Pompei. Osanna: «Profughi al lavoro negli Scavi. Pagati per essere inoperosi, utilizziamo le loro professionalità»

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Pompei. «Affidatemi i profughi, offrirò loro un lavoro nel sito archeologico». È la proposta-appello che il direttore generale della soprintendenza Massimo Osanna ha lanciato ieri in seno alla cerimonia del «Patto di Amicizia» tra Pompei e Nola alla presenza degli arcivescovi Tommaso Caputo e Beniamino Depalma. Una proposta che non mancherà di far discutere, schierando su fronti opposti chi l’accoglierà con favore e chi, invece, sarà pronto a scatenare la polemica. «In Italia arrivano centinaia di profughi laureati e con specifiche professionalità. Perché non impiegarli nei beni culturali?». Certo, ma con quali mansioni? Osanna illustra così la sua prima idea: «In via generale potrebbero essere inquadrati come giardinieri oppure affidargli compiti di ripulire la città archeologica da cartacce. Di certo tra i profughi che arrivano sulle coste italiane ci sono architetti o ingegneri e magari anche archeologi. Molti di loro provengono da città culturalmente elevate ma che, purtroppo, sono costretti a lasciare per rigidi regimi politici». Figure di cui, una volta finito il «Grande Progetto Pompei», che ha portato ad una fase straordinaria di messa in sicurezza delle domus, l’antica città romana avrebbe bisogno per la manutenzione ordinaria. Il professor Massimo Osanna è stato categorico e tenacemente deciso nel chiedere ai parlamentari presenti alla manifestazione, che si è svolta nella cappella San Paolino – interna al sito archeologico di Pompei – di farsi portatori della sua proposta al governo di Matteo Renzi. Il direttore generale della soprintendenza si è anche appellato alla naturale vocazione della città degli Scavi. «La città di Pompei è città della pace, della solidarietà e dell’accoglienza – ha detto il professor Osanna – perché, allora, non aprirla ai profughi per introdurli nel mondo del lavoro?». Per chi gli potrebbe contestare la disoccupazione italiana ha raggiunto livelli preoccupanti e che i nostri giovani hanno la priorità assoluta, Osanna ha già la riposta pronta: «I profughi già percepiscono dal Governo italiano una retta giornaliera per il loro mantenimento senza, tuttavia, essere impiegati in alcuna attività lavorativa. La retta potrebbe, dunque, essere tranquillamente convertita in pagamento per prestazione d’opera al servizio della cultura». L’idea «rivoluzionaria» di Osanna potrebbe aprire nuovi scenari sulla sorte dei profughi anche a livello europeo. La sua proposta, infatti, ha una connotazione che potrebbe andare ben oltre i confini nazionali. Nell’eventualità che il premier Matteo Renzi e il ministro per i Beni e le Attività Culturali Dario Franceschini dovessero accogliere il suggerimento del soprintendente – per il quale hanno sempre dichiarato incondizionata stima e rispetto – e accettare di impiegare, per la pulizia e la tutela del sito archeologico pompeiano, figure professionali «sbarcate in Italia con i gommoni della speranza», le prospettive future dei profughi potrebbero essere più rosee. A seguire le tracce di Pompei potrebbero esserci altri musei e aree archeologiche della Campania, dove è più alta la concentrazione di centri di accoglienza. Come Paestum e la Reggia di Caserta, tanto per fare un esempio. Centri di accoglienza per profughi nella città degli Scavi non ci sono: unica eccezione un gruppo di nove donne, con i loro bambini, accolte dalle opere di carità del Santuario. Considerando che la proposta coraggiosa del professor Osanna è stata appena lanciata e che la priorità, dal suo punto di vista, resta l’impiego dei profughi sbarcati in Italia nella città archeologica, il sistema d’accoglienza per questi nuovi prestatori d’opera più o meno qualificata diventerebbe una questione secondaria. Tra le province di Napoli e Salerno ci sono diversi centri profughi nei quali gli extracomunitari potrebbero risiedere stabilmente, spostandosi ogni giorno per andare a lavorare negli scavi di Pompei. Il numero preciso di quanti migranti potrebbero occuparsi della cura delle domus è in questa fase ancora incerto. Tutto dipende dall’accoglimento o meno della proposta del direttore generale della soprintendenza da parte del Governo. Solo nella fase successiva si potranno tirare le somme. (Susy Malafronte – Il Mattino)

