Sorrento 2. Stabat Mater… grazie Salvatore

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Dal Eja mater, il testo si trasforma in una sorta di partecipazione emotiva, di preghiera, così chiu-devo il precedente articolo e così hai confermato, caro Salvatore, ringraziandoci e salutandoci a fine concerto, confortato, in questo, anche dalle parole del nostro amato Arcivescovo. D’altronde anche la presenza di don Carmine e don Luigi confermavano che non era solo una serata di sano diletto e i lunghi applausi e la chiamata alla ribalta del direttore, del soprano e l’omaggio tributato all’Orchestra hanno significato l’attenta e commossa partecipazione del folto pubblico accorso. Avrei desiderato ringraziarti portando il mio contributo di teologo ma ho preferito lasciare a questo articolo il mio grazie per non turbare la magica atmosfera creatasi. Atmosfera che attinge dalla nebbia del passato la sua aurea di mistero e che la pietà religiosa ha saputo custodire. Forse Maria non poteva stare «iuxta Crucem lacriomosa» visto che i Sinottici non lo dicono, e Giovanni vuole, raccontando l’episodio, significare la nascente comunità. D’altronde era un’esecuzione romana e difficilmente si poteva accede al luogo del patibolo. Forse Jacopo (l’accrescitivo one fu aggiunto da lui stesso per mortificarsi il più possibile) non ha scritto lo Stabat Mater ma di sicuro quando vide la moglie (Vanna, figlia di Bernardino di Guidone, conte di Coldimezzo) che secondo la leggenda, morì l’anno seguente durante una festa da ballo, per il crollo di un pavimento: dopo che sul corpo della moglie fu trovato un cilicio che essa indossava anche nelle occasioni mondane, abbandonò la vita mondana e, distribuiti ai poveri i propri averi, peregrinò per dieci anni vivendo di elemosina e subendo continue umiliazioni, assumendo il nome con cui poi sarà universalmente conosciuto. Forse Boccherini attinse dal Pergolesi, ma di sicuro a questo ventiseienne in fin di vita fu commissionato un nuovo Stabat Mater – che doveva sostituire il precedente di Alessandro Scarlatti. Il musicista, che sarebbe morto di lì a breve per tisi, terminò la composizione del brano mentre si trovava a vivere i suoi ultimi giorni nel convento dei cappuccini di Pozzuoli. La quaresima si avvicinava, e le scadenze si facevano incombenti. Ma c’era di più: lo Stabat Mater viene da sempre considerato il testamento spirituale di Pergolesi, ed un testamento non si lascia incompleto. Caro Salvatore hai detto di esserti commosso, e noi con te, e dobbiamo esserne fieri: lo Stabat del Pergolesi ebbe subito fama, al punto che il grande Bach decise di farsene una copia propria, un successo che commosse il mondo, come se da quella piccola celletta la musica del compositore jesino riuscisse a parlare a tutti e si dice che Rossini non riuscisse a suonarlo senza piangere. Quella che abbiamo ascoltato è una musica non pretenziosa, si direbbe umile, dove sono eliminati ogni sorta di virtuosismo esteriore fine a sé stesso ed ogni sorta di artificio superfluo ed inutile. Dobbiamo ringraziare la scelta per lo Stabat del 1781: tutto sorregge il canto, e già dall’introduzione si delinea un clima commovente e malinconico, la musica prende vita, forma, diventa arte altissima e sembra quasi di scorgere il volto in lacrime della Madonna davanti al Cristo. Hai detto bene, ricordando la destinazione “agostiniana” dell’Arciconfraternita: «chi canta prega due volta» , ma non dimentichiamoci che un’altra madre dolorosa: Santa Monica, che come tante mamme presenti in sala o nelle tendopoli che costellano il nostro Mediterraneo, piangeva, implorava, pregava, per il bene di suo figlio!
Sforziamoci affinché non ci siano più nel mondo “madri dolorose sotto le croci dei figli”.
