Reina – scudetto al mio Napoli e poi mi ritiro

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Fu amore a prima vista: il tempo necessario per accorgersi che, al riparo di quelle spalle, si sarebbe avvertito un senso di protezione. Fu in un giorno, in un’ora e mezza, in un istante, nell’esperienza sensoriale dell’impatto, nella consapevolezza d’avere mani forti nelle quali adagiarsi. Ci sono storie, racchiuse nel pallone, che vanno oltre il calcio e quando Pepe Reina è arrivato a Napoli, s’è scatenata la fusione, ch’è diventata magìa, che ha plasmato un totem ad immagine e somiglianza d’una città che s’è specchiata in quell’uomo così grande e grosso, almeno quanto il proprio curriculum, ed a lui ha consegnato (simbolicamente, silenziosamente) un testamento: lasciarsi guidare. «E io sogno di chiudere la carriera solo dopo aver vinto lo scudetto qua».  
 
Reina, quando si dice un idolo. 
 
«Non so se sia vero, forse sì, però io sento l’affetto di Napoli e ciò è accaduto dal primo giorno. E’ stata empatia allo stato puro, immediata». 
 
Il capo carismatico d’una squadra, lasciando a Higuain l’autorevolezza tecnica e dunque «l’altra» leadership. 
 
«Stiamo parlando d’un calciatore, el Pipa, che è tra i primi cinque attaccanti al Mondo. Non soltanto giocatore straordinario, ma per noi – e per chiunque lo avesse – fondamentale. Il Napoli ha la fortuna di poterselo godere e ce lo godiamo». 
 
Ma Reina sente di aver più personalità o maggior talento? 
 
«Penso sia giusto che su questi argomenti si esprimano gli altri: di certo, credo che non mi manchi il carattere». 
 
Né i piedi, ma di quelli buoni. 
 
«Ho lavorato da giovane, al Barcellona, con Frans Hoek, il preparatore da sempre di Van Gaal. Mi ha tracciato la strada, perché intanto il calcio richiedeva anche altro ad un portiere». 
 
Però lei si rivedeva in… 
 
«Molina, che calciava in maniera divina». 
 
C’è un giochino che non le piace: fare le classifiche. 
 
«Perché c’è un’epoca per ognuno e poi i gusti sono soggettivi. Oggi si può riconoscere il più bravo del momento in Neuer o magari sempre e ancora in Buffon; e però c’è statoa un’epoca in cui a tanti piaceva Casillas, ma ne potremmo citare una marea: Cech, ad esempio; o Julio Cesar; o Van der Sar o Zubizarreta. Io li metterei tutti assieme, e c’è persino il rischio che ne abbia dimenticato qualcuno». 
 
Partiamo da lui, da Zubizarreta. 
 
«E’ stato il mio punto di riferimento, quando ho scelto di giocare in porta. Io ero tifoso del Barça, perché era impossibile non innamorarsi di quella squadra, del suo calcio, e poi quando ci sono arrivato ne sono rimasto ulteriormente affascinato». 
 
Il modernismo catalano… 
 
«La frontiera di un modo di avvicinarsi al football in maniera diversa. A me è così che piace: si vince in tanti modi, ma attraverso il bel gioco dà più soddisfazione». 
 
Sembra stia raccontando il suo Napoli. 
 
«Penso che chi ci veda giocare, e magari è spettatore neutrale, con noi si diverta tanto». 
 
La Juve ha un senso pratico maggiore, una potenza – anche cerebrale – che rappresenta la maturità di chi sa cosa vuole. 
 
«Siamo diversi, tutto qua. E c’è a chi sta bene un modo e a chi un altro. Anche sulle teorie, ad esempio su chi gioca meglio, si possono avere pareri discordanti: perché la Juventus non subisce quasi nulla, è difficile farle gol. Però magari noi offriamo uno spettacolo che appaga». 
 
Lo scudetto è legato ad un dettaglio. 
 
«Loro sono in vantaggio ed il destino è nelle mani della Juventus, non nelle nostre. Se le vincono tutte, è fatta. Però, per il momento, si può essere soltanto fieri di questo Napoli, che è a tre punti dai campioni d’Italia». 
 
Ha detto Sarri: quel gol di Zaza è stato difficile da digerire per un po’. 
 
«Magari a caldo, subito dopo, ha pesato parecchio. Erano quindici minuti che la partita era praticamente nostra; a loro stava bene il pareggio, almeno così pareva. Però abbiamo perso…». 
 
Ha fatto arrabbiare gli juventini, con quel tweet al gol di Thiago Alcantara. 
 
«Ma io sono sempre stato tifoso delle squadre nelle quali ho giocato: un anno fa esultavo quando il Napoli segnava; oggi lo faccio per il Bayern. Io sono amico dei miei amici, tutto qua». 
 
