Italia sconfitta dall’Irlanda, un risultato preventivato. Pensiamo alla Spagna in crisi ma pericolosa

0

 LILLA. La prima sconfitta di Conte in una competizione ufficiale, da quando guida la Nazionale, è ininfluente: l’Italia, già promossa agli ottavi da prima, lunedì affronterà la Spagna a Parigi. Il ko nella terza partita deve però far riflettere. L’Irlanda, come 22 anni fa nel New Jersey, vince 1 a 0 anche a Lilla e va avanti: incontrerà la Francia. Ma la Nazionale di scorta, proposta dal nostro ct per preservare i migliori, non convince: i rinforzi fanno cilecca, scrive Ugo Trani su Il Mattino Bocciate, dunque, le riserve, a parte Insigne, in campo solo nel finale. Rotazione precauzionale Il turnover è stato più utile che efficace. Il manto dello Stade Pierre Mauroy è brutto pure a vederci, con trappole sistemate ovunque: l’Uefa interverrà dopo questa gara, sostituendolo con grave ritardo. Il tetto è rimasto chiuso: pericolo pioggia. Eppure per tutta la giornata c’è stato il sole. L’organizzazione in Francia non convince e Conte ne prende atto. Su un terreno messo così male si rischia e anche tanto. Il ct a bene a lasciare fuori otto titolari, da Buffon in su. Se avesse potuto, avrebbe tolto anche gli altri tre, soprattutto Bonucci, diffidato che può perdere gli ottavi. E, per la verità, ci va molto vicino. Thiago Motta deve stare attento per lo stesso motivo. L’Irlanda, dovendo vincere a tutti costi per non tornare a casa, va all’attacco e lotta su ogni pallone. Contrasti, scatti e muscoli rendono accettabile il 4-2-3-1 di O’ Neill che, per trovare equilibrio, chiede di passare al 4-3-3 in fase difensiva. Identità smarrita Conte, in difesa, conferma pure Barzagli che, per i suoi 35 anni e gli impegni ravvicinati in un torneo breve, se lo meriterebbe più di altri. L’intenzione del ct è dare qualche garanzia in più all’Italia sperimentale che fatica a comportarsi da squadra. Gli otto nuovi hanno carattere e voglia. Ma il coro stecca. Assetto lungo e impostazione difettosa. Ogbonna, debuttante nella competizione, va sul semplice, Bernardeschi, anche lui alla prima qui in Framcia, ricama a vuoto, Sturaro è disordinato e De Sciglio affonda solo una volta nella ripresa. Thiago Motta, lento e statico, non aiuta e Florenzi è disordinato. Attacco sterile Insigne entra tardi: colpisce il palo, ma subito dopo l’Irlanda fa centro, con Sirigu che esce a vuoto sul cross di Hoolahan, lasciando a Brady il colpo di testa a porta vuota a cinque minuti dal recupero. È la prima rete subita agli azzurri nel torneo (dopo quattro partite, comprese le amichevoli contro la Scozia e la Finlandia). Sono, comunque, le punte di scorta a deludere in questa terza partita: Immobile e Zaza, la coppia che Conte usò all’inizio della sua gestione, non inquadrano mai lo specchio della porta e proseguono il lungo digiuno che dura dal settembre 2014. L’Italia, nelle precedenti partite, non ha mai lasciato chance agli avversari. A Lilla accade il contrario: Sirigu è decisivo nel primo tempo sul tiro da fuori di Hendrick e, ancora sullo 0 a 0, su Hoolahan. Bernardeschi esce dopo un’ora: spazio a Darmian che si limita a coprire la sua zona. Insigne entra per Immobile e a seguire El Shaarawy per De Sciglio: i nuovi entrati sono i più vivaci, hanno però poco spazio per lasciare il segno. Adesso i campioni L’Italia, lunedì prossimo, sarà a Parigi per gli ottavi contro la Spagna che conquistò il titolo continentale, il 1° luglio 2012 a Kiev, proprio contro gli azzurri, all’epoca guidati da Prandelli. Finì 4 a 0 per la nazionale di Del Bosque che, due anni prima in Sudafrica, conquistò il suo primo mondiale. A Saint Denis la rivincita della finale in Ucraina più che dell’eliminazione ai quarti dopo i calci di rigore e sempre all’Europeo, il 22 giugno del 2008 a Vienna, con Donadoni in panchina. In Austria le Furie Rosse hanno costruito la loro storia, con tre titoli in sei anni. Ma stavolta i campioni in carica si presentano alla sfida da secondi, sapendo quindi che non possono sottovalutare la Nazionale di Conte che, con la sua