discrezionalità, quindi, è esercitato con riferimento alla ripartizione del TAC tra i vari sistemi di pesca, mentre un secondo livello di discrezionalità, una volta ripartito il TAC tra i diversi sistemi, è esercitato nella ripartizione tra le imbarcazioni autorizzate delle quote individuali all’interno di ogni singolo sistema. In altri termini, lo Stato membro non ha alcuna discrezionalità nello stabilire il quantitativo massimo di tonno rosso pescabile nei propri mari (TAC), essendo questo un dato esogeno, imposto dall’Unione Europea, mentre esso esercita potestà discrezionale nel suddividere le quote di cattura tra i diversi sistemi di pesca e tra le singole unità autorizzate all’interno dei singoli sistemi; sicché, diviene dirimente, al fine di apprezzare le censure dedotte dalla ricorrente, individuare le modalità ed i criteri attraverso i quali il competente Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali ha provveduto all’esercizio del proprio potere discrezionale e, in particolare, alla ripartizione tra le singole imbarcazioni nell’ambito del sistema di pesca a “circuizione”. In proposito, occorre rilevare come la ripartizione tra i diversi sistemi di pesca avvenga, sin dal 2001, in modo sostanzialmente proporzionale alle relative quote di mercato. La ripartizione del TAC attribuito all’Italia per il 2011 con il regolamento (UE) n. 57/2011 è pari a 1.787,91 tonnellate. Appare evidente una progressiva riduzione del contingente assegnato all’Italia da 4.880 tonnellate nel 2006 a 1.787,91 tonnellate nel 2011. Dall’esame di tali dati, emerge con evidenza che negli ultimi anni l’ICCAT, con le sue raccomandazioni, ha dettato alla UE una rigida politica di controllo e una radicale diminuzione dei totali ammissibili di cattura che ha comportato per ogni sistema di pesca del tonno rosso un evidente decremento in valore assoluto del quantitativo catturabile e, nella specie, la quota riservata al sistema della circuizione è diminuito di circa 10 punti percentuali, passando dall’84% al 74,4%. La flotta italiana autorizzata alla pesca con circuizione contava, nel 2009, 49 imbarcazioni, a fronte di una quota complessiva di 3.176,10 tonnellate. Per il triennio 2010- 2013, è stata prevista una drastica riduzione del TAC. E’ stata pertanto avviata dal Ministero una politica di programmazione con l’adozione del Piano di adeguamento per il periodo 2010-2013 di cui al decreto 27 aprile 2010, con il quale agli operatori del mercato è stato reso noto che la flotta tonniera sarebbe stata costituita per il sistema a circuizione, a partire dal 31 dicembre 2013, da nove imbarcazioni in possesso di una quota minima pari a 130 tonnellate. Per il 2010, intanto, si decideva di non assegnare alcuna e di riconoscere un contributo pubblico con un temporaneo arresto obbligatorio per tutte le imbarcazioni a circuizione. La ricorrente ha ottenuto in quella occasione, come comprovato dal Ministero nelle sue difese, il contributo di 89.152,40 euro. Nel frattempo, con tre bandi – DD.MM. 19.11.2008, 6.8.2009, 26.11.2010 – era stato previsto un ulteriore contributo all’armatore che decidesse di demolire l’imbarcazione e ritirare la licenza dalla flotta italiana. A seguito di dette misure sono venute meno molte delle unità di pesca originariamente autorizzate con il sistema a circuizione, con conseguente riassetto e concentrazione di quote in capo a minori unità navali e trasferimento mediante accordi volontari tra le parti delle quote individuali. L’amministrazione, nelle sue difese, ha convincentemente spiegato che il numero di 12 imbarcazioni autorizzabili per il sistema della circuizione era vincolato, in base a quanto previsto dal Regolamento UE n. 57/2011 (il numero originariamente previsto di 9 imbarcazioni è stato portato a 12 a seguito di un negoziato politico, in quanto al normativa comunitaria consentiva a talune condizioni di aumentare il numero di 9 imbarcazioni, previsto dal regolamento). Non risulta pertanto suffragato l’assunto, sostenuto dalla ricorrente nel primo motivo di ricorso, che la contrazione del pescato potesse essere effettuata anche con un numero di barche maggiore di 12. In questo quadro, la scelta di fissare il coefficiente a 130 tonnellate appare logica, proporzionata e idonea a garantire la redditività dell’attività delle imbarcazioni autorizzate, scongiurando il rischio della pesca illegale. Il coefficiente di 130 tonnellate è stato infatti individuato sulla base delle rilevazioni effettuate nel novembre 2010, chiedendo agli stessi armatori quale fosse la quota individuale di cattura del tonno rosso a seguito dei trasferimenti nel frattempo effettuati. Esso era appunto il coefficiente di pesca dell’ultima delle 12 imbarcazioni che potevano essere autorizzate alla circuizione (v. tabella di cui all’all. 14 della produzione di parte ricorrente). Il coefficiente di pesca minimo, dunque, non poteva essere individuato diversamente, dati i vincoli sovranazionali e le risultanze della campagna di pesca del 2009, tenuto conto anche dei trasferimenti nel frattempo intervenuti. La ricorrente peraltro era a conoscenza della intenzione della amministrazione di ridurre il numero delle imbarcazioni e di fissare il coefficiente di pesca a 130 tonnellate ed era stata messa in grado di chiedere tempestivamente il trasferimento della sua quota, anche se poi non lo aveva fatto nei tempi previsti (cfr. allegato 32 dell’amministrazione). Né – come già rilevato nella sentenza n. 11005/2015 di questa stessa sezione – può condividersi il rilievo di cui al secondo motivo di ricorso secondo cui tale regime violerebbe la libera concorrenza posto che in tale settore sono applicabili preminenti principi a tutela dello stesso derivanti dalla applicazione della normativa sovranazionale di riferimento e del principio di consequenzialità per il perseguimento dell’obiettivo prioritario della politica comune della pesca e per garantire la salvaguardia della risorsa ittica mediante un rigido processo di contenimento dello sforzo di pesca e il contemperamento tra sostenibilità ambientale e redditività imprenditoriale dell’attività di pesca con il raggiungimento entro il 2022 del rendimento massimo sostenibile. Infine, quanto al ricorso per motivi aggiunti, osserva il Collegio che la scelta di ridurre – eccezionalmente – la quota di cattura delle barche autorizzate alla circuizione, di cui al decreto 9 maggio 2010, non è in grado di incidere sulla correttezza del precedente operato dell’amministrazione, trattandosi di misura appunto eccezionale e transitoria, volta a porre rimedio ad una situazione di superamento dei limiti di pesca consentiti. In conclusione, tanto il ricorso originario che quello per motivi aggiunti vanno respinti."

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