È morto Johan Cruijff, aveva 68 anni. E’ stato il più grande calciatore d’ Europa

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Il grande fuoriclasse olandese Johan Cruijff non  c’è più. È mancato a Barcellona a causa di un tumore ai polmoni.  Roberto Boninsegna affrontò due volte Johan Cruiff: «Nella finale della Coppa Campioni 1972 vinta 2-0 dall’Ajax sull’Inter fu il trascinatore, il regista, l’anima». Nel 1974 la debuttante Nazionale di Bernardini e Bearzot giocò contro l’Olanda più forte di sempre: «Riuscii a portare in vantaggio l’Italia – dice il Bobo – ma poi Cruijff mise il turbo e perdemmo. Gli mancava solo il colpo di testa. Per me è stato il più grande calciatore d’Europa, a livello internazionale lo metto sul podio insieme a Pelè e Maradona. Ognuno poi sistemi le posizioni come vuole». «Non ti dimenticheremo mai, Flaco». Diego Maradona ricorda così Johan Cruijff con un post sulla sua pagina ufficiale facebook. «Sono scioccato. Johan Crujiff è morto. Non era solo un buon amico, ma anche un fratello per me». È il commento di Franz Beckenbauer. «Il calcio ha perso uno dei più grandi di sempre. Johan è stato l’eroe della mia giovinezza, un idolo e un amico» è il commosso ricordo di Michel Platini.BARCELLONA (Spagna) Anche nel modo di andarsene da questo mondo Hendrik Johan Cruijff, spesso solo Cruyff, è stato davvero un fuoriclasse: lo ha comunicato al mondo attraverso il suo sito, poche righe e addio. Da quel preciso istante è cominciata la sequela di ricordi, riconoscimenti, rimpianti, beatificazioni, paragoni, iperboli in un rimbalzo impazzito da ogni parte del pianeta. Nessuno che abbia frequentato il calcio ai suoi tempi e che lo frequenti adesso si è sentito autorizzato a non lasciare un graffite sul campione che più di qualsiasi altro ha capovolto il mondo del pallone, dando una spinta propulsiva unica e inimitabile a un gioco che – prima di lui – prevedeva coordinate quasi «barbare». Era malato da tempo di cancro, aveva un cuore infilzato di by-pass, si teneva ma non si tratteneva, ad esempio, nel fumare. Era nato in Olanda ma era spagnolo, anzi catalano, di adozione: non a caso, è morto proprio a Barcellona, dove aveva messo radici con la moglie Danny Coster, dove era un re. Abbandonato il calcio, si era appassionato al golf: e anche in questo sport, l’unico dove si colpisce una pallina ferma e non in movimento, era diventato bravissimo. Lo ricordiamo spensierato e determinato insieme partecipante alla Vialli e Mauro Cup, la gara benefica organizzata dai due ex calciatori della Juventus per raccogliere fondi da utilizzare nella battaglia contro la Sla. Sbagliava poco anche lì e, quando capitava, abbozzava appena un sorriso. In fondo, classe ne aveva da vendere. In campo era mostruosamente bravo e totale. Ad esempio, ai tempi in cui i numeri di maglia erano l’identitikit di un ruolo, Cruijff aveva scelto il 14, che era una maniera abbastanza concreta per andare oltre le barriere dell’ovvio. Nove anni nell’Ajax dei marziani (dal ’64 al ’73), cinque al Barcellona (1973-1978), poi esperienze qua e là a fine carriera, poi ancor allenatore dell’Olanda, dell’Ajax e del Barcellona, perché a ben considerare da quel triangolo non si è mai mosso. Il paradosso è che un fenomeno come Cruijff non abbia mai vinto il Mondiale (è arrivato secondo nel 1974) e l’Europeo (terzo in Jugoslavia nel 1976), anche se a livello di club ha fatto razzia di scudetti e di Coppe, come di trofei personali, per tutti i tre Palloni d’Oro. Tra i molti tweet e i messaggi su Facebook ne spicca uno, quello di Pepe Guardiola, catalano, simbolo del Barça: «Johan ha dipinto la Cappella Sistina. Io, Van Gaal e Rijkaard abbiamo solo aggiunto qualche pennellata». Il resto, in effetti, è fuffa.