organizzazione persa d’incontro nella notte di Lilla, può diventare pericolosa. Intanto la Spagna è in crisi, ma è sempre un avversario temibile e pericoloso. Se c’è una nazionale che si possa dire rispecchi perfettamente lo stile di gioco del campionato del suo Paese, questa è la Spagna. È così da quando è cominciato il suo magico ciclo di trionfi internazionale, nel 2008. Una strada che non è stata abbandonata neppure dopo la sbandate di due anni fa in Brasile, al punto da confermare in panchina, nonostante un simile rovescio, Vicente Del Bosque, il papà buono di questa irripetibile generazione di fenomeni. Dunque, gioia di tenere il pallone fra i piedi nascondendolo agli avversari e assoluta prevalenza del fattore tecnico su tattica e fisicità. Il punto però è questo: la Spagna che lunedì affronterà l’Italia è più simile a quella che i Mondiali li ha vinti nel 2010 in Sudafrica o a quella che li ha strapersi in Brasile? I giocatori sono, nei ruoli chiave, più o meno gli stessi. È cambiato il portiere: Casillas sta in panchina a tenere sulle spine De Gea, molto criticato per la partita con la Croazia, ma certamente oggi uno dei migliori interpreti del ruolo. A centrocampo non ci sono più due fenomeni come Xabi Alonso e Xavi, ma il terzetto di titolari Busquet-Fabregas-Iniesta è comunque probabilmente il migliore degli Europei. In attacco la freschezza di Morata ha riempito una casella, quella del centravanti, mai stata il punto forte della squadra, addirittura agli Europei 2012 vi avevano rinunciato, lanciando la discutibile moda del falso nueve (Fabregas, nell’occasione). Alti ritmi, financo inattesi, e qualità della manovra. Dopo le prime due giornate la Spagna contendeva all’Italia il titolo di squadra più convincente. Poi è arrivata la Croazia a ribaltare molte certezze e, addirittura, a far affiorare un certo nervosismo serpeggiante nel gruppo. Già la vigilia della partita era stata caratterizzata dal coming out di Pedro, per niente soddisfatto di essere finito in panchina a vantaggio di Nolito: «Che cosa sono venuto a fare qui?» era sbottato in un’intervista radiofonica. Un caso dalla risoluzione complicata e non appianato neppure da una conferenza stampa congiunta con Del Bosque e Piqué, in cui alla fine si era detto dispiaciuto del can can creato, ma niente affatto pentito per quanto detto. Dopo la partita si è aperta anche una vivace discussione sulla gestione del calcio di rigore. Perché l’ha tirato, e sbagliato, Sergio Ramos? Chi l’ha deciso? Il buffo è che il ct se n’è tirato fuori con un sorprendente: «Non sono il più indicato a stabilire chi è il rigorista adatto». Gli errori a ripetizione su calci di rigore, in realtà, sono una ferita aperta da tempo per la Roja. Quelli durante il gioco, perché per loro fortuna quando invece la gara, dopo i supplementari, dev’essere decisa dal dischetto, diventano infallibili, o quasi. Dal 2008 a oggi la Spagna ha ottenuto 30 rigori a favore, quasi uno ogni tre partite, tantissimi. Ebbene, ne ha sbagliati 13. Villa, Xavi, Torres, Fabregas, Iniesta, a turno sono finiti un po’ tutti dietro la lavagna. Ma proprio per questo è abbastanza sorprendente che il commissario tecnico, anziché trovare una soluzione, se ne tiri fuori. La sconfitta con la Croazia è stata una brutta botta. Soprattutto perché Del Bosque, per evitare il rischio di finire dalla parte forte del tabellone, aveva deciso di non fare nessuna rotation. Tutti i titolari in campo, stessa identica formazione nelle tre partite del girone. Anche a costo di alimentare il malcontento di altri giocatori, altri casi Pedro. Il fatto è che la distanza fra titolari e riserve è decisamente maggiore che nell’Italia. Non è una Spagna imbattibile. Ma ha giocatori che, nelle partite che contano davvero, difficilmente si distraggono, sono abituati a vincere. Certo, deve sorreggerli il fisico. Iniesta, in particolare, dopo due prestazioni da favola, l’altra sera è parso affaticato. L’Italia di Conte dovrà giocare come contro il Belgio, pronta ad aggredire a tutto campo. Solo così ce la potrà fare.

