Pompei. Rivivono i giardini di 2000 anni fa. Riaperte 5 case, ricostruiti orti e frutteti con analisi dei semi ritrovati

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Pompei. Nella città antica le domus non bastano più. Il nuove confine dell’archeologia è ricostruire gli ambienti. Occorre ora, oltre a mura e affreschi, sentire gli odori, guardare l’ornamento ricercato delle piante, la sistemazione degli alberi, il disegno dei pergolati, i confini delle aiuole segnate con amorini e puttini. Ascoltare lo scroscio dell’acqua nelle fontane e tornare all’improvviso a duemila anni fa, pochi giorni prima che il Vesuvio seppellisse tutto con cenere e lava. Da ieri questo è possibile a Pompei in 5 domus che tornano visitabili dopo anni di chiusura. Ciò che è stato trovato nei loro giardini, chiamati scientificamente «residuati organici», ha dato vita ad un’altra mostra nella piramide di legno realizzata da Francesco Venezia sul terreno dell’Anfiteatro. In realtà si tratta di sementi, noci, melograni, fichi, fieno e tanto altro ancora. Reperti conservati magnificamente e che stupiscono il visitatore. E’ l’evento «Mito e natura» aperto fino al 15 giugno in contemporanea con il museo Archeologico di Napoli (qui chiuderà a settembre). Continua così il percorso di rinascita degli Scavi sulla linea del Grande progetto. Con uno sforzo nuovo e fino a poco tempo fa impossibile: ricostruire i giardini e le aiuole con le stesse piante, disposte allo stesso modo di duemila anni fa. E’ un altro dono che ci ha lasciato la lava del Vesuvio. «E’ stato possibile scavare nei giardini e trovare – spiega l’archeologa Grete Stefani – residui organici delle piante. Così con l’analisi pollinica sappiamo con precisione dove fossero e soprattutto di cosa si trattasse». Così non solo affreschi, oggetti preziosi, statue, terrecotte e vasi raccontano la percezione della natura nel modo greco e romano ai tempi di Plinio il Vecchio, ma la natura stessa. Spiega il soprintendente Massimo Osanna: «L’aspetto dei giardini che vogliamo offrire ai visitatori è un’interpretazione dei luoghi per come essi dovevano essere all’epoca della loro realizzazione». Comporre il verde di casa era una vera arte, in stretto dialogo con le pareti affrescate e gli oggetti che arredavano gli ambienti. Lo si scopre visitando le cinque domus aperte ieri: Praedia di Iulia Felix e le case della Venere in conchiglia, Marco Lucrezio, Octavius Quartius, del Frutteto. Il tempo non è trascorso. «Siamo riusciti – continua Stefani – in un miracolo: conservare per duemila anni ciò che era stato creato per durare solo pochi lustri». Ed è vero. Basta guardare gli affreschi tornati a nuova vita della Casa della Venere in conchiglia, la dea era la protettrice degli antichi pompeiani. Chi li ha dipinti non avrebbe mai potuto immaginare che quei colori sarebbero stati apprezzati ancora nel 2016. Meravigliosa la grande porta della domus di Octavius con le borchie originali in bronzo. E’ questa l’unica dimora di cui sappiamo con precisione il nome del proprietario, perché dentro vi è stato trovato il suo sigillo. Qui, oltre al portico, alle aiuole, ai vialetti vi sono anche due bellissimi affreschi che rappresentano la storia di Diana e Atteone. La dea si bagna in un ruscello e lo sfortunato pastore la osserva. Ma non si può guardare una dea nuda, così viene trasformato in un animale da preda e divorato dai suoi stessi cani. Anche la Casa del Frutteto o dei cubicoli, aperta dopo quasi quarant’anni, mostra le sue meraviglie con le camere su cui sono stati affrescati i giardini che erano lì innanzi e tutte le specie vegetali che annoveravano, compreso un bellissimo giglio. Ancora più stupefacente il giardino di Giulia Felice che con giochi d’acqua, vasche, tubi riscaldati, potrebbe essere paragonato a una moderna spa all’aperto. E possiamo immaginare, chiudendo gli occhi, gli schiavi e le schiave addette alla cura del corpo dei loro signori, con massaggi, unguenti e profumi. In un giardino ricreato in ogni minimo particolare. Quello mostrato ieri è il primo grande esempio di archeologia botanica. Unico al mondo ciò che si può osservare nella piramide nell’esposizione «Natura morta» che fa aumentare di un euro il biglietto d’ingresso agli Scavi fino al 15 giugno. Affreschi di nature morte provenienti dall’Archeologico di Napoli (tornati però a casa) e «residui organici» trovati nelle aiuole e nei giardini. C’è di tutto: datteri, fagioli, farro, grano, noci, limoni e pezzi di pane. Alcuni – nel caso delle noci – conservati perfettamente. «Sono tesori preziosissimi e siamo felici del lavoro fatto», ha detto il soprintendente Osanna, presentando il generale Luigi Curatoli neo direttore dei lavori del «Grande progetto Pompei». Sì il lavoro fatto è meraviglioso perché meraviglioso è ciò che viene offerto al visitatore. Il problema è proseguire nello sforzo e fare in modo che tutte le domus fino ad ora inaugurate restino aperte sempre, malgrado la carenza di custodi e di personale. Strano ma è così: un tesoro come Pompei non crea occupazione. Mentre molte delle imprese impiegate non sono campane, dalla biglietteria ai cantieri del restauro. (Vincenzo Esposito – Corriere del Mezzogiorno) 

