LA FESTA DI AMALFI

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I rintocchi regolari dell’orologio della cattedrale e il melodioso suono della banda nel rigore del suo ordine serioso annunciano che è festa, è festa ad Amalfi.

Il cielo è troncato come un emblema araldico da una linea non netta ma frastagliata ed evanescente, che segna due climi opposti: a settentrione della demarcazione grigio plumbeo e nebbioso, anticipatore di possibile prossima pioggia; a meridione un velato celeste, auspicio di un’ottimistica affermazione del buon tempo.

Si prega nelle bianche case di Amalfi, al di sotto di crociere archiacute, nei vicoli ombrosi e freschi, nelle chiese ove s’appresta la messa domenicale: si scongiura il tempo cattivo, s’implora l’Apostolo Andrea per la vittoria di Amalfi.

E’ aria di regata nel clima incerto della stagione; è aria di storia nella visione cromatica e trasparente degli spiriti del passato, dolci nella memoria di un immaginario collettivo sempre pronto a rivivere gesta e imprese.

E’ mezzogiorno, l’ora in cui tra piazze, campi, strettole della città si diffonde il fragrante profumo del cibo della tradizione, fortemente segnato dai pesci del mare piscosum, immersi in antiche salse di limone, di olio, di prezzemolo o affogati nel mare rosso del pomodoro postcolombiano.

Nel cassero di prora della nave scuola “Francesco Cini” della Finanza, antico corpo di lontana origine sabauda, intanto si scambiano doni. La voce del comandante ripercorre le missioni nei mari umanitarie e di custodia della patria. Una voce racconta le origini religiose e marinare della croce ottagona, l’istituzione del beato Gerardo Sasso di Scala, le gloriose imprese delle galee gerosolimitane e giovannite, poi di Rodi e quindi di Malta, a difesa della cristianità nel nome della tuitio fidei e dell’obsequium pauperum.

E giunge alfine l’ora meridiana: dalla torre di S. Francesco si odono rulli di tamburi e squilli di trombe, mentre appaiono acrobatici gli sbandieratori della città della Cava nel ricordo del coraggio di cavesi e tramontani che il 7 luglio 1460 condussero in salvo re Ferrante d’Aragona dopo la disfatta del Sarno. Nella rievocazione di Cava e di Tramonti ogni anno si rinnovano la riscossa aragonese, il privilegio offerto agli abitanti tramontani, l’affermazione dei condottieri Antonio Todeschini Piccolomini e Giorgio Castriota Eskanderbegh, il primo pronto a ricevere in feudo il ducato di Amalfi quale dote di sua moglie Maria d’Aragona, mentre il nipote omonimo del secondo si sarebbe trasferito nella città marinara allo scorrere di quel secolo.

Appare sulla strada a picco sul mare il gonfalone della Serenissima con l’iscrizione evangelica Pax tibe, Marce, Evangelista meus, dono del pontefice Alessandro III nel 1171 per la mediazione svolta da Venezia a seguito del conflitto tra l’imperatore Federico Barbarossa e i Comuni: è l’inizio dei cortei delle quattro repubbliche del mare. Seguono i senatori componenti il consiglio dei dieci di un’oligarchia millenaria. Il doge sotto l’umbrella con il corno del suo potere e con il suo sorriso da vecchio sornione anticipa episodi politici destinati ad essere vergati nel grande libro della Storia. Si respira aria di Quattrocento marciano e mediterraneo, l’apogeo di Venezia, suggerita dagli ambasciatori orientali. Caterina Cornaro, sostenuta sulla portantina dai mori, è pronta, suo malgrado, prima di ritirarsi negli ozi umanistici di Asolo, a consegnare l’isola di Cipro al doge, pedina di un gioco politico che l’illuse come austera regina. Il capitano da mar, ammiraglio della flotta che difese eroicamente Famagosta e che vinse a Lepanto, riecheggia il nome glorioso di Francesco Morosini.

Le squillanti trombe dal ritmo toscano annunciano l’arrivo del corteo di Pisa. La croce pomettata in campo rosso prova i rapporti con Bisanzio degli inizi del XII secolo, quando, mercè gli amalfitani, sul Corno d’Oro i pisani ebbero la loro colonia. Il sergente coi suoi fanti, al secolo Stefano Gianfaldoni, che da bambino pescava dal molo di Amalfi, fa rivivere l’assalto orgogliosamente respinto a Ravello e a Scala nel 1135. Si ripercorrono poi come in un film le fasi salienti del comune marinaro di Pisa: consoli e priori, podestà (per decenni interpretato dallo studioso Paolo Gianfaldoni), capitano del popolo. I marinai, guidati dal patrono e dai comiti, riportano la lancetta del tempo alle galee vittoriose della I Crociata, che consentirono all’arcivescovo Dagoberto di diventare patriarca di Gerusalemme. Kinzica, l’eroina del popolo, trionfa sul suo cavallo nella memoria del salvataggio di Pisa dall’improvviso attacco degli arabi di Spagna, spronando la sua flotta alla liberazione della Sardegna.

