la magia del quattro mani

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Questa sera, sesto appuntamento nella Chiesa di Santa Apollonia alle ore 20, con il Festival di Musica da Camera, promosso dal Conservatorio Statale di Musica “G.Martucci” e dalla Bottega San Lazzaro

Di GIULIA IANNONE

Oggi, alle ore 20, sesto appuntamento della III edizione del Festival di Musica da Camera Sant’Apollonia. Un evento, nato dalla sinergia del Conservatorio di Musica “G.Martucci” di Salerno, con un progetto del Dipartimento di Musica d’Insieme, presieduto da Francesca Taviani, da un’idea di Anna Bellagamba con Chiara Natella e la sua Bottega San Lazzaro. I pianisti Armando Sabbarese e Giuseppe Carmine Atorino s’incontreranno sulla tastiera del pianoforte per eseguire due gemme immortali di Maurice Ravel e Modest Musorgskij. Si inizierà con Ma Me?re l’Oye una suite di Maurice Ravel, pubblicata nel 1910,  composta di cinque pezzi, ispirati da altrettante illustrazioni tratte da un libro di fiabe per l’infanzia (di qui il sottotitolo Cinq pie?ces enfantines). Pavane de la Belle au bois dormant, una danza lenta in tempo di 4/4, basata su una semplice melodia dal tono misterioso, Petit poucet, un brano moderato, che utilizza una lunga successione di bicordi di terza per evocare l’immagine di una camminata solitaria nel bosco, ancora Laideronnette, Impe?ratrice des pagodes, una marcia veloce che alterna una sezione vivace, sviluppata nei registri acuti, a una sezione piu? lenta e riflessiva, nei registri gravi, secondo lo schema A-B-A. L’utilizzo dell’armonia per quarte e della scala pentatonica le donano una sonorita? tipicamente “orientaleggiante”. Les Entretiens de la Belle et la Be?te e? la pagina strutturalmente piu? complessa della raccolta, nel quale la raffinatezza della scrittura armonica riesce a trasmettere la sensazione di una delicata serenita? e al tempo stesso di una sottile inquietudine. Le Jardin fe?erique e? un brano moderato, che esordisce come un corale sommesso e si sviluppa in crescendo fino allo sfolgorante finale, caratterizzato da ampi glissati nei registri alti. La seconda parte della serata sarà interamente dedicata all’esecuzione dei Tableaux d’une Exposition di Modest Musorgskij nella particolare trascrizione di Michela Trovajoli. La composizione pianistica di Musorgskij suggerisce una notevole varietà di timbri, tende già nel suo tessuto intimo a lievitare in forme orchestrali. Vi appartiene anche l’aspetto stesso della trascrizione poiché il brano della Promenade (passeggiata), che collega i vari pezzi, compare nell’originale pianistico in cinque versioni differenti. Ma la grande ricchezza dei Quadri la si può in qualche modo riassumere, affermando che nei brani della raccolta è possibile riscontrare quattro tendenze espressive principali. La prima è quella ricollegabile alla corrente del nazionalismo ottocentesco russo, per la Grande porta di Kiev, che chiude l’opera. Musorgskij non intende questo aspetto in senso grettamente patriottico: il nazionalismo culturale del nostro è più un ribelle afflato alla libertà e alla