L’EREDITA’ DELLA MEDITERRANEITA’ DELLE DONNE DEL SUD: NOTE A MARGINE DELLA FESTA DELL’OTTO MARZO

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Non mi è mai piaciuta e l’ho sempre  rimossa con fastidio la “favola” delle nostre origini nella cornice gioiosa del Paradiso Terrestre, visto e mitizzato  come l’Eden perduto per quel triangolo trasgressivo Adamo-Eva –demonio tentatore con la  complicità di una mela  a sollecitare e solleticare tutti i sensi:la vista nella luminosità del colore, il tatto nella levigatezza della rotondità, il gusto nella pastosità della polpa, l’udito nel lieve fruscìo del dondolo a carezza di vento, l’olfatto nella intensa pregnanza del  profumo. Io che, da buon pestano della kora, ho  recuperato, esaltato ed affinato la  mia grecità nel rigore degli studi,ostento, con legittimo orgoglio, una visione laica e sanamente pagana della vita. E, pertanto, mi  convince e, comunque, mi  è più congeniale il “mito” narrato da Platone nel suo straordinario “Simposio”, per bocca della ispirata sacerdotessa  Diotima :Giove spaccò  in due con un colpo d’accetta l’uomo primigenio ermafrodite ed autosufficiente nella sua rotondità di giara e ne fece due entità, due metà, che, da allora, con reciproco sottile gioco di seduzione, si cercano e si rincorrono, monade impazzite nell’universo immenso dell’amore, a recuperare l’unità perduta. Qui, di sicuro, c’è assoluta parità di condizioni nella non facile gara di sanare la lacerazione della duplicità  nell’uno dell’amore.

E nel giorno dell’orgoglio femminile, senza nulla togliere alle battaglie per le legittime rivendicazioni agitate nella bandiera d’oro della mimosa che ostenta grappoli di sole e, pur caricandosi di lotta, esplode in tenera carezza a gare di velluto, mi piacerebbe che le donne della mia terra/e  del cuore (Cilento e Costa d’Amalfi), con la mediterraneità  nelle lame degli occhi, nella luminosità del sorriso, nella carnalità delle forme. si riappropriassero della identità delle nobili ascendenze greche. A prestare orecchio, mente e cuore a storie e miti delle origini, la donna si materializza nella prismaticità della sua personalità:strega/sirena, dea e madonna…..Alla foce del  Sele  approdò Giasone con il prezioso carico del vello d’oro, perseguitato  dal rimorso/incubo di Medea accattivante nell’arte del sedurre e travolgente nella generosa passionalità dell’amore quanto perfida e lucidamente spietata nella trama macabra della vendetta. Più giù, sullo scoglio bianco di  Licosa, il mare canta a nenia di risacca o grida nell’ira dei marosi l’offesa della sirena gabbata ed umiliata da Ulisse. nudo di iodio e sale, crocifisso all’albero maestro della sofferenza ma indenne e vincitore alla dolce dannazione della seduzione. A chiusura del  Golfo, Palinuro, nelle notti di plenilunio, reitera il suo sogno  di amore negato nel ricamo di trina di un effimero velo di sposa di schiuma sul sepolcro di pietra di Camerota, ninfa tanto bella quanto impassibile ed insensibile alle profferte d’amore dell’incauto amante. Nella pianura, che fu approdo degli Achei  con il pietoso carico del pantheon di lari e dei, Era Argiva, che fu, poi, Cerere e Cibele, testimonia con templi  maestosi  metope votive e pitture  vascolari la mitizzazione della donna/dea pronuba di fecondità. Sulla collina del Calpazio, dalla cattedrale/santuario la mano di una Madonna espone, dalla prigionia di una nicchia, un “granato” esploso nel riso della maturazione. E i chicchi (rosso,rosa, viola con striature  di bianchiccio) reiterano il miracolo perenne della vita. E quei colori adombrano la ciclica ferita del mestruo  che fu demonizzato a stigma di lordura e di peccato e dose  di intrugli di megere /fattucchiere nel medioevo della ignoranza e della superstizione, e  si nobilitano e si esaltano nel rito  della fecondità, che vede la donna, oggi  come ieri, dea e madonna della procreazione e della perennità della specie.

