Sequestrata maxi-discarica sul Vesuvio. A Cava Fiengo scarti tessili e di edilizia, piombo, zinco e carcasse di auto

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Ercolano. Un pozzo senza fondo. Una miniera a cui per decenni ognuno ha trovato il modo per lucrare. Ditte adibite a prevenzione incendi e rimboschimento; scarico illegale di rifiuti; palazzinari. In troppi ci sono riusciti tanto bene che ancora ci provano. Ieri il sequestro di un’altra discarica fuorilegge. A parlarne e a dare il via all’inchiesta della magistratura le rivelazioni di un pentito di una cosca di Ercolano. E nei giorni scorsi il risultato degli esami sui rifiuti sversati nel cuore più urbanizzato del Parco Nazionale del Vesuvio. Un versante del vulcano che più di altri, oltre ai clan di camorra attira speculatori di ogni specie. Un disastro ambientale in piena regola: nell’ex cava trasformata abusivamente in discarica, quintali di indumenti e stracci, probabilmente provenienti dalle fabbriche cinesi che ormai da decenni lavorano nei comuni vesuviani specialmente dell’area a nord del cratere e che sono ad altissimo rischio incendio. Ieri i carabinieri del Noe diretti dal capitano Paolo Di Napoli hanno eseguito l’ordinanza di sequestro emessa da Nunzio Fragliasso, procuratore aggiunto, capo della quinta sezione Ambiente della procura di Napoli. In quella fossa larga oltre 100mila metri quadri e profonda quattro i militari hanno trovato carcasse d’auto, massicci scarti di demolizioni edilizie, pezzi di manufatti in cemento e amianto, imballaggi in plastica e metalli. E di più: fusti deteriorati, alcuni contenenti oli non si sa ancora provenienti da quali lavorazioni. Il risultato degli esami chimici è quanto meno inquietante: berillio, cromo, cromo esavalente, rame, piombo, zinco e idrocarburi pesanti. Metalli, veleni, che per anni sono passati indisturbati sotto migliaia di occhi indifferenti e soprattutto complici. Adesso la cava è stata affidata alla custodia giudiziale di Agostino Casillo, presidente dell’ente Parco Vesuvio, per evitare nuovi scarichi. «Ho già chiesto alla Forestale di intensificare i controlli – dice Casillo – C’è un progetto di videosorveglianza non ancora ultimato e che presto metteremo a regime». L’attenzione continua a salire perché se quei rifiuti dovessero finire in fiamme il rischio diossina sarebbe molto allarmante. Il sindaco di Ercolano Ciro Buonajuto ha già nominato una commissione speciale per la caratterizzazione dei rifiuti: «Senza risorse economiche consistenti non si possono prevedere bonifiche. Al momento però mi interessa capire con urgenza se nella zona esistono pericoli perla salute pubblica». Quindici ettari tra via Filaro e contrada Castelluccio, alcune migliaia di residenti e oltre 400mila metri cubi di veleni. Non ci sarebbe al momento nessun allarme per la falda acquifera né contaminazione per i terreni circostanti: «I rifiuti – spiegano gli esperti del Noe – erano depositati a circa quattro metri di profondità, quindi non dovrebbero aver contaminato le risorse idriche. Ma è certo che l’ex cava deve essere rapidamente bonificata, come è accaduto per un altro invaso in località Cupa Viola. Ancora una cava, denominata Montone, anche in questo caso nel cuore del Parco Nazionale, territorio di Ercolano. Adesso appare ancora più determinante l’avvio di controlli permanenti. Specialmente in questo periodo di roghi che se coinvolgessero quella montagna di rifiuti farebbero subito scattare l’allarme diossina proprio nella zona nota per le coltivazioni del pomodoro del «Piennolo». Una lotta contro le mani criminali che provocano incendi e che come sempre appare difficile. Proseguono infatti le indagini per individuare i responsabili che la settimana scorsa hanno appiccato cinque roghi sul versante opposto del vulcano, fra Terzigno, Torre del Greco, San Giuseppe Vesuviano, Ottaviano. «Questo è il segno di quanto disinteresse ci sia stato da parte di istituzioni, imprenditori, cittadini – aggiunge il sindaco di Ercolano – È forte quanto certa la sensazione che qui sia assolutamente mancata la cultura della conservazione del territorio». Eppure questo vulcano resta una risorsa per l’oltre un milione e mezzo di abitanti che nonostante la densità criminale, i disagi urbanistici e logistici, qui continuano a vivere sfruttando proprio il Vesuvio. Al momento gli unici soldi «puliti» guadagnati alle falde del vulcano restano i prodotti dell’agricoltura e quelli del turismo. Soltanto nei mesi estivi oltre un milione e mezzo di visitatori nell’area del cratere, di cui 500mila paganti un biglietto di 10 euro alla biglietteria dell’ente Parco Vesuvio. E una miriade di agriturismi e bed & breakfast allestiti negli ultimi anni sfruttando anche una serie di leggi e finanziamenti, tutti al completo anche d’inverno. E almeno su questo fronte sembra ormai avviato un nuovo ordine: arrestati i parcheggiatori abusivi che a quota mille chiedevano anche 50 euro agli autisti del bus turistici per una sosta di mezz’ora. A controllare il via vai di auto, ci sono adesso quattro pattuglie al giorno dei vigili urbani di Ercolano. E i servizi sono stati affidati a una regolare società. (Rosa Palomba – Il Mattino)