 LILLA. La prima sconfitta di Conte in una competizione ufficiale, da quando guida la Nazionale, è ininfluente: l'Italia, già promossa agli ottavi da prima, lunedì affronterà la Spagna a Parigi. Il ko nella terza partita deve però far riflettere. L'Irlanda, come 22 anni fa nel New Jersey, vince 1 a 0 anche a Lilla e va avanti: incontrerà la Francia. Ma la Nazionale di scorta, proposta dal nostro ct per preservare i migliori, non convince: i rinforzi fanno cilecca, scrive Ugo Trani su Il Mattino Bocciate, dunque, le riserve, a parte Insigne, in campo solo nel finale. Rotazione precauzionale Il turnover è stato più utile che efficace. Il manto dello Stade Pierre Mauroy è brutto pure a vederci, con trappole sistemate ovunque: l'Uefa interverrà dopo questa gara, sostituendolo con grave ritardo. Il tetto è rimasto chiuso: pericolo pioggia. Eppure per tutta la giornata c'è stato il sole. L'organizzazione in Francia non convince e Conte ne prende atto. Su un terreno messo così male si rischia e anche tanto. Il ct a bene a lasciare fuori otto titolari, da Buffon in su. Se avesse potuto, avrebbe tolto anche gli altri tre, soprattutto Bonucci, diffidato che può perdere gli ottavi. E, per la verità, ci va molto vicino. Thiago Motta deve stare attento per lo stesso motivo. L'Irlanda, dovendo vincere a tutti costi per non tornare a casa, va all'attacco e lotta su ogni pallone. Contrasti, scatti e muscoli rendono accettabile il 4-2-3-1 di O' Neill che, per trovare equilibrio, chiede di passare al 4-3-3 in fase difensiva. Identità smarrita Conte, in difesa, conferma pure Barzagli che, per i suoi 35 anni e gli impegni ravvicinati in un torneo breve, se lo meriterebbe più di altri. L'intenzione del ct è dare qualche garanzia in più all'Italia sperimentale che fatica a comportarsi da squadra. Gli otto nuovi hanno carattere e voglia. Ma il coro stecca. Assetto lungo e impostazione difettosa. Ogbonna, debuttante nella competizione, va sul semplice, Bernardeschi, anche lui alla prima qui in Framcia, ricama a vuoto, Sturaro è disordinato e De Sciglio affonda solo una volta nella ripresa. Thiago Motta, lento e statico, non aiuta e Florenzi è disordinato. Attacco sterile Insigne entra tardi: colpisce il palo, ma subito dopo l'Irlanda fa centro, con Sirigu che esce a vuoto sul cross di Hoolahan, lasciando a Brady il colpo di testa a porta vuota a cinque minuti dal recupero. È la prima rete subita agli azzurri nel torneo (dopo quattro partite, comprese le amichevoli contro la Scozia e la Finlandia). Sono, comunque, le punte di scorta a deludere in questa terza partita: Immobile e Zaza, la coppia che Conte usò all'inizio della sua gestione, non inquadrano mai lo specchio della porta e proseguono il lungo digiuno che dura dal settembre 2014. L'Italia, nelle precedenti partite, non ha mai lasciato chance agli avversari. A Lilla accade il contrario: Sirigu è decisivo nel primo tempo sul tiro da fuori di Hendrick e, ancora sullo 0 a 0, su Hoolahan. Bernardeschi esce dopo un'ora: spazio a Darmian che si limita a coprire la sua zona. Insigne entra per Immobile e a seguire El Shaarawy per De Sciglio: i nuovi entrati sono i più vivaci, hanno però poco spazio per lasciare il segno. Adesso i campioni L'Italia, lunedì prossimo, sarà a Parigi per gli ottavi contro la Spagna che conquistò il titolo continentale, il 1° luglio 2012 a Kiev, proprio contro gli azzurri, all'epoca guidati da Prandelli. Finì 4 a 0 per la nazionale di Del Bosque che, due anni prima in Sudafrica, conquistò il suo primo mondiale. A Saint Denis la rivincita della finale in Ucraina più che dell'eliminazione ai quarti dopo i calci di rigore e sempre all'Europeo, il 22 giugno del 2008 a Vienna, con Donadoni in panchina. In Austria le Furie Rosse hanno costruito la loro storia, con tre titoli in sei anni. Ma stavolta i campioni in carica si presentano alla sfida da secondi, sapendo quindi che non possono sottovalutare la Nazionale di Conte che, con la sua organizzazione persa d'incontro nella notte di