Il grande fuoriclasse olandese Johan Cruijff non  c'è più. È mancato a Barcellona a causa di un tumore ai polmoni.  Roberto Boninsegna affrontò due volte Johan Cruiff: «Nella finale della Coppa Campioni 1972 vinta 2-0 dall’Ajax sull’Inter fu il trascinatore, il regista, l’anima». Nel 1974 la debuttante Nazionale di Bernardini e Bearzot giocò contro l’Olanda più forte di sempre: «Riuscii a portare in vantaggio l’Italia – dice il Bobo – ma poi Cruijff mise il turbo e perdemmo. Gli mancava solo il colpo di testa. Per me è stato il più grande calciatore d’Europa, a livello internazionale lo metto sul podio insieme a Pelè e Maradona. Ognuno poi sistemi le posizioni come vuole». «Non ti dimenticheremo mai, Flaco». Diego Maradona ricorda così Johan Cruijff con un post sulla sua pagina ufficiale facebook. «Sono scioccato. Johan Crujiff è morto. Non era solo un buon amico, ma anche un fratello per me». È il commento di Franz Beckenbauer. «Il calcio ha perso uno dei più grandi di sempre. Johan è stato l’eroe della mia giovinezza, un idolo e un amico» è il commosso ricordo di Michel Platini.BARCELLONA (Spagna) Anche nel modo di andarsene da questo mondo Hendrik Johan Cruijff, spesso solo Cruyff, è stato davvero un fuoriclasse: lo ha comunicato al mondo attraverso il suo sito, poche righe e addio. Da quel preciso istante è cominciata la sequela di ricordi, riconoscimenti, rimpianti, beatificazioni, paragoni, iperboli in un rimbalzo impazzito da ogni parte del pianeta. Nessuno che abbia frequentato il calcio ai suoi tempi e che lo frequenti adesso si è sentito autorizzato a non lasciare un graffite sul campione che più di qualsiasi altro ha capovolto il mondo del pallone, dando una spinta propulsiva unica e inimitabile a un gioco che – prima di lui – prevedeva coordinate quasi «barbare». Era malato da tempo di cancro, aveva un cuore infilzato di by-pass, si teneva ma non si tratteneva, ad esempio, nel fumare. Era nato in Olanda ma era spagnolo, anzi catalano, di adozione: non a caso, è morto proprio a Barcellona, dove aveva messo radici con la moglie Danny Coster, dove era un re. Abbandonato il calcio, si era appassionato al golf: e anche in questo sport, l’unico dove si colpisce una pallina ferma e non in movimento, era diventato bravissimo. Lo ricordiamo spensierato e determinato insieme partecipante alla Vialli e Mauro Cup, la gara benefica organizzata dai due ex calciatori della Juventus per raccogliere fondi da utilizzare nella battaglia contro la Sla. Sbagliava poco anche lì e, quando capitava, abbozzava appena un sorriso. In fondo, classe ne aveva da vendere. In campo era mostruosamente bravo e totale. Ad esempio, ai tempi in cui i numeri di maglia erano l’identitikit di un ruolo, Cruijff aveva scelto il 14, che era una maniera abbastanza concreta per andare oltre le barriere dell’ovvio. Nove anni nell’Ajax dei marziani (dal ’64 al ’73), cinque al Barcellona (1973-1978), poi esperienze qua e là a fine carriera, poi ancor allenatore dell’Olanda, dell’Ajax e del Barcellona, perché a ben considerare da quel triangolo non si è mai mosso. Il paradosso è che un fenomeno come Cruijff non abbia mai vinto il Mondiale (è arrivato secondo nel 1974) e l’Europeo (terzo in Jugoslavia nel 1976), anche se a livello di club ha fatto razzia di scudetti e di Coppe, come di trofei personali, per tutti i tre Palloni d’Oro. Tra i molti tweet e i messaggi su Facebook ne spicca uno, quello di Pepe Guardiola, catalano, simbolo del Barça: «Johan ha dipinto la Cappella Sistina. Io, Van Gaal e Rijkaard abbiamo solo aggiunto qualche pennellata». Il resto, in effetti, è fuffa.