Pompei. «Affidatemi i profughi, offrirò loro un lavoro nel sito archeologico». È la proposta-appello che il direttore generale della soprintendenza Massimo Osanna ha lanciato ieri in seno alla cerimonia del «Patto di Amicizia» tra Pompei e Nola alla presenza degli arcivescovi Tommaso Caputo e Beniamino Depalma. Una proposta che non mancherà di far discutere, schierando su fronti opposti chi l’accoglierà con favore e chi, invece, sarà pronto a scatenare la polemica. «In Italia arrivano centinaia di profughi laureati e con specifiche professionalità. Perché non impiegarli nei beni culturali?». Certo, ma con quali mansioni? Osanna illustra così la sua prima idea: «In via generale potrebbero essere inquadrati come giardinieri oppure affidargli compiti di ripulire la città archeologica da cartacce. Di certo tra i profughi che arrivano sulle coste italiane ci sono architetti o ingegneri e magari anche archeologi. Molti di loro provengono da città culturalmente elevate ma che, purtroppo, sono costretti a lasciare per rigidi regimi politici». Figure di cui, una volta finito il «Grande Progetto Pompei», che ha portato ad una fase straordinaria di messa in sicurezza delle domus, l’antica città romana avrebbe bisogno per la manutenzione ordinaria. Il professor Massimo Osanna è stato categorico e tenacemente deciso nel chiedere ai parlamentari presenti alla manifestazione, che si è svolta nella cappella San Paolino – interna al sito archeologico di Pompei – di farsi portatori della sua proposta al governo di Matteo Renzi. Il direttore generale della soprintendenza si è anche appellato alla naturale vocazione della città degli Scavi. «La città di Pompei è città della pace, della solidarietà e dell’accoglienza – ha detto il professor Osanna – perché, allora, non aprirla ai profughi per introdurli nel mondo del lavoro?». Per chi gli potrebbe contestare la disoccupazione italiana ha raggiunto livelli preoccupanti e che i nostri giovani hanno la priorità assoluta, Osanna ha già la riposta pronta: «I profughi già percepiscono dal Governo italiano una retta giornaliera per il loro mantenimento senza, tuttavia, essere impiegati in alcuna attività lavorativa. La retta potrebbe, dunque, essere tranquillamente convertita in pagamento per prestazione d’opera al servizio della cultura». L’idea «rivoluzionaria» di Osanna potrebbe aprire nuovi scenari sulla sorte dei profughi anche a livello europeo. La sua proposta, infatti, ha una connotazione che potrebbe andare ben oltre i confini nazionali. Nell’eventualità che il premier Matteo Renzi e il ministro per i Beni e le Attività Culturali Dario Franceschini dovessero accogliere il suggerimento del soprintendente – per il quale hanno sempre dichiarato incondizionata stima e rispetto – e accettare di impiegare, per la pulizia e la tutela del sito archeologico pompeiano, figure professionali «sbarcate in Italia con i gommoni della speranza», le prospettive future dei profughi potrebbero essere più rosee. A seguire le tracce di Pompei potrebbero esserci altri musei e aree archeologiche della Campania, dove è più alta la concentrazione di centri di accoglienza. Come Paestum e la Reggia di Caserta, tanto per fare un esempio. Centri di accoglienza per profughi nella città degli Scavi non ci sono: unica eccezione un gruppo di nove donne, con i loro bambini, accolte dalle opere di carità del Santuario. Considerando che la proposta coraggiosa del professor Osanna è stata appena lanciata e che la priorità, dal suo punto di vista, resta l’impiego dei profughi sbarcati in Italia nella città archeologica, il sistema d’accoglienza per questi nuovi prestatori d’opera più o meno qualificata diventerebbe una questione secondaria. Tra le province di Napoli e Salerno ci sono diversi centri profughi nei quali gli extracomunitari potrebbero risiedere stabilmente, spostandosi ogni giorno per andare a lavorare negli scavi di Pompei. Il numero preciso di quanti migranti potrebbero occuparsi della cura delle domus è in questa fase ancora incerto. Tutto dipende dall’accoglimento o meno della proposta del direttore generale della soprintendenza da parte del Governo. Solo nella fase successiva si potranno tirare le somme. (Susy Malafronte – Il Mattino)