Sorrento 2. Sacra Sindone: relazione del prof. Carlo Ciavolino.

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È sempre doveroso ringraziare chi si prodiga per diffondere cultura, di qualsiasi tipo, a maggior ragione quando il tema è di natura religiosa e, come nel nostro caso, di estremo interesse. Il mio grazie, quindi, alla dott.ssa Marinelli e al prof. Ciavolino per l’interessante conferenza tenuta martedì nella Cattedrale di Sorrento. Da teologo, però, devo puntualizzare piccole cose della relazione introduttiva. Il prof. Ciavolino, forse nella foga del discorso, identifica la “Maddalena” con l’adultera. Maria Maddalena era il nome di una donna proveniente da Magdala, una città sul lato occidentale del lago di Genezaret. Essa nei Vangeli è menzionata come pia seguace di Gesù, (Lc 8,2; Mc 16,9). Maria era presente sul calvario e poté assistere alla sepoltura del Maestro (Mt 27,55-61; Mc 15,40-47; Lc 23,49-55; Gv 19,25). Al mattino del primo giorno della settimana, recatasi al sepolcro, lo trovò vuoto, e secondo il racconto evangelico avrebbe avuto il privilegio di incontrare il Cristo risorto. Questa Maria apparteneva evidentemente a quel gruppo di donne che seguiva il Maestro e lo accompagnava durante le sue peregrinazioni; secondo la notizia di Luca, infatti, Gesù se ne andava per le città e i villaggi predicando ed annunciando il regno di Dio. Vi erano con lui i Dodici e anche alcune donne che erano state guarite da spiriti maligni e da infermità: Maria detta Maddalena, dalla quale erano usciti sette demoni, Giovanna moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre. Esse li servivano con i loro averi (Lc 8,1-3). Poi calca un po’ la mano nel descrivere in maniera pessima Pilato. Ponzio Pilato, rappresentante dell’impero romano nella Giudea dal 26 al 36, è divenuto celebre da sfidare i secoli solo perché un giorno davanti a lui comparve un modesto predicatore ebreo di nome Gesù di Nazareth. Con lui ebbe occasione di scambiare alcune battute, restandone un po’ incuriosito e un po’ sconcertato. Di quel dialogo noi oggi leggiamo un resoconto, illuminato dalla fede pasquale e tramandatoci dall’evangelista Giovanni. Da Matteo sappiamo che questo procuratore cercò di evitare la condanna a morte di Gesù, ma alla fine cedette alle pressioni della piazza di Gerusalemme. Su di lui si è scritto molto: c’è ad esempio un delizioso racconto della scrittrice francese Anatole France e un grosso studio di J. P. Lemonon, tutto dedicato a va-gliare i dati evangelici e profani concernenti il Pilato storico. Il quale, stando alle testimonianze degli storici Tacito e Giuseppe Flavio e del filosofo contemporaneo Filone, era un uomo duro, violento, ostile ai Giudei, sempre pronto a provocarli e a reprimerli. Alla fine un atto eccessivo di violenza militare nei confronti dei Samaritani gli costa il posto: il suo immediato superiore, il legato romano di Siria Vitellio, lo fece rimandare a Roma. Dimenticato dalla storia profana, egli ogni domenica viene ricordato nelle chiese di tutto il mondo quando i cristiani professano la loro fede: nel Credo, infatti, si ricorda che Gesù «Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato». Anzi, la tradizione popolare, memore della sua esitazione nel condannare Gesù, ha immagi-nato che morisse convertito alla fede di Cristo, apparso a lui e alla moglie Claudia Procla. Pilato è ricordato come martire dalla Chiesa copta e come santo dalla Chiesa etiope. Il professore a un certo punto dice che «Gesù è caduto tre volte» dimenticando che attinge alla pietà popolare e non ai Vangeli canonici. Quando parla di Barabba, si limita a dire che aveva lo stesso nome di Gesù. Ma c’è ben altro! Barabba non fu liberato a caso. Gesù Barabba o Barabba (aramaico Yeshua Bar-abbâ, letteralmente “Yeshua, figlio del padre”) era, secondo i quattro vangeli canonici, un ebreo appartenente probabilmente al partito degli zeloti, detenuto dai Romani a Gerusalemme assieme ad alcuni ribelli, negli stessi giorni della passione di Gesù detto il Cristo, il fondatore del cristianesimo. Egli venne liberato dalla folla che era stata chiamata ad esprimersi su chi rilasciare tra lui e Gesù di Nazareth. Il nome Barabban, tramandato