Ha giocato in Spagna, in Inghilterra, in Germania ed in Italia. 
 
«Sono un uomo che ha avuto tanto, ho avuto modo di vivere il calcio in tutte le sue espressioni e di conoscere culture diverse». 
 
Ha vinto tantissimo, praticamente ovunque, tranne che nel Villarreal… 
 
«Ehi, amigo (e sorride..), l’Intertoto vale». 
 
Vabbè, gliela passiamo. 
 
«M’è andata di lusso, però c’è qualcosa che mi manca: perché chi passa per Liverpool vorrebbe vincere la Premier. E mi sarebbe piaciuto un sacco farlo in quello stadio». 
 
Anfield è la Cattedrale del calcio? 
 
«Tanta roba: l’atmosfera all’ingresso in campo, le note di You’ll never walk alone, sono spinte emotive e devi essere grato al calcio per averti fatto vivere queste sensazioni. Io ci sono stato otto anni». 
 
Napoli l’ha «presa» subito. 
 
«E’ scoccata la scintilla in maniera istantanea. Lo è stato per me e per la mia famiglia, qui ci siamo inseriti senza alcun problema. Forse perché sono passionali come noi, non so cosa dirle. So per certo che dal primo giorno chiunque, e dico chiunque, s’è spinto a mostrarmi affetto, a darmi qualcosa. Io adoro Napoli». 
 
Lei immagina se un bel giorno, all’improvviso. 
 
«Io non oso immaginare. Perché potrebbe succedere di tutto, magari erutta di nuovo il Vesuvio». 
 
Reina ha un desiderio? 
 
«Io credo, spero, anzi ne sono quasi certo, che la mia carriera finirà qua, e lo dico anche in presenza dei dati anagrafici. Ma prima che ciò accada, dovrò vincere lo scudetto con questa maglia e per questa gente. Sarebbe il nostro orgoglio, di tutti quelli che sono in questo Napoli, realizzare questa impresa». 
 
Si può fare, adesso? 
 
«E’ scocciante lanciarsi nelle previsioni e provare con le percentuali non ha senso. Si vive alla giornata, proviamo a restare quelli che siamo, a giocare come sappiamo, poi si vedrà chi sarà stato più bravo». 
 
A proposito, ha deciso quando smettere? 
 
«Sto benissimo, magari va a finire che starò sempre meglio e dunque non si può azzardare una data. Ma nel momento in cui, prima delle partite, non vedrò le farfalle dinnanzi agli occhi, allora vuol dire che sarà arrivato il momento. Devo sentire che il fisico e soprattutto la testa abbiano i riflessi attuali». 
 
E Reina fuori dai pali cosa farà? 
 
«L’allenatore, o il preparatore dei portieri. Ma penso che mi piacerà provare da tecnico». 
 
Perdoni la banalità: sedendo sulla panchina del Napoli. 
 
«Quella è di Sarri ed io uno come lui me lo tengo qua stretto a lungo». 
 
Citi Reina e pensi a Benitez. 
 
«Giusto che sia così. Rafa mi ha insegnato talmente tanto, non solo come allenatore, che avrà sempre la mia gratitudine. E poi mi ha voluto con sé a Liverpool ed a Napoli, mi ha trascinato in queste due esperienze meravigliose. Non è stato solo un rapporto professionale, tra di noi. Persona straordinaria». 
 
A chi somiglierà come allenatore? 
 
«Non ne ho idea. So che preferisco il bel gioco. Adesso ho ancora la testa da portiere, quella sarà una fase, eventualmente, successiva. Ho ancora parecchio da dare al Napoli, a questo club nel quale ci sto benissimo» 
 
Le attribuiscono una scelta di vita: quella di restare a vivere qua. 
 
«Può darsi ma non è una condizione semplice. Dipenderà da vari fattori: la Spagna, che ci manca, la famiglia, il lavoro. Poi i ragazzi cresceranno». 
 
Intanto a casa è in netta minoranza: quattro donne. 
 
«Ed un maschio, Thiago, che mi prende in giro. L’altra sera ha voluto giocare e mi ha detto: io sono Rafael, che dici? Sta crescendo da scugnizzo, ha la cazzimma». 
 
La dinastia continua. 
 
«Papà è stato contagioso per me. Thiago non so cosa vorrà fare da grande: perché lui adesso impazzisce per el Pipita». 
 
Non si sbilancerà in tabelle, non si perderà in calcoli, ma si può dire che la Juventus ed il Napoli siano le più forti di questo campionato? 
 
«Lo dice la classifica». 
 
Si può anche aggiungere che il Reina di adesso… 
 
«Se vuol dire che sono vecchio, la fermo: sono diverso rispetto a dodici anni fa. E adesso ho molte qualità in più». 

