Obitorio di Bari, Mattarella incontra i parenti delle vittime del disastro ferroviario: i vostri cari avranno giustizia

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La rabbia dei familiari è un’onda carsica. Esplode e si contiene, in uno stop and go continuo, oscillante e perpetuo come il pendolo delle emozioni. La rabbia e il dolore, la rabbia e l’orgoglio. Al Policlinico di Bari madri, padri, fratelli e parenti vari delle 23 vittime del disastro ferroviario pugliese, davanti alla palazzina di Medicina Legale si sfogano a fatica o senza pudore dopo l’incontro con il presidente Sergio Mattarella. Le reazioni sono diverse. Chi si sente rassicurato ha un’espressione mite. Chi non trova pace e cerca risposte non è appagato dalle scarne parole ascoltate. Il presidente della Repubblica è arrivato poco dopo le 16 di ieri e si è trattenuto per quasi un’ora e mezza. Ad attenderlo c’erano non solo parenti e autorità, ma anche i camici bianchi, gli infermieri con il badge sul petto e i portantini. Qualche anziano malato, meno grave, s’è fatto trasportare sulla sedia a rotelle, fuori del reparto, in un angolo all’ombra per poter vedere il passaggio velocissimo del Capo dello stato che è stato di poche, nette parole: «Vi prometto che sarà fatta giustizia e che andremo fino in fondo. Non vi abbandoneremo». I nomi, ha assicurato, saranno scolpiti in ogni stazione. Mattarella non ha tenuto un discorso, davanti alle circa 200 persone radunate in una delle aule universitarie, dietro i banchi, come studenti di fronte all’esame più duro della propria vita. Non c’erano voti da ricevere o promozioni, piuttosto rassicurazioni. Il presidente sapeva che doveva compiere un’opera di rammendo istituzionale, come un padre, un nonno che ricuce gli strappi dell’anima con il filo del cordoglio. Così prova a fronteggiare con la sua spontanea e incontenibile commozione l’insinuante vento che l’antipolitica prova a soffiare ancora più forte quando al disagio, alle privazioni si aggiunge la tragedia. C’è riuscito? In parte. Perché il sangue è ancora fresco sulla pelle. La sua promessa ha raccolto anche molto scetticismo, sommesso, perché ancora il cuore è trafitto dalle lamiere. Lo Stato è qua e vigilerà: è questo il senso della visita. Certo una formula di rito, ascoltata tante volte, ma che resta sempre indispensabile. Guai se non ci fosse. Guai se la speranza si spegnesse di fronte a ferite che purtroppo sanguineranno a lungo per cicatrizzarsi ciascuna a suo modo. E di fronte a quest’incontro ciascuno ha reagito a modo suo. Tutte le famiglie felici, forse, si assomigliano tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo e vive il dolore ed elabora il lutto in modo differente. In vari momenti, nelle stanze del Policlinico dove hanno cercato e trovato una parola e un genere di conforto o fuori nei viali martirizzati dal sole spietato, i parenti delle vittime del disastro hanno coltivato nel proprio intimo la disperazione che è esplosa forte, già di mattina, molto prima che arrivasse Mattarella. Alcuni gruppi familiari che hanno trascorso la notte all’obitorio a vegliare, hanno gridato più volte: «Assassini, siete assassini, i nostri parenti non torneranno più». Un urlo rivolto contro tutti, uno sfogo generalizzato e indistinto per sottolineare che per quanto si possa sentire assolta, tutta la filiera della morte sui binari è coinvolta. La zia di Patty Carnimeo, l’estetista di 31 anni, prima della visita ha provato a snobbare le presenze istituzionali: «Venisse chi vuole, anche il Papa, a noi non interessa. Cosa volete che cambi per noi, non avremo più i nostri partenti morti». Il presidente, accompagnato