Maurizio Sarri accusa: «Stadi, diritti tv, stranieri, calcio italiano da serie C»

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Rieccolo Maurizio Sarri. Senza tuta. In giacca, camicia bianca e senza cravatta sul palco del piccolo teatro di Castelfranco di Sopra, una manciata di chilometri dalla sua abitazione con vista sull’Arno, a ritirare le chiavi della cittadina dove risiede da qualche anno. «Una emozione unica questo riconoscimento, davvero sono commosso», dice il tecnico mentre Enzo Cacioli, il sindaco, gli consegna l’onorificenza. È rimasto lì per quasi un’ora e mezza, ad ascoltare i racconti delle eccellenza del Valdarno e a raccontare le sue storielle di quando era giovane e quello dell’allenatore non era un mestiere ma uno spasso con gli amici. D’altronde, se uno prende un compasso e disegna una circonferenza, nel giro di una manciata di chilometri c’è tutto il mondo antico di Sarri: lo Stia, la Faellese, il Cavriglia, il Valderna, la Sangiovannnese. «Se sono arrivato sulla panchina del Napoli è per tutto quello che ho imparato guidando queste squadre», dice tra gli applausi del pubblico presente. Era dal giorno della firma sul nuovo contratto con De Laurentiis, alla Filmauro, che Sarri non dava notizie di sé. Non è partito per le vacanze, è ancora lì nella sua terra anche perché probabilmente non c’è posto migliore che casa propria per staccare la spina. «Farei fatica a vivere nel caos delle grandi città. Ma io adoro Napoli e la sua umanità, adoro lo spirito sociale che c’è lì, il fatto che se succede una cosa al tuo vicino è come se fosse successa a te. Napoli ti dà un amore unico che ogni allenatore dovrebbe provare nella vita». Intanto, da contratto siglato, sarà lui ad assaporare questa emozione almeno fino al 2020. Salvo imprevisti. Impossibile non parlare alla sua gente di calcio. E d’altronde si capisce che ne ha una gran voglia. «La Champions? Dipende dalla fascia. Quello che ci attende è un mondo nuovo, fatto di squadre con fatturati enormi». E sul campionato: «Difficile potersi ripetere, noi siamo il quinto-sesto fatturato d’Italia e non possiamo iniziare la stagione pensando di andare a travolgere il campionato. Quello che conta è la testa: noi dobbiamo andare in campo con nella testa la follia di poter fare ogni volta l’impresa. Quello che conta è la mentalità: dobbiamo giocare divertendoci». Poi si sofferma a lungo sul momento del calcio italiano. «Non vedo un grande futuro… Credo che la questione del momento particolare del calcio italiano non sia legata alle tante squadre che ci sono in serie A: in tutta Europa, tranne in Germania dove hanno il problema della sosta invernale, ci sono venti squadre. La questione è quella del sovraffollamento degli impegni, che sono tanti. E poi gli stranieri. Allenare un 18enne italiano dà più soddisfazioni che allenare un 30enne straniero. Ma nessuno farà un passo indietro di questo genere in Europa. Però è bello prendere un ragazzo della Primavera e farlo debuttare in serie A, tra i grandi». Punta il dito anche su un altro aspetto: «Bisogna regalare ai tifosi il sogno di poter vincere. Un tifoso del Genoa o della Sampdoria sa che adesso difficilmente per i prossimi 50 anni potrà vincere. E allora? Per quanto tempo potrà continuare a seguire il calcio e ad appassionarsi ancora? Bisogna cominciare a vedere il campionato in collettivo senza pensare solo al proprio orto, a cominciare dalla ripartizione dei ricavi». Poi critica le parole del questore di Roma prima del derby: «Minacciare di non far giocare all’Olimpico Roma-Lazio nel caso in cui i tifosi non si comportino bene non è una cosa corretta. Se su 70mila spettatori ci sono 300 che si comportano male vanno arrestati. E lasciati in pace gli altri 69mila e 700… Io non posso credere che un papà che si svegli la domenica mattina e veda una giornata di sole e pensi di portare il figliolo allo stadio non possa farlo perché doveva pensarci tre giorni prima a comprare il biglietto». Non è solo questo. Il guaio, dice, sono anche le strutture: «Quando sono andato in Danimarca per giocare l’Europa League, siamo andati ad allenarci in una complesso straordinario, con campi di calcio, basket, gabbie per il due contro due. Chiedo: è del Midtjylland? No, è del Comune, ci viene chi vuole, è libero. Ecco, lì ho capito che noi siamo in Lega Pro». Parla dell’Europeo. «Non seguo molto le nazionali, non mi appassionano. Gli italiani convocabili non sono più di un centinaio quindi non è stato facile il lavoro di Conte. Non c’è una favorita assoluta, forse la Francia perché gioca in casa. Ma questa è una manifestazione dove spesso c’è una sorpresa. E visto che non siamo tra i favoriti, speso proprio che la sorpresa sia l’Italia». L’idea di fare il ct non gli fa fare salti di gioia: «Al momento non è una cosa che mi interessa, poi magari tra qualche anno, dopo tanti di stress con una partita ogni tre giorni, uno ci può pensare. Ma ha ragione Conte quando dice che quando sei abituato ogni giorno al campo, dopo pochissimo senti la mancanza dell’odore dell’erba». (Pino Taormina – Il Mattino) 

