E’ morto Abbas Chiarostami, il mondo del cinema a lutto. Quella sua vacanza nell’oasi di Ravello

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E’ morto Abbas Chiarostami, il mondo del cinema a lutto. Quella sua vacanza nell’oasi di Ravello in Costiera amalfitana ne parla, come al solito con competenza e bravura,  Erminia Pellecchia su Il Mattino di Salerno «Addio maestro, ora per molti versi siamo tutti più soli». Nella frase di Peppe D’Antonio, ideatore e anima di Linea d’Ombra-Festival Culture Giovani, c’è tutto il dolore del popolo dei cinefili salernitani, quelli che hanno imparato ad amare il cinema di Abbas Kiarostami nella sala magica di Madonna di Fatima o in giro per festival, «quelli – dice il regista Michele Schiavino – che hanno permesso alla sua arte di farsi conoscere e poi affermarsi, un circuito necessario, utile, per la circolazione di film come i suoi, che, nonostante la bellezza e l’alta qualità, non entravamo nei normali circuiti di distribuzione. E, tra i festival, ce ne sono due – Giffoni e Linea d’Ombra – che legano Salerno alla figura dell’eclettico artista iraniano – regista, sceneggiatore, fotografo, pittore e scultore – scomparso lunedì scorso a Parigi, all’età di 76 anni. Un legame antico quello tra Kiarostami e la magnifica creatura di Claudio Gubitosi. Risale al 1977 quando fu proiettata, tra l’incanto dei giovani giurati, «lo sguardo innocente come il suo», la prima opera che lo rese celebre nel mondo: «Mossafer», protagonista un adolescente che fugge da scuola e cerca in tutti i modi di procurarsi un biglietto per vedere la partita della Nazionale, ma si addormenta, prima dell’inizio, sull’erba fuori dallo stadio.«Fu il primo impatto con il suo universo poetico e filosofico – confessa Gubitosi, profondamente scosso dalla notizia della morte di un amico caro- Lui non venne, ma lo incontrai, qualche mese dopo, alla Scuola del Cinema di Teheran, restando colpito dalla sua dolcezza e dal suo carisma. Poi nel 1977 lo invitai a Giffoni per una masterclass, i ragazzi affabulati dal suo modo di guardare il mondo. Per lui fu un colpo di fulmine, quella piccola cittadina tra i monti Picentini gli ricordava la potenza della pochezza dei suoi paesaggi persiani». Il patron del Gff rivela un segreto: «Abbas voleva conoscere la Costiera amalfitana, gli dissi di rimanere ancora in Italia e gli regalai una piccola vacanza a Ravello. Fu in quell’oasi, mi confidò, che completò la sceneggiatura del suo capolavoro Il gusto della ciliegia, con il quale poco dopo conquistò la Palma d’Oro a Cannes». Non farà commemorazioni Gubitosi nel suo festival ormai allo start, né, sottolinea, «lo celebrerò con un premio, i ricordi vanno costruiti e lui sarà nel museo della Cittadella, tra i testimoni del tempo, gli uomini e le donne che come Abbas hanno fatto grande l’intelligenza del mondo e Giffoni».C’è un fil rouge che unisce questo amarcord a quelli che conserva nel suo cuore D’Antonio. «Il mio primo incontro con Kiarostami – rivela – l’ho avuto al Festival di Giffoni, l’anno in cui c’erano anche Gorbaciov e la moglie. Eravamo a cena al Giardino degli Aranci, la coppia sorrideva a tutti, si lasciava amabilmente fotografare. Il maestro, molto silenzioso ma con lo sguardo tra il perplesso e il divertito che s’indovinava dietro i suoi perenni occhiali scuri, a un certo punto disse Corrono a farsi la foto con la pelle dell’orso. Una battuta, certo, ma dava il senso del suo punto di vista sulla storia: tutti noi viviamo nel corso del tempo e di fronte ad esso diventiamo un nulla, appena un punto che si allontana nello spazio, lentamente ma inesorabilmente, come nel bellissimo finale di Sotto gli ulivi». Trascorre qualche anno, D’Antonio invita Kiarostami a tenere uno stage – fu seguitissimo – alla settima edizione di Linea d’Ombra, in quegli anni Salerno Film Festival. «Molte domande, altrettante risposte su cinema, vita, storia, arte e Iran, Paese amato sovente in doloroso silenzio – ricorda – La sera, al Verdi, gli consegnammo il premio Maestri dello Sguardo. Su quel palco, quella stessa serata, salì anche Alberto Sordi. Uno strano connubbio tra un artista che ha fatto entrare il senso della vita e del tempo nell’arte e un altro, grande a sua volta, che ha identificato totalmente la vita con l’arte».