civiltà. Così l’oppressione russa perpetrata contro i polacchi è contestata da Musorgskij: la parola Bydlo, nome di un pesante carro contadino polacco trainato usualmente da buoi, diviene metafora della sofferenza dei polacchi, schiacciati da un giogo militare, non importa se russo. La musica di Musorgskij evoca in tutta la sua concretezza il lento avanzare del pesante carro, dapprima da una distanza che ci impedisce di contemplarlo in tutta la sua gravita, poi facendolo avvicinare a noi nella sua piena massa sonora, per sfumare poi nella Promenade. Anche l’incontro tra Samuel Goldenberg, ricco ebreo polacco, grasso e tronfio, e il povero Schmuyle, anch’egli ebreo polacco, ma piccolo e magro, incarna nella musica il senso della disuguaglianza tramite la contrapposizione del tema ebraico riferito a Schmuyle con quello incisivo e schiacciante che richiama Goldenberg. Il Vecchio castello ci porta invece nella seconda tendenza espressiva dei Quadri, quella dai tratti più ombrosi e cupi. L’antico rudere riposa solitario nella malinconica rimembranza del passato, e la musica, in una danza dai tratti lontanamente orientali e un poco funebri, ne culla il riposo accompagnandola con una sinuosa melodia. Una riflessione, qui solo accennata, sulla morte, riflessione che si svolge più approfonditamente in Catacombae dove la profondità degli antichi sepolcri diventa spunto per una nebulosa sonora, annunciata da solenni accordi di fiati ed ottoni, che sembra sprofondare lentamente nelle viscere del silenzio. Vi ricompare poi il tema della Promenade, qui divenuta simbolo del nostro essere di “passaggio”, non senza un chiarore finale di speranza. Musorgskij pone di suo pugno nell’autografo questo commento al brano: “lo spirito creatore del defunto Hartmann mi conduce verso i teschi e li invoca: questi si illuminano dolcemente all’interno”. Fa da contraltare a queste atmosfere un vitalismo istintivo e cieco: il “Balletto dei pulcini nei loro gusci” con la buffa agitazione degli strumenti, i giochi di bambini nel parco parigino delle Tuileries, con il suo cullare sornione inframmezzato da acute volatine melodiche, la vivacità del Mercato di Limoges (quasi uno Scherzo fantastico), proiettano in una dimensione fresca e primigenia la musica di Musorgskij. La quarta tendenza è quella che inscena la mostruosità terribile. Ne abbiamo un esempio in Gnomus: il minaccioso motto iniziale e il sospettoso marciare intende rappresentare, in atmosfere quasi cinematografiche, un nano malvagio che si aggira nella foresta. Anche la strega Baba Yaga appartiene alla categoria dei “mostri”: definita nei racconti russi “nonna del diavolo”, abita in una capanna che si erge su zampe di gallina ai limiti della foresta. Con la sua evocazione entriamo nell’ambito del folklore magico slavo. Così, dall’apparizione del terribile si passa alla rimembranza della morte, della sofferenza, e da essa ancora alla dimensione magica di Baba-Yaga, cioè all’energia primigenia, inconscia, madre di quella vitalità intellettuale che fa della “grande porta” il simbolo di un possibile accesso al futuro.