da diversi sindaci e dal governatore Michele Emiliano ha smontato con la sua naturale umiltà ogni resistenza, ogni ostinazione. Ha stretto molte mani, si è fermato a parlare con i gruppi familiari. Ha ascoltato. Per tutti una parola di conforto e una risposta. Si è visibilmente commosso più volte. Ha voluto farsi raccontare la storia della nonna Donata che con il corpo ha salvato il nipotino Samuele. Era duro, molto duro ascoltare, anche per lui che ha vissuto in prima persona tragedie laceranti. «La richiesta di giustizia è arrivata da noi tutti, anche da parte mia» ha aggiunto il primo cittadino di Bari Antonio Decaro, al fianco di Mattarella con la fascia tricolore. «Fino a sabato è il momento del dolore, poi verranno il momento della verità e quello della giustizia». Dopo i parenti delle vittime, il presidente ha incontrato tre feriti ricoverati a Bari: Nicola Lorizzo, il macchinista del treno partito da Andria e coinvolto nell’incidente, nel reparto di Neurochirurgia, Aureliana Colella nel reparto di Ortopedia e Amalia Ricciardi che si trova in Chirurgia d’Urgenza. Le voci di dentro, una volta all’esterno, hanno preso sfumature contrastanti. «Io ho perso un fratello ed è dura, però la sua morte mi ha dato una forza incredibile che non pensavo di avere. Anche perché sono l’unico maschio rimasto a casa e devo prendere in mano le redini della situazione» s’è confortato Giuseppe Schinzari, fratello del vicequestore Fulvio. «Farò il massimo cercando di andarmi a sfogare altrove quando avrò i miei momenti. Ma seguirò gli sviluppi di questa vicenda: non mi arrenderò mai». Ma di fronte alle telecamere non ce l’ha fatta ed è scoppiato in lacrime. Poi, però, ha voluto aggiungere: «Eravamo tutti in una unica aula angusta e il Capo dello Stato non ha potuto raggiungere tutte le famiglie. Le fila erano molto serrate e non c’è stata la possibilità di parlare con tutti. In questi giorni ci sono stati tuttivicino e ci hanno assistito in ogni maniera. Tantissima solidarietà, anche a casa. Ora c’è tanta rabbia, ma io ho tastato gli umori delle altre famiglie. E c’è una buona dose di fiducia nelle istituzioni e nella giustizia». Un sentimento non isolato. Sulla stessa lunghezza d’onda Michele Caterino, ingegnere meccanico, fratello del macchinista Luciano: «Ho fiducia nelle istituzioni. Quando si lavora con le istituzioni bisogna averne e fare in modo che funzionino». Enrico Fanucci è il suocero del pavese Maurizio Pisani. È uscito accompagnato dalla vedova Alessandra alla quale il Presidente ha chiesto di abbracciare la figlia, la piccola Vittoria di 4 anni, che non vedrà più il padre. «Lo farò, certo. Ma mia figlia adesso è con lo psicologo che deve spiegarle che suo padre non c’è più», ha commentato con una punta di amarezza. Il suocero s’è inserito con una proposta: «Lo Stato si adoperi per risarcimenti veloci, senza causa, non tanto per chi come noi non ha troppi problemi, ma per le famiglie che hanno perso l’unico sostegno economico e faticheranno a mettere un piatto in tavola. Non c’è bisogno di prove per dimostrare che sono vittime. Era su quei tremi maledetti, che occorre sapere di più?». Francesco Merra, un anziano che cammina con una stampella, barba non rasata, dialetto stretto, era fatalista: «“Sul quel binario il treno già cammina. Tra pochi giorni ci dimenticheranno». Nel disastro ha perso la figlia Benedetta, una semplice casalinga. «E non siamo neanche soddisfatti della visita di Mattarella – lo ha incalzato il figlio Sabino – perché non ha stretto la mano a tutti, a noi no. Erano nelle file più lontane e lassù si sono sentiti trascurati. Una delle famiglie più attive è quella di