E dalle pagine della storia dei nostri Padri emergono e brillano di luce eterna  Saffo, “la dolce”, libera nel libero amore nella complice familiarità del tiaso a slancio di volo alto della poesia, Teano la pitagorica, che esercitò rigore di ricerca, Gorgo la spartana, vestale dell’eunomia e del buon governo, Aspasia che rese grande l’Atene di Pericle, Lisistrata la sacerdotessa, che esercitò con equilibrio e lungimiranza il suo magistero a vita, una sorta di papa ante litteram al femminile, Neera l a cortigiana, colta e raffinata nell’arte del sedurre quanto nell’abilità di conversare, padrona di tutte le arti ecc, ecc., Se, poi, facciamo riferimento all’Odissea, il più grande ed insuperato poema romanzo di tutti i tempi, la donna è coprotagonista/simbolo  delle stagioni della vita e dell’amore: Nausica , la ragazza stupita  e trepida ai primi fremiti del cuore, Calipso che si macera nelle sospirose sdolcinature del sentimento,.le sirene maestre nell’arte del sedurre con la sinuosità ambigua del corpo e la malia del canto, Circe vorace nella carnalità della passione, Penelope prigioniera della incrollabile ed inespugnabile fedeltà. E quando gli antichi pensa rono  di trasferire nel pantheon dell’eternità la potenza  serenatrice  delle arti, dalla poesia, alla danza,, alla musica, ecc. non trovarono di meglio che materializzarla nelle figure delle Muse, le donne/dee, simbolo  di eleganza,  armonia, buon gusto e bellezza.

Queste considerazioni le sottopongo alla riflessione delle donne  delle mie terre del cuore, Cilento e Costa  d’Amalfi, collegandole, con la mia sensibilità di poeta, alle grandi donne del mondo classico, di cui sono eredi nella continuità  della eternità deo valori della mediterraneità. E mi sembra, questo, un modo originale, intelligente, esaltante e coinvolgente  per celebrare la loro festa nel segno della CULTURA e della BELLEZZA.  AUGURI !!!!!!!

Giuseppe Liuccio

liucciogiuseppe@gmail. com

Non mi è mai piaciuta e l’ho sempre  rimossa con fastidio la “favola” delle nostre origini nella cornice gioiosa del Paradiso Terrestre, visto e mitizzato  come l’Eden perduto per quel triangolo trasgressivo Adamo-Eva –demonio tentatore con la  complicità di una mela  a sollecitare e solleticare tutti i sensi:la vista nella luminosità del colore, il tatto nella levigatezza della rotondità, il gusto nella pastosità della polpa, l’udito nel lieve fruscìo del dondolo a carezza di vento, l’olfatto nella intensa pregnanza del  profumo. Io che, da buon pestano della kora, ho  recuperato, esaltato ed affinato la  mia grecità nel rigore degli studi,ostento, con legittimo orgoglio, una visione laica e sanamente pagana della vita. E, pertanto, mi  convince e, comunque, mi  è più congeniale il “mito” narrato da Platone nel suo straordinario “Simposio”, per bocca della ispirata sacerdotessa  Diotima :Giove spaccò  in due con un colpo d’accetta l’uomo primigenio ermafrodite ed autosufficiente nella sua rotondità di giara e ne fece due entità, due metà, che, da allora, con reciproco sottile gioco di seduzione, si cercano e si rincorrono, monade impazzite nell’universo immenso dell’amore, a recuperare l’unità perduta. Qui, di sicuro, c’è assoluta parità di condizioni nella non facile gara di sanare la lacerazione della duplicità  nell’uno dell’amore.