Questa sera, sesto appuntamento nella Chiesa di Santa Apollonia alle ore 20, con il Festival di Musica da Camera, promosso dal Conservatorio Statale di Musica “G.Martucci” e dalla Bottega San Lazzaro

Di GIULIA IANNONE

Oggi, alle ore 20, sesto appuntamento della III edizione del Festival di Musica da Camera Sant’Apollonia. Un evento, nato dalla sinergia del Conservatorio di Musica “G.Martucci” di Salerno, con un progetto del Dipartimento di Musica d’Insieme, presieduto da Francesca Taviani, da un’idea di Anna Bellagamba con Chiara Natella e la sua Bottega San Lazzaro. I pianisti Armando Sabbarese e Giuseppe Carmine Atorino s’incontreranno sulla tastiera del pianoforte per eseguire due gemme immortali di Maurice Ravel e Modest Musorgskij. Si inizierà con Ma Me?re l'Oye una suite di Maurice Ravel, pubblicata nel 1910,  composta di cinque pezzi, ispirati da altrettante illustrazioni tratte da un libro di fiabe per l'infanzia (di qui il sottotitolo Cinq pie?ces enfantines). Pavane de la Belle au bois dormant, una danza lenta in tempo di 4/4, basata su una semplice melodia dal tono misterioso, Petit poucet, un brano moderato, che utilizza una lunga successione di bicordi di terza per evocare l'immagine di una camminata solitaria nel bosco, ancora Laideronnette, Impe?ratrice des pagodes, una marcia veloce che alterna una sezione vivace, sviluppata nei registri acuti, a una sezione piu? lenta e riflessiva, nei registri gravi, secondo lo schema A-B-A. L'utilizzo dell'armonia per quarte e della scala pentatonica le donano una sonorita? tipicamente "orientaleggiante". Les Entretiens de la Belle et la Be?te e? la pagina strutturalmente piu? complessa della raccolta, nel quale la raffinatezza della scrittura armonica riesce a trasmettere la sensazione di una delicata serenita? e al tempo stesso di una sottile inquietudine. Le Jardin fe?erique e? un brano moderato, che esordisce come un corale sommesso e si sviluppa in crescendo fino allo sfolgorante finale, caratterizzato da ampi glissati nei registri alti. La seconda parte della serata sarà interamente dedicata all’esecuzione dei Tableaux d’une Exposition di Modest Musorgskij nella particolare trascrizione di Michela Trovajoli. La composizione pianistica di Musorgskij suggerisce una notevole varietà di timbri, tende già nel suo tessuto intimo a lievitare in forme orchestrali. Vi appartiene anche l’aspetto stesso della trascrizione poiché il brano della Promenade (passeggiata), che collega i vari pezzi, compare nell’originale pianistico in cinque versioni differenti. Ma la grande ricchezza dei Quadri la si può in qualche modo riassumere, affermando che nei brani della raccolta è possibile riscontrare quattro tendenze espressive principali. La prima è quella ricollegabile alla corrente del nazionalismo ottocentesco russo, per la Grande porta di Kiev, che chiude l’opera. Musorgskij non intende questo aspetto in senso grettamente patriottico: il nazionalismo culturale del nostro è più un ribelle afflato alla libertà e alla civiltà. Così l’oppressione russa perpetrata contro i polacchi è contestata da Musorgskij: la parola Bydlo, nome di un pesante carro contadino polacco trainato usualmente da buoi, diviene metafora della sofferenza dei polacchi, schiacciati da un giogo militare, non importa se russo. La musica di Musorgskij evoca in tutta la sua concretezza il lento avanzare del pesante carro, dapprima da una distanza che ci impedisce di contemplarlo in tutta la sua gravita, poi facendolo avvicinare a noi nella sua piena massa sonora, per sfumare poi nella Promenade. Anche l’incontro tra Samuel Goldenberg, ricco ebreo polacco, grasso e tronfio, e il povero Schmuyle, anch’egli ebreo polacco, ma piccolo e magro, incarna nella musica il senso della disuguaglianza tramite la contrapposizione del tema ebraico riferito a Schmuyle con quello incisivo e schiacciante che richiama Goldenberg. Il Vecchio castello ci porta invece nella seconda tendenza espressiva dei Quadri, quella dai tratti più ombrosi e cupi. L’antico rudere riposa solitario nella malinconica rimembranza del passato, e la musica, in una danza dai tratti lontanamente orientali e un poco funebri, ne culla il riposo accompagnandola con una sinuosa melodia. Una riflessione, qui solo accennata, sulla morte, riflessione che si svolge più approfonditamente in Catacombae dove la profondità degli antichi sepolcri diventa spunto per una nebulosa sonora, annunciata da solenni accordi di fiati ed ottoni, che sembra sprofondare lentamente nelle viscere del silenzio. Vi ricompare poi il tema della Promenade, qui divenuta simbolo del nostro essere di “passaggio”, non senza un chiarore finale di speranza. Musorgskij pone di suo pugno nell’autografo questo commento al brano: “lo spirito creatore del defunto Hartmann mi conduce verso i teschi e li invoca: questi si illuminano dolcemente all’interno”. Fa da contraltare a queste atmosfere un vitalismo istintivo e cieco: il “Balletto dei pulcini nei loro gusci” con la buffa agitazione degli strumenti, i giochi di bambini nel parco parigino delle Tuileries, con il suo cullare sornione inframmezzato da acute volatine melodiche, la vivacità del Mercato di Limoges (quasi uno Scherzo fantastico), proiettano in una dimensione fresca e primigenia la musica di Musorgskij. La quarta tendenza è quella che inscena la mostruosità terribile. Ne abbiamo un esempio in Gnomus: il minaccioso motto iniziale e il sospettoso marciare intende rappresentare, in atmosfere quasi cinematografiche, un nano malvagio che si aggira nella foresta. Anche la strega Baba Yaga appartiene alla categoria dei “mostri”: definita nei racconti russi “nonna del diavolo”, abita in una capanna che si erge su zampe di gallina ai limiti della foresta. Con la sua evocazione entriamo nell’ambito del folklore magico slavo. Così, dall’apparizione del terribile si passa alla rimembranza della morte, della sofferenza, e da essa ancora alla dimensione magica di Baba-Yaga, cioè all’energia primigenia, inconscia, madre di quella vitalità intellettuale che fa della “grande porta” il simbolo di un possibile accesso al futuro.

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