dalla maggior parte dei manoscritti in greco dei vangeli, era in aramaico un patronimico: Bar-abbâ, “figlio del padre”. Potrebbe essere anche un patronimico vero e proprio: Bar-Abbas, “figlio di Abbas”, dato che Abba era un raro nome ebraico (un certo Abbas fu sacerdote all’epoca di Antigono II Asmoneo e si occupò dell’ossario del re di Giuda, alcuni anni dopo il 37 a.C.; potrebbe essere stato anche un parente stretto del Barabba biblico, se non suo padre, dato che non si conosce l’età di Barabba nel 30 d.C.). Abba significa “padre” in Aramaico, e nei Vangeli appare sia con traduzione, che non tradotto. Una traduzione di Bar-Abbas sarebbe figlio del padre. Gesù spesso si riferisce a Dio come “padre”, e l’uso di Gesù della parola aramaica Abba compare non tradotta in Marco 14,36. Ma perché il popolo scelse Barabba? Alcuni studiosi critici, come l’ateo Jean Meslier, hanno indivi-duato in Barabba una similitudine con i vari Messia politicizzati, come il più tardo Simon Bar Kokheba, pre-teso Re dei Giudei nel 135. Quindi ci sarebbero stati due “messia Gesù” seguiti dagli ebrei a quel tempo: Ye-shua bar Yosef detto il Cristo e Yeshua figlio del Padre. Gesù sarebbe stato il messia spirituale, per questo odiato dai sacerdoti che lo fecero passare per un ribelle politico agli occhi dei romani, e Barabba, il messia politico, amato dal popolo, poiché considerato il liberatore del popolo d’Israele, e dai sacerdoti stessi, pericoloso invece per il potere romano. Barabba era probabilmente un combattente zelota, la setta nazionalista dei figli di Giuda il Galileo, dai romani chiamati “sicarii” o “latrones”, quindi i due ladroni crocifissi Gesta e Disma erano probabilmente suoi complici. Tralascio i commenti poco lusinghieri del prof. Ciavolino nei confronti di Voltaire e Nietzsche perché non è questa la sede ma ricordo al professore che si attribuisce a Voltaire la famosa frase: «Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo» . Concludo ringraziando ancora una volta il prof. Ciavolino e quanti hanno organizzato questa conferenza.
Aniello Clemente.
https://lateologia.wordpress.com/2016/03/24/2-sacra-sindone-relazione-del-prof-carlo-ciavolino/È sempre doveroso ringraziare chi si prodiga per diffondere cultura, di qualsiasi tipo, a maggior ragione quando il tema è di natura religiosa e, come nel nostro caso, di estremo interesse. Il mio grazie, quindi, alla dott.ssa Marinelli e al prof. Ciavolino per l’interessante conferenza tenuta martedì nella Cattedrale di Sorrento. Da teologo, però, devo puntualizzare piccole cose della relazione introduttiva. Il prof. Ciavolino, forse nella foga del discorso, identifica la “Maddalena” con l’adultera. Maria Maddalena era il nome di una donna proveniente da Magdala, una città sul lato occidentale del lago di Genezaret. Essa nei Vangeli è menzionata come pia seguace di Gesù, (Lc 8,2; Mc 16,9). Maria era presente sul calvario e poté assistere alla sepoltura del Maestro (Mt 27,55-61; Mc 15,40-47; Lc 23,49-55; Gv 19,25). Al mattino del primo giorno della settimana, recatasi al sepolcro, lo trovò vuoto, e secondo il racconto evangelico avrebbe avuto il privilegio di incontrare il Cristo risorto. Questa Maria apparteneva evidentemente a quel gruppo di donne che seguiva il Maestro e lo accompagnava durante le sue peregrinazioni; secondo la notizia di Luca, infatti, Gesù se ne andava per le città e i villaggi predicando ed annunciando il regno di Dio. Vi erano con lui i Dodici e anche alcune donne che erano state guarite da spiriti maligni e da infermità: Maria detta Maddalena, dalla quale erano usciti sette demoni, Giovanna moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre. Esse li servivano con i loro averi (Lc 8,1-3). Poi calca un po’ la mano nel descrivere in maniera pessima Pilato. Ponzio Pilato, rappresentante dell’impero romano nella Giudea dal 26 al 36, è divenuto celebre da sfidare i secoli solo perché un giorno davanti a lui comparve un modesto predicatore ebreo di nome Gesù di Nazareth. Con lui ebbe occasione di scambiare alcune battute, restandone un po’ incuriosito e un po’ sconcertato. Di quel dialogo noi oggi leggiamo un resoconto, illuminato dalla fede pasquale e tramandatoci