Enrico Castellano, il funzionario del Banco di Napoli in pensione. I figli si stanno dando da fare per costituire un comitato dei parenti delle vittime. Ieri, durante l’incontro a Medicina Legale, Daniela, la più tenace, è crollata. Si è sentita male (un malore ha colpito anche la madre di Patty Carnimeo). Daniela è stata portata fuori, l’hanno affidata ai medici del 118. Si è ripresa lentamente, mentre fuori dell’ambulanza il fratello Giuseppe e l’altra sorella Marcella non lesinavano dichiarazioni che oscillavano tra la fiducia e lo smarrimento. «Quei treni sono treni dei poveri, di chi non ha nulla» ha commentato Giuseppe che si sforza di restare lucido («Ma prima o poi crollerò pure io, vedrete»). Ha continuato con un invito perentorio: «Andassero ad indagare sull’utilizzo dei fondi, su dove sono finiti i soldi, perché mancano gli strumenti di sicurezza. Invece pagheranno quei due che hanno alzatola paletta verde». La sorella Marcella è stata meno critica: «Speriamo che la promessa di giustizia sia mantenuta e che siano individuati i veri responsabili di questa strage. Le parole di Mattarella mi hanno rassicurato. Mi sento tranquillizzata quando ha detto che non ci abbandonerà. Sono certa che ci accompagnerà in questo percorso di dolore e di riscatto». Un percorso che ancora deve compiersi, almeno nella parte più lacerante, sotto lo sguardo del Paese intero. L’ultimo atto pubblico sarà il funerale previsto per domani alle 11, al Palazzetto dello Sport di Andria. Probabilmente non ci saranno le salme di tutte le vittime. Partecipare sarà una scelta libera dei parenti, anche se verrà organizzato collettivamente. Dall’aria che tira non è escluso che le assenze non saranno invisibili. Alcuni hanno fatto già sapere che preferiscono una cerimonia privata. Non ci saranno 23 bare, perché ogni famiglia è infelice a modo suo. (Pietro Treccagnoli – Il Mattino)

La rabbia dei familiari è un’onda carsica. Esplode e si contiene, in uno stop and go continuo, oscillante e perpetuo come il pendolo delle emozioni. La rabbia e il dolore, la rabbia e l’orgoglio. Al Policlinico di Bari madri, padri, fratelli e parenti vari delle 23 vittime del disastro ferroviario pugliese, davanti alla palazzina di Medicina Legale si sfogano a fatica o senza pudore dopo l’incontro con il presidente Sergio Mattarella. Le reazioni sono diverse. Chi si sente rassicurato ha un’espressione mite. Chi non trova pace e cerca risposte non è appagato dalle scarne parole ascoltate. Il presidente della Repubblica è arrivato poco dopo le 16 di ieri e si è trattenuto per quasi un’ora e mezza. Ad attenderlo c’erano non solo parenti e autorità, ma anche i camici bianchi, gli infermieri con il badge sul petto e i portantini. Qualche anziano malato, meno grave, s’è fatto trasportare sulla sedia a rotelle, fuori del reparto, in un angolo all’ombra per poter vedere il passaggio velocissimo del Capo dello stato che è stato di poche, nette parole: «Vi prometto che sarà fatta giustizia e che andremo fino in fondo. Non vi abbandoneremo». I nomi, ha assicurato, saranno scolpiti in ogni stazione. Mattarella non ha tenuto un discorso, davanti alle circa 200 persone radunate in una delle aule universitarie, dietro i banchi, come studenti di fronte all’esame più duro della propria vita. Non c’erano voti da ricevere o promozioni, piuttosto rassicurazioni. Il presidente sapeva che doveva compiere un’opera di rammendo istituzionale, come un padre, un nonno che ricuce gli strappi dell’anima con il filo del cordoglio. Così prova a fronteggiare con la sua spontanea e incontenibile commozione l’insinuante vento che l’antipolitica prova a soffiare ancora