La rossa croce di S. Giorgio e la figura del megalomartire che infilza il drago indicano l’arrivo del corteo di Genova. I neri leoni dell’Embriaco sembrano ruggire all’avanzare sicuro di colui che per primo entrò a Gerusalemme dalla porta di Sion il 15 luglio del 1099: il Testadimaglio è fiero di mostrare la reliquia importata per la Superba, il Sacro Catino ove il Maestro e i Discepoli consumarono l’Ultima Cena. E Caffaro è pronto a scrivere le imprese del suo condottiero, santo come il guerriero che protegge Genova.

Il suono familiare delle clarine e il ritmo cadenzato dei timpani della galea ammiraglia sono gli araldi della Donna bella, vestita riccamente di bruccato, la ninfa Amalfi, leggiadra sirena che vinse l’amore di Ercole. I grandi magistrati degli anni intorno al Mille, il magnificentissimu dux Mansone I (da molti lustri interpretato da Alfredo D’Amato), referente privilegiato di Bisanzio in Occidente, suo figlio il duca Giovanni I, consoli, giudici sono la testimonianza parlante con le loro preziose fogge della città “opulenta e popolosa”, “la più prospera di Longobardìa”. Il corteo nel corteo, questa è Amalfi nella regata.

E’ festa ad Amalfi, oggi come ieri: il giovane Sergio III, figlio di Giovanni I e nipote di Mansone I, sposa Maria, figlia di Pandolfo II principe di Capua e di Benevento. E’ la domenica 26 aprile 1002: il giorno seguente il diciannovenne rampollo ducale sarà incoronato, nella cappella palatina del S. Salvatore de Birecto di Atrani, Dei providentia dux, assicurando la successione alla sua dinastia.

Il cielo si fa più plumbeo; nell’aria l’armata grigia travolge l’azzurra. Una pioggia fitta ammazza il mare e placa le onde. Si parte dal Capo Vettica, si studia il percorso a tavolino. L’aquila imperiale pisana prende subito il largo, annaspa sotto costa il leone di S. Marco, cercano a fatica di resistere il drago di S. Giorgio e l’alato cavallo di Amalfi. Ai 1000 metri il rosso pisano domina la competizione, ma l’agone cresce silente sull’azzurro galeone amalfitano. Ai 1500 metri dalla partenza il distacco si accorcia in modo esponenziale: dalla costa e dalle barche appostate nelle acque un coro di voci amiche incoraggia i ragazzi di Noio. La tattica di Franco dell’attacco progressivo sta dando i suoi frutti come quattro anni or sono. Alla punta del molo foraneo la partita è tra Pisa e Amalfi: il becco dell’aquila rapace è in linea con lo zoccolo del cavallo della magna grecità. Torna il triste ricordo del 1968, quando Amalfi in testa in acqua 4 perse la gara, poiché il timoniere aprì il timone verso il largo. “Ora tocca al timoniere”, qualcuno afferma ai microfoni della RAI. Lo spettro del passato è, comunque, dileguato; il piccolo uomo di Castellammare sa il fatto suo: governa leggermente il timone verso l’interno e l’armo azzurro, spinto da frenetiche palate di giovani gagliardi e dalla fronte immensa, taglia da solo il traguardo. Colui che fu “il ragazzo al banco sei” nel 1997 ora è il vegliardo senza tempo alla lacca 2: a lui in particolar modo è dedicata la vittoria, mentre a Pierino Florio il libellus commemorativo della LXI Regata.

Altri giovani liceali e del corso turistico, tra cui speranze e promesse dei gozzi, s’impegnano con seria applicazione agli infopoints, guidati dai loro insegnanti, per informare gli ospiti sulla Regata e fornire notizie sulla storia di Amalfi, ponendo in essere un progetto fortemente voluto dalla loro preside Solange Hutter.

Pianti di gioia, sorrisi, abbracci, grida di giubilo commuovono l’aria e fanno dileguare la pioggia.

Qualcuno proclama alla nazione, all’Europa e al Mediterraneo la grandezza delle città del mare, che illuminarono il Medioevo con una luce di civiltà e di progresso, auspicando una seria valorizzazione della cultura dalle Alpi a Pantelleria, per offrire alla gioventù italiana un futuro di riscatto e di rivoluzione ideologica improntata sulla tradizione delle conquiste sociali, politiche ed economiche che segnarono l’apogeo delle repubbliche marinare d’Italia.

Fuochi e colori s’intrecciano nel mare amalfitano: la festa di Amalfi continua!