Lilla, può diventare pericolosa. Intanto la Spagna è in crisi, ma è sempre un avversario temibile e pericoloso. Se c'è una nazionale che si possa dire rispecchi perfettamente lo stile di gioco del campionato del suo Paese, questa è la Spagna. È così da quando è cominciato il suo magico ciclo di trionfi internazionale, nel 2008. Una strada che non è stata abbandonata neppure dopo la sbandate di due anni fa in Brasile, al punto da confermare in panchina, nonostante un simile rovescio, Vicente Del Bosque, il papà buono di questa irripetibile generazione di fenomeni. Dunque, gioia di tenere il pallone fra i piedi nascondendolo agli avversari e assoluta prevalenza del fattore tecnico su tattica e fisicità. Il punto però è questo: la Spagna che lunedì affronterà l'Italia è più simile a quella che i Mondiali li ha vinti nel 2010 in Sudafrica o a quella che li ha strapersi in Brasile? I giocatori sono, nei ruoli chiave, più o meno gli stessi. È cambiato il portiere: Casillas sta in panchina a tenere sulle spine De Gea, molto criticato per la partita con la Croazia, ma certamente oggi uno dei migliori interpreti del ruolo. A centrocampo non ci sono più due fenomeni come Xabi Alonso e Xavi, ma il terzetto di titolari Busquet-Fabregas-Iniesta è comunque probabilmente il migliore degli Europei. In attacco la freschezza di Morata ha riempito una casella, quella del centravanti, mai stata il punto forte della squadra, addirittura agli Europei 2012 vi avevano rinunciato, lanciando la discutibile moda del falso nueve (Fabregas, nell'occasione). Alti ritmi, financo inattesi, e qualità della manovra. Dopo le prime due giornate la Spagna contendeva all'Italia il titolo di squadra più convincente. Poi è arrivata la Croazia a ribaltare molte certezze e, addirittura, a far affiorare un certo nervosismo serpeggiante nel gruppo. Già la vigilia della partita era stata caratterizzata dal coming out di Pedro, per niente soddisfatto di essere finito in panchina a vantaggio di Nolito: «Che cosa sono venuto a fare qui?» era sbottato in un'intervista radiofonica. Un caso dalla risoluzione complicata e non appianato neppure da una conferenza stampa congiunta con Del Bosque e Piqué, in cui alla fine si era detto dispiaciuto del can can creato, ma niente affatto pentito per quanto detto. Dopo la partita si è aperta anche una vivace discussione sulla gestione del calcio di rigore. Perché l'ha tirato, e sbagliato, Sergio Ramos? Chi l'ha deciso? Il buffo è che il ct se n'è tirato fuori con un sorprendente: «Non sono il più indicato a stabilire chi è il rigorista adatto». Gli errori a ripetizione su calci di rigore, in realtà, sono una ferita aperta da tempo per la Roja. Quelli durante il gioco, perché per loro fortuna quando invece la gara, dopo i supplementari, dev'essere decisa dal dischetto, diventano infallibili, o quasi. Dal 2008 a oggi la Spagna ha ottenuto 30 rigori a favore, quasi uno ogni tre partite, tantissimi. Ebbene, ne ha sbagliati 13. Villa, Xavi, Torres, Fabregas, Iniesta, a turno sono finiti un po' tutti dietro la lavagna. Ma proprio per questo è abbastanza sorprendente che il commissario tecnico, anziché trovare una soluzione, se ne tiri fuori. La sconfitta con la Croazia è stata una brutta botta. Soprattutto perché Del Bosque, per evitare il rischio di finire dalla parte forte del tabellone, aveva deciso di non fare nessuna rotation. Tutti i titolari in campo, stessa identica formazione nelle tre partite del girone. Anche a costo di alimentare il malcontento di altri giocatori, altri casi Pedro. Il fatto è che la distanza fra titolari e riserve è decisamente maggiore che nell'Italia. Non è una Spagna imbattibile. Ma ha giocatori che, nelle partite che contano davvero, difficilmente si distraggono, sono abituati a vincere. Certo, deve sorreggerli il fisico. Iniesta, in particolare, dopo due prestazioni da favola, l'altra sera è parso affaticato. L'Italia di Conte dovrà giocare come contro il Belgio, pronta ad aggredire a tutto campo. Solo così ce la potrà fare.