più forte quando al disagio, alle privazioni si aggiunge la tragedia. C’è riuscito? In parte. Perché il sangue è ancora fresco sulla pelle. La sua promessa ha raccolto anche molto scetticismo, sommesso, perché ancora il cuore è trafitto dalle lamiere. Lo Stato è qua e vigilerà: è questo il senso della visita. Certo una formula di rito, ascoltata tante volte, ma che resta sempre indispensabile. Guai se non ci fosse. Guai se la speranza si spegnesse di fronte a ferite che purtroppo sanguineranno a lungo per cicatrizzarsi ciascuna a suo modo. E di fronte a quest’incontro ciascuno ha reagito a modo suo. Tutte le famiglie felici, forse, si assomigliano tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo e vive il dolore ed elabora il lutto in modo differente. In vari momenti, nelle stanze del Policlinico dove hanno cercato e trovato una parola e un genere di conforto o fuori nei viali martirizzati dal sole spietato, i parenti delle vittime del disastro hanno coltivato nel proprio intimo la disperazione che è esplosa forte, già di mattina, molto prima che arrivasse Mattarella. Alcuni gruppi familiari che hanno trascorso la notte all’obitorio a vegliare, hanno gridato più volte: «Assassini, siete assassini, i nostri parenti non torneranno più». Un urlo rivolto contro tutti, uno sfogo generalizzato e indistinto per sottolineare che per quanto si possa sentire assolta, tutta la filiera della morte sui binari è coinvolta. La zia di Patty Carnimeo, l’estetista di 31 anni, prima della visita ha provato a snobbare le presenze istituzionali: «Venisse chi vuole, anche il Papa, a noi non interessa. Cosa volete che cambi per noi, non avremo più i nostri partenti morti». Il presidente, accompagnato da diversi sindaci e dal governatore Michele Emiliano ha smontato con la sua naturale umiltà ogni resistenza, ogni ostinazione. Ha stretto molte mani, si è fermato a parlare con i gruppi familiari. Ha ascoltato. Per tutti una parola di conforto e una risposta. Si è visibilmente commosso più volte. Ha voluto farsi raccontare la storia della nonna Donata che con il corpo ha salvato il nipotino Samuele. Era duro, molto duro ascoltare, anche per lui che ha vissuto in prima persona tragedie laceranti. «La richiesta di giustizia è arrivata da noi tutti, anche da parte mia» ha aggiunto il primo cittadino di Bari Antonio Decaro, al fianco di Mattarella con la fascia tricolore. «Fino a sabato è il momento del dolore, poi verranno il momento della verità e quello della giustizia». Dopo i parenti delle vittime, il presidente ha incontrato tre feriti ricoverati a Bari: Nicola Lorizzo, il macchinista del treno partito da Andria e coinvolto nell’incidente, nel reparto di Neurochirurgia, Aureliana Colella nel reparto di Ortopedia e Amalia Ricciardi che si trova in Chirurgia d’Urgenza. Le voci di dentro, una volta all’esterno, hanno preso sfumature contrastanti. «Io ho perso un fratello ed è dura, però la sua morte mi ha dato una forza incredibile che non pensavo di avere. Anche perché sono l’unico maschio rimasto a casa e devo prendere in mano le redini della situazione» s’è confortato Giuseppe Schinzari, fratello del vicequestore Fulvio. «Farò il massimo cercando di andarmi a sfogare altrove quando avrò i miei momenti. Ma seguirò gli sviluppi di questa vicenda: non mi arrenderò mai». Ma di fronte alle telecamere non ce l’ha fatta ed è scoppiato in lacrime. Poi, però, ha voluto aggiungere: «Eravamo tutti in una unica aula angusta e il Capo dello Stato non ha potuto raggiungere tutte le famiglie. Le fila erano molto serrate e non c’è stata la possibilità di parlare con tutti. In questi giorni ci sono stati tuttivicino e