 

Fonte:corrieredellosport

Fu amore a prima vista: il tempo necessario per accorgersi che, al riparo di quelle spalle, si sarebbe avvertito un senso di protezione. Fu in un giorno, in un’ora e mezza, in un istante, nell’esperienza sensoriale dell’impatto, nella consapevolezza d’avere mani forti nelle quali adagiarsi. Ci sono storie, racchiuse nel pallone, che vanno oltre il calcio e quando Pepe Reina è arrivato a Napoli, s’è scatenata la fusione, ch’è diventata magìa, che ha plasmato un totem ad immagine e somiglianza d’una città che s’è specchiata in quell’uomo così grande e grosso, almeno quanto il proprio curriculum, ed a lui ha consegnato (simbolicamente, silenziosamente) un testamento: lasciarsi guidare. «E io sogno di chiudere la carriera solo dopo aver vinto lo scudetto qua».  
 
Reina, quando si dice un idolo. 
 
«Non so se sia vero, forse sì, però io sento l’affetto di Napoli e ciò è accaduto dal primo giorno. E’ stata empatia allo stato puro, immediata». 
 
Il capo carismatico d’una squadra, lasciando a Higuain l’autorevolezza tecnica e dunque «l’altra» leadership. 
 
«Stiamo parlando d’un calciatore, el Pipa, che è tra i primi cinque attaccanti al Mondo. Non soltanto giocatore straordinario, ma per noi – e per chiunque lo avesse – fondamentale. Il Napoli ha la fortuna di poterselo godere e ce lo godiamo». 
 
Ma Reina sente di aver più personalità o maggior talento? 
 
«Penso sia giusto che su questi argomenti si esprimano gli altri: di certo, credo che non mi manchi il carattere». 
 
Né i piedi, ma di quelli buoni. 
 
«Ho lavorato da giovane, al Barcellona, con Frans Hoek, il preparatore da sempre di Van Gaal. Mi ha tracciato la strada, perché intanto il calcio richiedeva anche altro ad un portiere». 
 
Però lei si rivedeva in… 
 
«Molina, che calciava in maniera divina». 
 
C’è un giochino che non le piace: fare le classifiche. 
 
«Perché c’è un’epoca per ognuno e poi i gusti sono soggettivi. Oggi si può riconoscere il più bravo del momento in Neuer o magari sempre e ancora in Buffon; e però c’è statoa un’epoca in cui a tanti piaceva Casillas, ma ne potremmo citare una marea: Cech, ad esempio; o Julio Cesar; o Van der Sar o Zubizarreta. Io li metterei tutti assieme, e c’è persino il rischio che ne abbia dimenticato qualcuno». 
 
Partiamo da lui, da Zubizarreta. 
 
«E’ stato il mio punto di riferimento, quando ho scelto di giocare in porta. Io ero tifoso del Barça, perché era impossibile non innamorarsi di quella squadra, del suo calcio, e poi quando ci sono arrivato ne sono rimasto ulteriormente affascinato». 
 
Il modernismo catalano… 
 
«La frontiera di un modo di avvicinarsi al football in maniera diversa. A me è così che piace: si vince in tanti modi, ma attraverso il bel gioco dà più soddisfazione». 
 
Sembra stia raccontando il suo Napoli. 
 
«Penso che chi ci veda giocare, e magari è spettatore neutrale, con noi si diverta tanto». 
 
La Juve ha un senso pratico maggiore, una potenza – anche cerebrale – che rappresenta la maturità di chi sa cosa vuole. 
 
«Siamo diversi, tutto qua. E c’è a chi sta bene un modo e a chi un altro. Anche sulle teorie, ad esempio su chi gioca meglio, si possono avere pareri discordanti: perché la Juventus non subisce quasi nulla, è difficile farle gol. Però magari noi offriamo uno spettacolo che appaga». 
 
Lo scudetto è legato ad un dettaglio. 
 
«Loro sono in vantaggio ed il destino è nelle mani della Juventus, non nelle nostre. Se le vincono tutte, è fatta. Però, per il momento, si può essere soltanto fieri di questo Napoli, che è a tre punti dai campioni d’Italia». 
 
Ha detto Sarri: quel gol di Zaza è stato difficile da digerire per un po’. 
 
«Magari a caldo, subito dopo, ha pesato parecchio. Erano quindici minuti che la partita era praticamente nostra; a loro stava bene il pareggio, almeno così pareva. Però abbiamo perso…». 
 
Ha fatto arrabbiare gli juventini, con quel tweet al gol di Thiago Alcantara. 
 
«Ma io sono sempre stato tifoso delle squadre nelle quali ho giocato: un anno fa esultavo quando il Napoli segnava; oggi lo faccio per il Bayern. Io sono amico dei miei amici, tutto qua». 
 