Salvatore a te e all’Arciconfraternita il nostro affettuoso grazie. Aniello Clemente.
https://lateologia.wordpress.com/2016/03/15/stabat-mater-un-grazie-al-priore-salvatore-russo/Dal Eja mater, il testo si trasforma in una sorta di partecipazione emotiva, di preghiera, così chiu-devo il precedente articolo e così hai confermato, caro Salvatore, ringraziandoci e salutandoci a fine concerto, confortato, in questo, anche dalle parole del nostro amato Arcivescovo. D’altronde anche la presenza di don Carmine e don Luigi confermavano che non era solo una serata di sano diletto e i lunghi applausi e la chiamata alla ribalta del direttore, del soprano e l’omaggio tributato all’Orchestra hanno significato l’attenta e commossa partecipazione del folto pubblico accorso. Avrei desiderato ringraziarti portando il mio contributo di teologo ma ho preferito lasciare a questo articolo il mio grazie per non turbare la magica atmosfera creatasi. Atmosfera che attinge dalla nebbia del passato la sua aurea di mistero e che la pietà religiosa ha saputo custodire. Forse Maria non poteva stare «iuxta Crucem lacriomosa» visto che i Sinottici non lo dicono, e Giovanni vuole, raccontando l’episodio, significare la nascente comunità. D’altronde era un’esecuzione romana e difficilmente si poteva accede al luogo del patibolo. Forse Jacopo (l’accrescitivo one fu aggiunto da lui stesso per mortificarsi il più possibile) non ha scritto lo Stabat Mater ma di sicuro quando vide la moglie (Vanna, figlia di Bernardino di Guidone, conte di Coldimezzo) che secondo la leggenda, morì l’anno seguente durante una festa da ballo, per il crollo di un pavimento: dopo che sul corpo della moglie fu trovato un cilicio che essa indossava anche nelle occasioni mondane, abbandonò la vita mondana e, distribuiti ai poveri i propri averi, peregrinò per dieci anni vivendo di elemosina e subendo continue umiliazioni, assumendo il nome con cui poi sarà universalmente conosciuto. Forse Boccherini attinse dal Pergolesi, ma di sicuro a questo ventiseienne in fin di vita fu commissionato un nuovo Stabat Mater – che doveva sostituire il precedente di Alessandro Scarlatti. Il musicista, che sarebbe morto di lì a breve per tisi, terminò la composizione del brano mentre si trovava a vivere i suoi ultimi giorni nel convento dei cappuccini di Pozzuoli. La quaresima si avvicinava, e le scadenze si facevano incombenti. Ma c’era di più: lo Stabat Mater viene da sempre considerato il testamento spirituale di Pergolesi, ed un testamento non si lascia incompleto. Caro Salvatore hai detto di esserti commosso, e noi con te, e dobbiamo esserne fieri: lo Stabat del Pergolesi ebbe subito fama, al punto che il grande Bach decise di farsene una copia propria, un successo che commosse il mondo, come se da quella piccola celletta la musica del compositore jesino riuscisse a parlare a tutti e si dice che Rossini non riuscisse a suonarlo senza piangere. Quella che abbiamo ascoltato è una musica non pretenziosa, si direbbe umile, dove sono eliminati ogni sorta di virtuosismo esteriore fine a sé stesso ed ogni sorta di artificio superfluo ed inutile. Dobbiamo ringraziare la scelta per lo Stabat del 1781: tutto sorregge il canto, e già dall’introduzione si delinea un clima commovente e malinconico, la musica prende vita, forma, diventa arte altissima e sembra quasi di scorgere il volto in lacrime della Madonna davanti al Cristo. Hai detto bene, ricordando la destinazione “agostiniana” dell’Arciconfraternita: «chi canta prega due volta» , ma non dimentichiamoci che un’altra madre dolorosa: Santa Monica, che come tante mamme presenti in sala o nelle tendopoli che costellano il nostro Mediterraneo, piangeva, implorava, pregava, per il bene di suo figlio!
Sforziamoci affinché non ci siano più nel mondo “madri dolorose sotto le croci dei figli”.
Salvatore a te e all’Arciconfraternita il nostro affettuoso grazie. Aniello Clemente.
Stabat Mater… Un grazie al priore Salvatore Russo