Rieccolo Maurizio Sarri. Senza tuta. In giacca, camicia bianca e senza cravatta sul palco del piccolo teatro di Castelfranco di Sopra, una manciata di chilometri dalla sua abitazione con vista sull’Arno, a ritirare le chiavi della cittadina dove risiede da qualche anno. «Una emozione unica questo riconoscimento, davvero sono commosso», dice il tecnico mentre Enzo Cacioli, il sindaco, gli consegna l’onorificenza. È rimasto lì per quasi un’ora e mezza, ad ascoltare i racconti delle eccellenza del Valdarno e a raccontare le sue storielle di quando era giovane e quello dell’allenatore non era un mestiere ma uno spasso con gli amici. D’altronde, se uno prende un compasso e disegna una circonferenza, nel giro di una manciata di chilometri c’è tutto il mondo antico di Sarri: lo Stia, la Faellese, il Cavriglia, il Valderna, la Sangiovannnese. «Se sono arrivato sulla panchina del Napoli è per tutto quello che ho imparato guidando queste squadre», dice tra gli applausi del pubblico presente. Era dal giorno della firma sul nuovo contratto con De Laurentiis, alla Filmauro, che Sarri non dava notizie di sé. Non è partito per le vacanze, è ancora lì nella sua terra anche perché probabilmente non c’è posto migliore che casa propria per staccare la spina. «Farei fatica a vivere nel caos delle grandi città. Ma io adoro Napoli e la sua umanità, adoro lo spirito sociale che c’è lì, il fatto che se succede una cosa al tuo vicino è come se fosse successa a te. Napoli ti dà un amore unico che ogni allenatore dovrebbe provare nella vita». Intanto, da contratto siglato, sarà lui ad assaporare questa emozione almeno fino al 2020. Salvo imprevisti. Impossibile non parlare alla sua gente di calcio. E d’altronde si capisce che ne ha una gran voglia. «La Champions? Dipende dalla fascia. Quello che ci attende è un mondo nuovo, fatto di squadre con fatturati enormi». E sul campionato: «Difficile potersi ripetere, noi siamo il quinto-sesto fatturato d’Italia e non possiamo iniziare la stagione pensando di andare a travolgere il campionato. Quello che conta è la testa: noi dobbiamo andare in campo con nella testa la follia di poter fare ogni volta l’impresa. Quello che conta è la mentalità: dobbiamo giocare divertendoci». Poi si sofferma a lungo sul momento del calcio italiano. «Non vedo un grande futuro… Credo che la questione del momento particolare del calcio italiano non sia legata alle tante squadre che ci sono in serie A: in tutta Europa, tranne in Germania dove hanno il problema della sosta invernale, ci sono venti squadre. La questione è quella del sovraffollamento degli impegni, che sono tanti. E poi gli stranieri. Allenare un 18enne italiano dà più soddisfazioni che allenare un 30enne straniero. Ma nessuno farà un passo indietro di questo genere in Europa. Però è bello prendere un ragazzo della Primavera e farlo debuttare in serie A, tra i grandi». Punta il dito anche su un altro aspetto: «Bisogna regalare ai tifosi il sogno di poter vincere. Un tifoso del Genoa o della Sampdoria sa che adesso difficilmente per i prossimi 50 anni potrà vincere. E allora? Per quanto tempo potrà continuare a seguire il calcio e ad appassionarsi ancora? Bisogna cominciare a vedere il campionato in collettivo senza pensare solo al proprio orto, a cominciare dalla ripartizione dei ricavi». Poi critica le parole del questore di Roma prima del derby: «Minacciare di non far giocare all’Olimpico Roma-Lazio nel caso in cui i tifosi non si comportino bene non è una cosa corretta. Se su 70mila spettatori ci sono 300 che si comportano male vanno arrestati. E lasciati in pace gli altri 69mila e 700… Io non posso credere che un papà che si svegli la domenica mattina e veda una giornata di sole e pensi di portare il figliolo allo stadio non possa farlo perché doveva pensarci tre giorni prima a comprare il biglietto». Non è solo questo. Il guaio, dice, sono anche le strutture: «Quando sono andato in Danimarca per giocare l’Europa League, siamo andati ad allenarci in una complesso straordinario, con campi di calcio, basket, gabbie per il due contro due. Chiedo: è del Midtjylland? No, è del Comune, ci viene chi vuole, è libero. Ecco, lì ho capito che noi siamo in Lega Pro». Parla dell’Europeo. «Non seguo molto le nazionali, non mi appassionano. Gli italiani convocabili non sono più di un centinaio quindi non è stato facile il lavoro di Conte. Non c’è una favorita assoluta, forse la Francia perché gioca in casa. Ma questa è una manifestazione dove spesso c’è una sorpresa. E visto che non siamo tra i favoriti, speso proprio che la sorpresa sia l’Italia». L’idea di fare il ct non gli fa fare salti di gioia: «Al momento non è una cosa che mi interessa, poi magari tra qualche anno, dopo tanti di stress con una partita ogni tre giorni, uno ci può pensare. Ma ha ragione Conte quando dice che quando sei abituato ogni giorno al campo, dopo pochissimo senti la mancanza dell’odore dell’erba». (Pino Taormina – Il Mattino) 

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