ci hanno assistito in ogni maniera. Tantissima solidarietà, anche a casa. Ora c’è tanta rabbia, ma io ho tastato gli umori delle altre famiglie. E c’è una buona dose di fiducia nelle istituzioni e nella giustizia». Un sentimento non isolato. Sulla stessa lunghezza d’onda Michele Caterino, ingegnere meccanico, fratello del macchinista Luciano: «Ho fiducia nelle istituzioni. Quando si lavora con le istituzioni bisogna averne e fare in modo che funzionino». Enrico Fanucci è il suocero del pavese Maurizio Pisani. È uscito accompagnato dalla vedova Alessandra alla quale il Presidente ha chiesto di abbracciare la figlia, la piccola Vittoria di 4 anni, che non vedrà più il padre. «Lo farò, certo. Ma mia figlia adesso è con lo psicologo che deve spiegarle che suo padre non c’è più», ha commentato con una punta di amarezza. Il suocero s’è inserito con una proposta: «Lo Stato si adoperi per risarcimenti veloci, senza causa, non tanto per chi come noi non ha troppi problemi, ma per le famiglie che hanno perso l’unico sostegno economico e faticheranno a mettere un piatto in tavola. Non c’è bisogno di prove per dimostrare che sono vittime. Era su quei tremi maledetti, che occorre sapere di più?». Francesco Merra, un anziano che cammina con una stampella, barba non rasata, dialetto stretto, era fatalista: «“Sul quel binario il treno già cammina. Tra pochi giorni ci dimenticheranno». Nel disastro ha perso la figlia Benedetta, una semplice casalinga. «E non siamo neanche soddisfatti della visita di Mattarella – lo ha incalzato il figlio Sabino – perché non ha stretto la mano a tutti, a noi no. Erano nelle file più lontane e lassù si sono sentiti trascurati. Una delle famiglie più attive è quella di Enrico Castellano, il funzionario del Banco di Napoli in pensione. I figli si stanno dando da fare per costituire un comitato dei parenti delle vittime. Ieri, durante l’incontro a Medicina Legale, Daniela, la più tenace, è crollata. Si è sentita male (un malore ha colpito anche la madre di Patty Carnimeo). Daniela è stata portata fuori, l’hanno affidata ai medici del 118. Si è ripresa lentamente, mentre fuori dell’ambulanza il fratello Giuseppe e l’altra sorella Marcella non lesinavano dichiarazioni che oscillavano tra la fiducia e lo smarrimento. «Quei treni sono treni dei poveri, di chi non ha nulla» ha commentato Giuseppe che si sforza di restare lucido («Ma prima o poi crollerò pure io, vedrete»). Ha continuato con un invito perentorio: «Andassero ad indagare sull’utilizzo dei fondi, su dove sono finiti i soldi, perché mancano gli strumenti di sicurezza. Invece pagheranno quei due che hanno alzatola paletta verde». La sorella Marcella è stata meno critica: «Speriamo che la promessa di giustizia sia mantenuta e che siano individuati i veri responsabili di questa strage. Le parole di Mattarella mi hanno rassicurato. Mi sento tranquillizzata quando ha detto che non ci abbandonerà. Sono certa che ci accompagnerà in questo percorso di dolore e di riscatto». Un percorso che ancora deve compiersi, almeno nella parte più lacerante, sotto lo sguardo del Paese intero. L’ultimo atto pubblico sarà il funerale previsto per domani alle 11, al Palazzetto dello Sport di Andria. Probabilmente non ci saranno le salme di tutte le vittime. Partecipare sarà una scelta libera dei parenti, anche se verrà organizzato collettivamente. Dall’aria che tira non è escluso che le assenze non saranno invisibili. Alcuni hanno fatto già sapere che preferiscono una cerimonia privata. Non ci saranno 23 bare, perché ogni famiglia è infelice a modo suo. (Pietro Treccagnoli – Il Mattino)

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