 

Il direttore scientifico della Regata

 

Giuseppe Gargano   

I rintocchi regolari dell'orologio della cattedrale e il melodioso suono della banda nel rigore del suo ordine serioso annunciano che è festa, è festa ad Amalfi.

Il cielo è troncato come un emblema araldico da una linea non netta ma frastagliata ed evanescente, che segna due climi opposti: a settentrione della demarcazione grigio plumbeo e nebbioso, anticipatore di possibile prossima pioggia; a meridione un velato celeste, auspicio di un'ottimistica affermazione del buon tempo.

Si prega nelle bianche case di Amalfi, al di sotto di crociere archiacute, nei vicoli ombrosi e freschi, nelle chiese ove s'appresta la messa domenicale: si scongiura il tempo cattivo, s'implora l'Apostolo Andrea per la vittoria di Amalfi.

E' aria di regata nel clima incerto della stagione; è aria di storia nella visione cromatica e trasparente degli spiriti del passato, dolci nella memoria di un immaginario collettivo sempre pronto a rivivere gesta e imprese.

E' mezzogiorno, l'ora in cui tra piazze, campi, strettole della città si diffonde il fragrante profumo del cibo della tradizione, fortemente segnato dai pesci del mare piscosum, immersi in antiche salse di limone, di olio, di prezzemolo o affogati nel mare rosso del pomodoro postcolombiano.

Nel cassero di prora della nave scuola “Francesco Cini” della Finanza, antico corpo di lontana origine sabauda, intanto si scambiano doni. La voce del comandante ripercorre le missioni nei mari umanitarie e di custodia della patria. Una voce racconta le origini religiose e marinare della croce ottagona, l'istituzione del beato Gerardo Sasso di Scala, le gloriose imprese delle galee gerosolimitane e giovannite, poi di Rodi e quindi di Malta, a difesa della cristianità nel nome della tuitio fidei e dell'obsequium pauperum.

E giunge alfine l'ora meridiana: dalla torre di S. Francesco si odono rulli di tamburi e squilli di trombe, mentre appaiono acrobatici gli sbandieratori della città della Cava nel ricordo del coraggio di cavesi e tramontani che il 7 luglio 1460 condussero in salvo re Ferrante d'Aragona dopo la disfatta del Sarno. Nella rievocazione di Cava e di Tramonti ogni anno si rinnovano la riscossa aragonese, il privilegio offerto agli abitanti tramontani, l'affermazione dei condottieri Antonio Todeschini Piccolomini e Giorgio Castriota Eskanderbegh, il primo pronto a ricevere in feudo il ducato di Amalfi quale dote di sua moglie Maria d'Aragona, mentre il nipote omonimo del secondo si sarebbe trasferito nella città marinara allo scorrere di quel secolo.

Appare sulla strada a picco sul mare il gonfalone della Serenissima con l'iscrizione evangelica Pax tibe, Marce, Evangelista meus, dono del pontefice Alessandro III nel 1171 per la mediazione svolta da Venezia a seguito del conflitto tra l'imperatore Federico Barbarossa e i Comuni: è l'inizio dei cortei delle quattro repubbliche del mare. Seguono i senatori componenti il consiglio dei dieci di un'oligarchia millenaria. Il doge sotto l'umbrella con il corno del suo potere e con il suo sorriso da vecchio sornione anticipa episodi politici destinati ad essere vergati nel grande libro della Storia. Si respira aria di Quattrocento marciano e mediterraneo, l'apogeo di Venezia, suggerita dagli ambasciatori orientali. Caterina Cornaro, sostenuta sulla portantina dai mori, è pronta, suo malgrado, prima di ritirarsi negli ozi umanistici di Asolo, a consegnare l'isola di Cipro al doge, pedina di un gioco politico che l'illuse come austera regina. Il capitano da mar, ammiraglio della flotta che difese eroicamente Famagosta e che vinse a Lepanto, riecheggia il nome glorioso di Francesco Morosini.

Le squillanti trombe dal ritmo toscano annunciano l'arrivo del corteo di Pisa. La croce pomettata in campo rosso prova i rapporti con Bisanzio degli inizi del XII secolo, quando, mercè gli amalfitani, sul Corno d'Oro i pisani ebbero la loro colonia. Il sergente coi suoi fanti, al secolo Stefano Gianfaldoni, che da bambino pescava dal molo di Amalfi, fa rivivere l'assalto orgogliosamente respinto a Ravello e a Scala nel 1135. Si ripercorrono poi come in un film le fasi salienti del comune marinaro di Pisa: consoli e priori, podestà (per decenni interpretato dallo studioso Paolo Gianfaldoni), capitano del popolo. I marinai, guidati dal patrono e dai comiti, riportano la lancetta del tempo alle galee vittoriose della I Crociata, che consentirono all'arcivescovo Dagoberto di diventare patriarca di Gerusalemme. Kinzica, l'eroina del popolo, trionfa sul suo cavallo nella memoria del salvataggio di Pisa dall'improvviso attacco degli arabi di Spagna, spronando la sua flotta alla liberazione della Sardegna.