Ha giocato in Spagna, in Inghilterra, in Germania ed in Italia. 
 
«Sono un uomo che ha avuto tanto, ho avuto modo di vivere il calcio in tutte le sue espressioni e di conoscere culture diverse». 
 
Ha vinto tantissimo, praticamente ovunque, tranne che nel Villarreal… 
 
«Ehi, amigo (e sorride..), l’Intertoto vale». 
 
Vabbè, gliela passiamo. 
 
«M’è andata di lusso, però c’è qualcosa che mi manca: perché chi passa per Liverpool vorrebbe vincere la Premier. E mi sarebbe piaciuto un sacco farlo in quello stadio». 
 
Anfield è la Cattedrale del calcio? 
 
«Tanta roba: l’atmosfera all’ingresso in campo, le note di You’ll never walk alone, sono spinte emotive e devi essere grato al calcio per averti fatto vivere queste sensazioni. Io ci sono stato otto anni». 
 
Napoli l’ha «presa» subito. 
 
«E’ scoccata la scintilla in maniera istantanea. Lo è stato per me e per la mia famiglia, qui ci siamo inseriti senza alcun problema. Forse perché sono passionali come noi, non so cosa dirle. So per certo che dal primo giorno chiunque, e dico chiunque, s’è spinto a mostrarmi affetto, a darmi qualcosa. Io adoro Napoli». 
 
Lei immagina se un bel giorno, all’improvviso. 
 
«Io non oso immaginare. Perché potrebbe succedere di tutto, magari erutta di nuovo il Vesuvio». 
 
Reina ha un desiderio? 
 
«Io credo, spero, anzi ne sono quasi certo, che la mia carriera finirà qua, e lo dico anche in presenza dei dati anagrafici. Ma prima che ciò accada, dovrò vincere lo scudetto con questa maglia e per questa gente. Sarebbe il nostro orgoglio, di tutti quelli che sono in questo Napoli, realizzare questa impresa». 
 
Si può fare, adesso? 
 
«E’ scocciante lanciarsi nelle previsioni e provare con le percentuali non ha senso. Si vive alla giornata, proviamo a restare quelli che siamo, a giocare come sappiamo, poi si vedrà chi sarà stato più bravo». 
 
A proposito, ha deciso quando smettere? 
 
«Sto benissimo, magari va a finire che starò sempre meglio e dunque non si può azzardare una data. Ma nel momento in cui, prima delle partite, non vedrò le farfalle dinnanzi agli occhi, allora vuol dire che sarà arrivato il momento. Devo sentire che il fisico e soprattutto la testa abbiano i riflessi attuali». 
 
E Reina fuori dai pali cosa farà? 
 
«L’allenatore, o il preparatore dei portieri. Ma penso che mi piacerà provare da tecnico». 
 
Perdoni la banalità: sedendo sulla panchina del Napoli. 
 
«Quella è di Sarri ed io uno come lui me lo tengo qua stretto a lungo». 
 
Citi Reina e pensi a Benitez. 
 
«Giusto che sia così. Rafa mi ha insegnato talmente tanto, non solo come allenatore, che avrà sempre la mia gratitudine. E poi mi ha voluto con sé a Liverpool ed a Napoli, mi ha trascinato in queste due esperienze meravigliose. Non è stato solo un rapporto professionale, tra di noi. Persona straordinaria». 
 
A chi somiglierà come allenatore? 
 
«Non ne ho idea. So che preferisco il bel gioco. Adesso ho ancora la testa da portiere, quella sarà una fase, eventualmente, successiva. Ho ancora parecchio da dare al Napoli, a questo club nel quale ci sto benissimo» 
 
Le attribuiscono una scelta di vita: quella di restare a vivere qua. 
 
«Può darsi ma non è una condizione semplice. Dipenderà da vari fattori: la Spagna, che ci manca, la famiglia, il lavoro. Poi i ragazzi cresceranno». 
 
Intanto a casa è in netta minoranza: quattro donne. 
 
«Ed un maschio, Thiago, che mi prende in giro. L’altra sera ha voluto giocare e mi ha detto: io sono Rafael, che dici? Sta crescendo da scugnizzo, ha la cazzimma». 
 
La dinastia continua. 
 
«Papà è stato contagioso per me. Thiago non so cosa vorrà fare da grande: perché lui adesso impazzisce per el Pipita». 
 
Non si sbilancerà in tabelle, non si perderà in calcoli, ma si può dire che la Juventus ed il Napoli siano le più forti di questo campionato? 
 
«Lo dice la classifica». 
 
Si può anche aggiungere che il Reina di adesso… 
 
«Se vuol dire che sono vecchio, la fermo: sono diverso rispetto a dodici anni fa. E adesso ho molte qualità in più». 

 

Fonte:corrieredellosport

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