San Valentino Torio. Parla il padre di uno dei cinque del branco: «Quello che ha fatto mio figlio è una vergogna»

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San Valentino Torio. La vergogna di aver un figlio che ha violentato una ragazza. Un fatto che in quella famiglia di onesti lavoratori (padre muratore, madre casalinga, tre figli da crescere col sacrificio) non doveva capitare. Se lo continuano a ripetere i genitori di uno dei 16-17enni arrestati lunedì mattina per violenza sessuale di gruppo e sequestro di persona. «Ha sbagliato, è una vergogna quello che ha fatto mio figlio», dice il padre, uomo vecchio stampo, uno per il quale la parola vale quanto un contratto scritto. Sono provati i genitori di quel ragazzo dal volto esile che è stato tra i primi a violentare la giovane di Sarno. Hanno passato la mattinata nel palazzo del Tribunale per i minorenni. Hanno incontrato dopo un giorno di silenzi e di attacchi mediatici quel ragazzo ribelle, anch’egli apprendista muratore. «Per toglierlo dalla strada lo portavo con me, piccoli lavoretti, speravo imparasse un mestiere». E invece gli amici, le goliardate in piazza, l’aspirazione a diventare un writer dopo aver lasciato la scuola, finita la terza media. Nella stanza ci sono le parole di un padre e il pianto di una madre che non riesce a parlare. Combattuta tra l’amore per un figlio e la vergogna per quella violenza, per quel sesso “forzato” che non vorrebbe mai subisse sua figlia. «Siamo una famiglia distrutta», dice il padre. «In questa storia non ci sono vittime e carnefici – dice il loro avvocato Andrea Miranda – ci sono solo vittime, in questo faccio mie le parole del parroco del nostro paese don Alessandro». Onesti lavoratori, un nonno emigrante negli Usa in cerca di fortuna, tornato a San Valentino Torio per amore del suo paese. Per queste persone le accuse nei confronti del ragazzo sono un’onta che non si può cancellare. Si chiedono dove possono aver sbagliato. «Forse siamo stati troppo buoni, avremmo dovuto capire di più». Già… capire, difficile avere il tempo di capire per chi pensa che i valori trasmessi a un figlio sono quelli del lavoro, della dedizione e della famiglia. «Spero si possa perdonare una cosa come questa, ma se così non fosse capiamo – dice il padre – Anche noi siamo genitori». In mattinata quel padre che misura le parole ha dovuto assistere al racconto di suoi figlio 17enne, dettagli su quanto è accaduto nel garage nei pressi del Sisa. La madre non ce l’ha fatta. È svenuta. Hanno dovuto rianimarla. «Ha provato vergogna. Mia moglie è distrutta. Siamo tutti distrutti», continua a ripetere quell’uomo meticoloso, bravo artigiano, il cui passato e presente è cancellato da un figlio accusato di stupro. Accanto a lui una moglie distrutta che in mattinata alla vista del figlio non ce l’ha fatta. È svenuta. Non è riuscita a dire nulla neppure a quel figlio che immaginava di essere grande e invece è solo un ragazzino e neppure viziato. «Deve crescere, deve capire». Già deve capire che non era un gioco, non poteva esserlo. Devono capirlo anche gli altri ragazzi, a partire da quel sedicenne che per primo ha incontrato la sua vittima, quella ragazzina che conosceva e che era stata la sua passione. Lui ha provato a chiedere perdono alla ragazza, ai suoi genitori e ai suoi familiari. “Perdono”: lo ha chiesto quando raccontava ai carabinieri di San Valentino Torio che dopo averla violentata avrebbe voluto incontrare il padre di lei. «Per spiegargli cosa era accaduto. Lo sapevo che avevo sbagliato». L’arresto è arrivato prima che potesse accadere tutto ciò. Dei cinque ragazzi del gruppo forse questo sedicenne è quello che prima degli altri ha capito che in quel garage, quelle urla, quella telefonata arrivata sul telefono di lei mentre la costringevano a fare sesso,quel click forzato, tutto quello era stupro. A niente vale ora capire se in un momento lei sembrava consenziente o se non lo fosse mai stata. «Non è una ragazzata, non lo è se si distruggono le vite delle persone», dice affranto il papà. E non c’è giustificazione. C’è solo vergogna. Solo questo. (Rosaria Federico – La Città di Salerno)       