dall’evangelista Giovanni. Da Matteo sappiamo che questo procuratore cercò di evitare la condanna a morte di Gesù, ma alla fine cedette alle pressioni della piazza di Gerusalemme. Su di lui si è scritto molto: c’è ad esempio un delizioso racconto della scrittrice francese Anatole France e un grosso studio di J. P. Lemonon, tutto dedicato a va-gliare i dati evangelici e profani concernenti il Pilato storico. Il quale, stando alle testimonianze degli storici Tacito e Giuseppe Flavio e del filosofo contemporaneo Filone, era un uomo duro, violento, ostile ai Giudei, sempre pronto a provocarli e a reprimerli. Alla fine un atto eccessivo di violenza militare nei confronti dei Samaritani gli costa il posto: il suo immediato superiore, il legato romano di Siria Vitellio, lo fece rimandare a Roma. Dimenticato dalla storia profana, egli ogni domenica viene ricordato nelle chiese di tutto il mondo quando i cristiani professano la loro fede: nel Credo, infatti, si ricorda che Gesù «Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato». Anzi, la tradizione popolare, memore della sua esitazione nel condannare Gesù, ha immagi-nato che morisse convertito alla fede di Cristo, apparso a lui e alla moglie Claudia Procla. Pilato è ricordato come martire dalla Chiesa copta e come santo dalla Chiesa etiope. Il professore a un certo punto dice che «Gesù è caduto tre volte» dimenticando che attinge alla pietà popolare e non ai Vangeli canonici. Quando parla di Barabba, si limita a dire che aveva lo stesso nome di Gesù. Ma c’è ben altro! Barabba non fu liberato a caso. Gesù Barabba o Barabba (aramaico Yeshua Bar-abbâ, letteralmente “Yeshua, figlio del padre”) era, secondo i quattro vangeli canonici, un ebreo appartenente probabilmente al partito degli zeloti, detenuto dai Romani a Gerusalemme assieme ad alcuni ribelli, negli stessi giorni della passione di Gesù detto il Cristo, il fondatore del cristianesimo. Egli venne liberato dalla folla che era stata chiamata ad esprimersi su chi rilasciare tra lui e Gesù di Nazareth. Il nome Barabban, tramandato dalla maggior parte dei manoscritti in greco dei vangeli, era in aramaico un patronimico: Bar-abbâ, “figlio del padre”. Potrebbe essere anche un patronimico vero e proprio: Bar-Abbas, “figlio di Abbas”, dato che Abba era un raro nome ebraico (un certo Abbas fu sacerdote all’epoca di Antigono II Asmoneo e si occupò dell’ossario del re di Giuda, alcuni anni dopo il 37 a.C.; potrebbe essere stato anche un parente stretto del Barabba biblico, se non suo padre, dato che non si conosce l’età di Barabba nel 30 d.C.). Abba significa “padre” in Aramaico, e nei Vangeli appare sia con traduzione, che non tradotto. Una traduzione di Bar-Abbas sarebbe figlio del padre. Gesù spesso si riferisce a Dio come “padre”, e l’uso di Gesù della parola aramaica Abba compare non tradotta in Marco 14,36. Ma perché il popolo scelse Barabba? Alcuni studiosi critici, come l’ateo Jean Meslier, hanno indivi-duato in Barabba una similitudine con i vari Messia politicizzati, come il più tardo Simon Bar Kokheba, pre-teso Re dei Giudei nel 135. Quindi ci sarebbero stati due “messia Gesù” seguiti dagli ebrei a quel tempo: Ye-shua bar Yosef detto il Cristo e Yeshua figlio del Padre. Gesù sarebbe stato il messia spirituale, per questo odiato dai sacerdoti che lo fecero passare per un ribelle politico agli occhi dei romani, e Barabba, il messia politico, amato dal popolo, poiché considerato il liberatore del popolo d’Israele, e dai sacerdoti stessi, pericoloso invece per il potere romano. Barabba era probabilmente un combattente zelota, la setta nazionalista dei figli di Giuda il Galileo, dai romani chiamati “sicarii” o “latrones”, quindi i due ladroni crocifissi Gesta e Disma erano probabilmente suoi complici. Tralascio i commenti poco lusinghieri del prof. Ciavolino nei confronti di Voltaire e Nietzsche perché non è questa la sede ma ricordo al professore che si attribuisce a Voltaire la famosa frase: «Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo» . Concludo ringraziando ancora una volta il prof. Ciavolino e quanti hanno organizzato questa conferenza.
Aniello Clemente.
2. Sacra Sindone: relazione del prof. Carlo Ciavolino.