La rossa croce di S. Giorgio e la figura del megalomartire che infilza il drago indicano l'arrivo del corteo di Genova. I neri leoni dell'Embriaco sembrano ruggire all'avanzare sicuro di colui che per primo entrò a Gerusalemme dalla porta di Sion il 15 luglio del 1099: il Testadimaglio è fiero di mostrare la reliquia importata per la Superba, il Sacro Catino ove il Maestro e i Discepoli consumarono l'Ultima Cena. E Caffaro è pronto a scrivere le imprese del suo condottiero, santo come il guerriero che protegge Genova.

Il suono familiare delle clarine e il ritmo cadenzato dei timpani della galea ammiraglia sono gli araldi della Donna bella, vestita riccamente di bruccato, la ninfa Amalfi, leggiadra sirena che vinse l'amore di Ercole. I grandi magistrati degli anni intorno al Mille, il magnificentissimu dux Mansone I (da molti lustri interpretato da Alfredo D'Amato), referente privilegiato di Bisanzio in Occidente, suo figlio il duca Giovanni I, consoli, giudici sono la testimonianza parlante con le loro preziose fogge della città “opulenta e popolosa”, “la più prospera di Longobardìa”. Il corteo nel corteo, questa è Amalfi nella regata.

E' festa ad Amalfi, oggi come ieri: il giovane Sergio III, figlio di Giovanni I e nipote di Mansone I, sposa Maria, figlia di Pandolfo II principe di Capua e di Benevento. E' la domenica 26 aprile 1002: il giorno seguente il diciannovenne rampollo ducale sarà incoronato, nella cappella palatina del S. Salvatore de Birecto di Atrani, Dei providentia dux, assicurando la successione alla sua dinastia.

Il cielo si fa più plumbeo; nell'aria l'armata grigia travolge l'azzurra. Una pioggia fitta ammazza il mare e placa le onde. Si parte dal Capo Vettica, si studia il percorso a tavolino. L'aquila imperiale pisana prende subito il largo, annaspa sotto costa il leone di S. Marco, cercano a fatica di resistere il drago di S. Giorgio e l'alato cavallo di Amalfi. Ai 1000 metri il rosso pisano domina la competizione, ma l'agone cresce silente sull'azzurro galeone amalfitano. Ai 1500 metri dalla partenza il distacco si accorcia in modo esponenziale: dalla costa e dalle barche appostate nelle acque un coro di voci amiche incoraggia i ragazzi di Noio. La tattica di Franco dell'attacco progressivo sta dando i suoi frutti come quattro anni or sono. Alla punta del molo foraneo la partita è tra Pisa e Amalfi: il becco dell'aquila rapace è in linea con lo zoccolo del cavallo della magna grecità. Torna il triste ricordo del 1968, quando Amalfi in testa in acqua 4 perse la gara, poiché il timoniere aprì il timone verso il largo. “Ora tocca al timoniere”, qualcuno afferma ai microfoni della RAI. Lo spettro del passato è, comunque, dileguato; il piccolo uomo di Castellammare sa il fatto suo: governa leggermente il timone verso l'interno e l'armo azzurro, spinto da frenetiche palate di giovani gagliardi e dalla fronte immensa, taglia da solo il traguardo. Colui che fu “il ragazzo al banco sei” nel 1997 ora è il vegliardo senza tempo alla lacca 2: a lui in particolar modo è dedicata la vittoria, mentre a Pierino Florio il libellus commemorativo della LXI Regata.

Altri giovani liceali e del corso turistico, tra cui speranze e promesse dei gozzi, s'impegnano con seria applicazione agli infopoints, guidati dai loro insegnanti, per informare gli ospiti sulla Regata e fornire notizie sulla storia di Amalfi, ponendo in essere un progetto fortemente voluto dalla loro preside Solange Hutter.

Pianti di gioia, sorrisi, abbracci, grida di giubilo commuovono l'aria e fanno dileguare la pioggia.

Qualcuno proclama alla nazione, all'Europa e al Mediterraneo la grandezza delle città del mare, che illuminarono il Medioevo con una luce di civiltà e di progresso, auspicando una seria valorizzazione della cultura dalle Alpi a Pantelleria, per offrire alla gioventù italiana un futuro di riscatto e di rivoluzione ideologica improntata sulla tradizione delle conquiste sociali, politiche ed economiche che segnarono l'apogeo delle repubbliche marinare d'Italia.

Fuochi e colori s'intrecciano nel mare amalfitano: la festa di Amalfi continua!

 

Il direttore scientifico della Regata

 

Giuseppe Gargano