Ercolano. Un pozzo senza fondo. Una miniera a cui per decenni ognuno ha trovato il modo per lucrare. Ditte adibite a prevenzione incendi e rimboschimento; scarico illegale di rifiuti; palazzinari. In troppi ci sono riusciti tanto bene che ancora ci provano. Ieri il sequestro di un’altra discarica fuorilegge. A parlarne e a dare il via all’inchiesta della magistratura le rivelazioni di un pentito di una cosca di Ercolano. E nei giorni scorsi il risultato degli esami sui rifiuti sversati nel cuore più urbanizzato del Parco Nazionale del Vesuvio. Un versante del vulcano che più di altri, oltre ai clan di camorra attira speculatori di ogni specie. Un disastro ambientale in piena regola: nell’ex cava trasformata abusivamente in discarica, quintali di indumenti e stracci, probabilmente provenienti dalle fabbriche cinesi che ormai da decenni lavorano nei comuni vesuviani specialmente dell’area a nord del cratere e che sono ad altissimo rischio incendio. Ieri i carabinieri del Noe diretti dal capitano Paolo Di Napoli hanno eseguito l’ordinanza di sequestro emessa da Nunzio Fragliasso, procuratore aggiunto, capo della quinta sezione Ambiente della procura di Napoli. In quella fossa larga oltre 100mila metri quadri e profonda quattro i militari hanno trovato carcasse d’auto, massicci scarti di demolizioni edilizie, pezzi di manufatti in cemento e amianto, imballaggi in plastica e metalli. E di più: fusti deteriorati, alcuni contenenti oli non si sa ancora provenienti da quali lavorazioni. Il risultato degli esami chimici è quanto meno inquietante: berillio, cromo, cromo esavalente, rame, piombo, zinco e idrocarburi pesanti. Metalli, veleni, che per anni sono passati indisturbati sotto migliaia di occhi indifferenti e soprattutto complici. Adesso la cava è stata affidata alla custodia giudiziale di Agostino Casillo, presidente dell’ente Parco Vesuvio, per evitare nuovi scarichi. «Ho già chiesto alla Forestale di intensificare i controlli – dice Casillo – C’è un progetto di videosorveglianza non ancora ultimato e che presto metteremo a regime». L’attenzione continua a salire perché se quei rifiuti dovessero finire in fiamme il rischio diossina sarebbe molto allarmante. Il sindaco di Ercolano Ciro Buonajuto ha già nominato una commissione speciale per la caratterizzazione dei rifiuti: «Senza risorse economiche consistenti non si possono prevedere bonifiche. Al momento però mi interessa capire con urgenza se nella zona esistono pericoli perla salute pubblica». Quindici ettari tra via Filaro e contrada Castelluccio, alcune migliaia di residenti e oltre 400mila metri cubi di veleni. Non ci sarebbe al momento nessun allarme per la falda acquifera né contaminazione per i terreni circostanti: «I rifiuti – spiegano gli esperti del Noe – erano depositati a circa quattro metri di profondità, quindi non dovrebbero aver contaminato le risorse idriche. Ma è certo che l’ex cava deve essere rapidamente bonificata, come è accaduto per un altro invaso in località Cupa Viola. Ancora una cava, denominata Montone, anche in questo caso nel cuore del Parco Nazionale, territorio di Ercolano. Adesso appare ancora più determinante l’avvio di controlli permanenti. Specialmente in questo periodo di roghi che se coinvolgessero quella montagna di rifiuti farebbero subito scattare l’allarme diossina proprio nella zona nota per le coltivazioni del pomodoro del «Piennolo». Una lotta contro le mani criminali che provocano incendi e che come sempre appare difficile. Proseguono infatti le indagini per individuare i responsabili che la settimana scorsa hanno appiccato cinque roghi sul versante opposto del vulcano, fra Terzigno, Torre del Greco, San Giuseppe Vesuviano, Ottaviano. «Questo è il segno di quanto disinteresse ci sia stato da parte di istituzioni, imprenditori, cittadini – aggiunge il sindaco di Ercolano – È forte quanto certa la sensazione che qui sia assolutamente mancata la cultura della conservazione del territorio». Eppure questo vulcano resta una risorsa per l’oltre un milione e mezzo di abitanti che nonostante la densità criminale, i disagi urbanistici e logistici, qui continuano a vivere sfruttando proprio il Vesuvio. Al momento gli unici soldi «puliti» guadagnati alle falde del vulcano restano i prodotti dell’agricoltura e quelli del turismo. Soltanto nei mesi estivi oltre un milione e mezzo di visitatori nell’area del cratere, di cui 500mila paganti un biglietto di 10 euro alla biglietteria dell’ente Parco Vesuvio. E una miriade di agriturismi e bed & breakfast allestiti negli ultimi anni sfruttando anche una serie di leggi e finanziamenti, tutti al completo anche d’inverno. E almeno su questo fronte sembra ormai avviato un nuovo ordine: arrestati i parcheggiatori abusivi che a quota mille chiedevano anche 50 euro agli autisti del bus turistici per una sosta di mezz’ora. A controllare il via vai di auto, ci sono adesso quattro pattuglie al giorno dei vigili urbani di Ercolano. E i servizi sono stati affidati a una regolare società. (Rosa Palomba – Il Mattino)