E' morto Abbas Chiarostami, il mondo del cinema a lutto. Quella sua vacanza nell'oasi di Ravello in Costiera amalfitana ne parla, come al solito con competenza e bravura,  Erminia Pellecchia su Il Mattino di Salerno «Addio maestro, ora per molti versi siamo tutti più soli». Nella frase di Peppe D'Antonio, ideatore e anima di Linea d'Ombra-Festival Culture Giovani, c'è tutto il dolore del popolo dei cinefili salernitani, quelli che hanno imparato ad amare il cinema di Abbas Kiarostami nella sala magica di Madonna di Fatima o in giro per festival, «quelli – dice il regista Michele Schiavino – che hanno permesso alla sua arte di farsi conoscere e poi affermarsi, un circuito necessario, utile, per la circolazione di film come i suoi, che, nonostante la bellezza e l'alta qualità, non entravamo nei normali circuiti di distribuzione. E, tra i festival, ce ne sono due – Giffoni e Linea d'Ombra – che legano Salerno alla figura dell'eclettico artista iraniano – regista, sceneggiatore, fotografo, pittore e scultore – scomparso lunedì scorso a Parigi, all'età di 76 anni. Un legame antico quello tra Kiarostami e la magnifica creatura di Claudio Gubitosi. Risale al 1977 quando fu proiettata, tra l'incanto dei giovani giurati, «lo sguardo innocente come il suo», la prima opera che lo rese celebre nel mondo: «Mossafer», protagonista un adolescente che fugge da scuola e cerca in tutti i modi di procurarsi un biglietto per vedere la partita della Nazionale, ma si addormenta, prima dell'inizio, sull'erba fuori dallo stadio.«Fu il primo impatto con il suo universo poetico e filosofico – confessa Gubitosi, profondamente scosso dalla notizia della morte di un amico caro- Lui non venne, ma lo incontrai, qualche mese dopo, alla Scuola del Cinema di Teheran, restando colpito dalla sua dolcezza e dal suo carisma. Poi nel 1977 lo invitai a Giffoni per una masterclass, i ragazzi affabulati dal suo modo di guardare il mondo. Per lui fu un colpo di fulmine, quella piccola cittadina tra i monti Picentini gli ricordava la potenza della pochezza dei suoi paesaggi persiani». Il patron del Gff rivela un segreto: «Abbas voleva conoscere la Costiera amalfitana, gli dissi di rimanere ancora in Italia e gli regalai una piccola vacanza a Ravello. Fu in quell'oasi, mi confidò, che completò la sceneggiatura del suo capolavoro Il gusto della ciliegia, con il quale poco dopo conquistò la Palma d'Oro a Cannes». Non farà commemorazioni Gubitosi nel suo festival ormai allo start, né, sottolinea, «lo celebrerò con un premio, i ricordi vanno costruiti e lui sarà nel museo della Cittadella, tra i testimoni del tempo, gli uomini e le donne che come Abbas hanno fatto grande l'intelligenza del mondo e Giffoni».C'è un fil rouge che unisce questo amarcord a quelli che conserva nel suo cuore D'Antonio. «Il mio primo incontro con Kiarostami – rivela – l'ho avuto al Festival di Giffoni, l'anno in cui c'erano anche Gorbaciov e la moglie. Eravamo a cena al Giardino degli Aranci, la coppia sorrideva a tutti, si lasciava amabilmente fotografare. Il maestro, molto silenzioso ma con lo sguardo tra il perplesso e il divertito che s'indovinava dietro i suoi perenni occhiali scuri, a un certo punto disse Corrono a farsi la foto con la pelle dell'orso. Una battuta, certo, ma dava il senso del suo punto di vista sulla storia: tutti noi viviamo nel corso del tempo e di fronte ad esso diventiamo un nulla, appena un punto che si allontana nello spazio, lentamente ma inesorabilmente, come nel bellissimo finale di Sotto gli ulivi». Trascorre qualche anno, D'Antonio invita Kiarostami a tenere uno stage – fu seguitissimo – alla settima edizione di Linea d'Ombra, in quegli anni Salerno Film Festival. «Molte domande, altrettante risposte su cinema, vita, storia, arte e Iran, Paese amato sovente in doloroso silenzio – ricorda – La sera, al Verdi, gli consegnammo il premio Maestri dello Sguardo. Su quel palco, quella stessa serata, salì anche Alberto Sordi. Uno strano connubbio tra un artista che ha fatto entrare il senso della vita e del tempo nell'arte e un altro, grande a sua volta, che ha identificato totalmente la vita con l'arte».