Pompei. Nella città antica le domus non bastano più. Il nuove confine dell’archeologia è ricostruire gli ambienti. Occorre ora, oltre a mura e affreschi, sentire gli odori, guardare l’ornamento ricercato delle piante, la sistemazione degli alberi, il disegno dei pergolati, i confini delle aiuole segnate con amorini e puttini. Ascoltare lo scroscio dell’acqua nelle fontane e tornare all’improvviso a duemila anni fa, pochi giorni prima che il Vesuvio seppellisse tutto con cenere e lava. Da ieri questo è possibile a Pompei in 5 domus che tornano visitabili dopo anni di chiusura. Ciò che è stato trovato nei loro giardini, chiamati scientificamente «residuati organici», ha dato vita ad un’altra mostra nella piramide di legno realizzata da Francesco Venezia sul terreno dell’Anfiteatro. In realtà si tratta di sementi, noci, melograni, fichi, fieno e tanto altro ancora. Reperti conservati magnificamente e che stupiscono il visitatore. E’ l’evento «Mito e natura» aperto fino al 15 giugno in contemporanea con il museo Archeologico di Napoli (qui chiuderà a settembre). Continua così il percorso di rinascita degli Scavi sulla linea del Grande progetto. Con uno sforzo nuovo e fino a poco tempo fa impossibile: ricostruire i giardini e le aiuole con le stesse piante, disposte allo stesso modo di duemila anni fa. E’ un altro dono che ci ha lasciato la lava del Vesuvio. «E’ stato possibile scavare nei giardini e trovare – spiega l’archeologa Grete Stefani – residui organici delle piante. Così con l’analisi pollinica sappiamo con precisione dove fossero e soprattutto di cosa si trattasse». Così non solo affreschi, oggetti preziosi, statue, terrecotte e vasi raccontano la percezione della natura nel modo greco e romano ai tempi di Plinio il Vecchio, ma la natura stessa. Spiega il soprintendente Massimo Osanna: «L’aspetto dei giardini che vogliamo offrire ai visitatori è un’interpretazione dei luoghi per come essi dovevano essere all’epoca della loro realizzazione». Comporre il verde di casa era una vera arte, in stretto dialogo con le pareti affrescate e gli oggetti che arredavano gli ambienti. Lo si scopre visitando le cinque domus aperte ieri: Praedia di Iulia Felix e le case della Venere in conchiglia, Marco Lucrezio, Octavius Quartius, del Frutteto. Il tempo non è trascorso. «Siamo riusciti – continua Stefani – in un miracolo: conservare per duemila anni ciò che era stato creato per durare solo pochi lustri». Ed è vero. Basta guardare gli affreschi tornati a nuova vita della Casa della Venere in conchiglia, la dea era la protettrice degli antichi pompeiani. Chi li ha dipinti non avrebbe mai potuto immaginare che quei colori sarebbero stati apprezzati ancora nel 2016. Meravigliosa la grande porta della domus di Octavius con le borchie originali in bronzo. E’ questa l’unica dimora di cui sappiamo con precisione il nome del proprietario, perché dentro vi è stato trovato il suo sigillo. Qui, oltre al portico, alle aiuole, ai vialetti vi sono anche due bellissimi affreschi che rappresentano la storia di Diana e Atteone. La dea si bagna in un ruscello e lo sfortunato pastore la osserva. Ma non si può guardare una dea nuda, così viene trasformato in un animale da preda e divorato dai suoi stessi cani. Anche la Casa del Frutteto o dei cubicoli, aperta dopo quasi quarant’anni, mostra le sue meraviglie con le camere su cui sono stati affrescati i giardini che erano lì innanzi e tutte le specie vegetali che annoveravano, compreso un bellissimo giglio. Ancora più stupefacente il giardino di Giulia Felice che con giochi d’acqua, vasche, tubi riscaldati, potrebbe essere paragonato a una moderna spa all’aperto. E possiamo immaginare, chiudendo gli occhi, gli schiavi e le schiave addette alla cura del corpo dei loro signori, con massaggi, unguenti e profumi. In un giardino ricreato in ogni minimo particolare. Quello mostrato ieri è il primo grande esempio di archeologia botanica. Unico al mondo ciò che si può osservare nella piramide nell’esposizione «Natura morta» che fa aumentare di un euro il biglietto d’ingresso agli Scavi fino al 15 giugno. Affreschi di nature morte provenienti dall’Archeologico di Napoli (tornati però a casa) e «residui organici» trovati nelle aiuole e nei giardini. C’è di tutto: datteri, fagioli, farro, grano, noci, limoni e pezzi di pane. Alcuni – nel caso delle noci – conservati perfettamente. «Sono tesori preziosissimi e siamo felici del lavoro fatto», ha detto il soprintendente Osanna, presentando il generale Luigi Curatoli neo direttore dei lavori del «Grande progetto Pompei». Sì il lavoro fatto è meraviglioso perché meraviglioso è ciò che viene offerto al visitatore. Il problema è proseguire nello sforzo e fare in modo che tutte le domus fino ad ora inaugurate restino aperte sempre, malgrado la carenza di custodi e di personale. Strano ma è così: un tesoro come Pompei non crea occupazione. Mentre molte delle imprese impiegate non sono campane, dalla biglietteria ai cantieri del restauro. (Vincenzo Esposito – Corriere del Mezzogiorno) 

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