San Valentino Torio. La vergogna di aver un figlio che ha violentato una ragazza. Un fatto che in quella famiglia di onesti lavoratori (padre muratore, madre casalinga, tre figli da crescere col sacrificio) non doveva capitare. Se lo continuano a ripetere i genitori di uno dei 16-17enni arrestati lunedì mattina per violenza sessuale di gruppo e sequestro di persona. «Ha sbagliato, è una vergogna quello che ha fatto mio figlio», dice il padre, uomo vecchio stampo, uno per il quale la parola vale quanto un contratto scritto. Sono provati i genitori di quel ragazzo dal volto esile che è stato tra i primi a violentare la giovane di Sarno. Hanno passato la mattinata nel palazzo del Tribunale per i minorenni. Hanno incontrato dopo un giorno di silenzi e di attacchi mediatici quel ragazzo ribelle, anch’egli apprendista muratore. «Per toglierlo dalla strada lo portavo con me, piccoli lavoretti, speravo imparasse un mestiere». E invece gli amici, le goliardate in piazza, l’aspirazione a diventare un writer dopo aver lasciato la scuola, finita la terza media. Nella stanza ci sono le parole di un padre e il pianto di una madre che non riesce a parlare. Combattuta tra l’amore per un figlio e la vergogna per quella violenza, per quel sesso “forzato” che non vorrebbe mai subisse sua figlia. «Siamo una famiglia distrutta», dice il padre. «In questa storia non ci sono vittime e carnefici – dice il loro avvocato Andrea Miranda – ci sono solo vittime, in questo faccio mie le parole del parroco del nostro paese don Alessandro». Onesti lavoratori, un nonno emigrante negli Usa in cerca di fortuna, tornato a San Valentino Torio per amore del suo paese. Per queste persone le accuse nei confronti del ragazzo sono un’onta che non si può cancellare. Si chiedono dove possono aver sbagliato. «Forse siamo stati troppo buoni, avremmo dovuto capire di più». Già… capire, difficile avere il tempo di capire per chi pensa che i valori trasmessi a un figlio sono quelli del lavoro, della dedizione e della famiglia. «Spero si possa perdonare una cosa come questa, ma se così non fosse capiamo – dice il padre – Anche noi siamo genitori». In mattinata quel padre che misura le parole ha dovuto assistere al racconto di suoi figlio 17enne, dettagli su quanto è accaduto nel garage nei pressi del Sisa. La madre non ce l’ha fatta. È svenuta. Hanno dovuto rianimarla. «Ha provato vergogna. Mia moglie è distrutta. Siamo tutti distrutti», continua a ripetere quell’uomo meticoloso, bravo artigiano, il cui passato e presente è cancellato da un figlio accusato di stupro. Accanto a lui una moglie distrutta che in mattinata alla vista del figlio non ce l’ha fatta. È svenuta. Non è riuscita a dire nulla neppure a quel figlio che immaginava di essere grande e invece è solo un ragazzino e neppure viziato. «Deve crescere, deve capire». Già deve capire che non era un gioco, non poteva esserlo. Devono capirlo anche gli altri ragazzi, a partire da quel sedicenne che per primo ha incontrato la sua vittima, quella ragazzina che conosceva e che era stata la sua passione. Lui ha provato a chiedere perdono alla ragazza, ai suoi genitori e ai suoi familiari. “Perdono”: lo ha chiesto quando raccontava ai carabinieri di San Valentino Torio che dopo averla violentata avrebbe voluto incontrare il padre di lei. «Per spiegargli cosa era accaduto. Lo sapevo che avevo sbagliato». L’arresto è arrivato prima che potesse accadere tutto ciò. Dei cinque ragazzi del gruppo forse questo sedicenne è quello che prima degli altri ha capito che in quel garage, quelle urla, quella telefonata arrivata sul telefono di lei mentre la costringevano a fare sesso,quel click forzato, tutto quello era stupro. A niente vale ora capire se in un momento lei sembrava consenziente o se non lo fosse mai stata. «Non è una ragazzata, non lo è se si distruggono le vite delle persone», dice affranto il papà. E non c’è giustificazione. C’è solo vergogna. Solo questo. (Rosaria Federico – La Città di Salerno)