E nel giorno dell’orgoglio femminile, senza nulla togliere alle battaglie per le legittime rivendicazioni agitate nella bandiera d’oro della mimosa che ostenta grappoli di sole e, pur caricandosi di lotta, esplode in tenera carezza a gare di velluto, mi piacerebbe che le donne della mia terra/e  del cuore (Cilento e Costa d’Amalfi), con la mediterraneità  nelle lame degli occhi, nella luminosità del sorriso, nella carnalità delle forme. si riappropriassero della identità delle nobili ascendenze greche. A prestare orecchio, mente e cuore a storie e miti delle origini, la donna si materializza nella prismaticità della sua personalità:strega/sirena, dea e madonna…..Alla foce del  Sele  approdò Giasone con il prezioso carico del vello d’oro, perseguitato  dal rimorso/incubo di Medea accattivante nell’arte del sedurre e travolgente nella generosa passionalità dell’amore quanto perfida e lucidamente spietata nella trama macabra della vendetta. Più giù, sullo scoglio bianco di  Licosa, il mare canta a nenia di risacca o grida nell’ira dei marosi l’offesa della sirena gabbata ed umiliata da Ulisse. nudo di iodio e sale, crocifisso all’albero maestro della sofferenza ma indenne e vincitore alla dolce dannazione della seduzione. A chiusura del  Golfo, Palinuro, nelle notti di plenilunio, reitera il suo sogno  di amore negato nel ricamo di trina di un effimero velo di sposa di schiuma sul sepolcro di pietra di Camerota, ninfa tanto bella quanto impassibile ed insensibile alle profferte d’amore dell’incauto amante. Nella pianura, che fu approdo degli Achei  con il pietoso carico del pantheon di lari e dei, Era Argiva, che fu, poi, Cerere e Cibele, testimonia con templi  maestosi  metope votive e pitture  vascolari la mitizzazione della donna/dea pronuba di fecondità. Sulla collina del Calpazio, dalla cattedrale/santuario la mano di una Madonna espone, dalla prigionia di una nicchia, un “granato” esploso nel riso della maturazione. E i chicchi (rosso,rosa, viola con striature  di bianchiccio) reiterano il miracolo perenne della vita. E quei colori adombrano la ciclica ferita del mestruo  che fu demonizzato a stigma di lordura e di peccato e dose  di intrugli di megere /fattucchiere nel medioevo della ignoranza e della superstizione, e  si nobilitano e si esaltano nel rito  della fecondità, che vede la donna, oggi  come ieri, dea e madonna della procreazione e della perennità della specie.

E dalle pagine della storia dei nostri Padri emergono e brillano di luce eterna  Saffo, “la dolce”, libera nel libero amore nella complice familiarità del tiaso a slancio di volo alto della poesia, Teano la pitagorica, che esercitò rigore di ricerca, Gorgo la spartana, vestale dell’eunomia e del buon governo, Aspasia che rese grande l’Atene di Pericle, Lisistrata la sacerdotessa, che esercitò con equilibrio e lungimiranza il suo magistero a vita, una sorta di papa ante litteram al femminile, Neera l a cortigiana, colta e raffinata nell’arte del sedurre quanto nell’abilità di conversare, padrona di tutte le arti ecc, ecc., Se, poi, facciamo riferimento all’Odissea, il più grande ed insuperato poema romanzo di tutti i tempi, la donna è coprotagonista/simbolo  delle stagioni della vita e dell’amore: Nausica , la ragazza stupita  e trepida ai primi fremiti del cuore, Calipso che si macera nelle sospirose sdolcinature del sentimento,.le sirene maestre nell’arte del sedurre con la sinuosità ambigua del corpo e la malia del canto, Circe vorace nella carnalità della passione, Penelope prigioniera della incrollabile ed inespugnabile fedeltà. E quando gli antichi pensa rono  di trasferire nel pantheon dell’eternità la potenza  serenatrice  delle arti, dalla poesia, alla danza,, alla musica, ecc. non trovarono di meglio che materializzarla nelle figure delle Muse, le donne/dee, simbolo  di eleganza,  armonia, buon gusto e bellezza.

Queste considerazioni le sottopongo alla riflessione delle donne  delle mie terre del cuore, Cilento e Costa  d’Amalfi, collegandole, con la mia sensibilità di poeta, alle grandi donne del mondo classico, di cui sono eredi nella continuità  della eternità deo valori della mediterraneità. E mi sembra, questo, un modo originale, intelligente, esaltante e coinvolgente  per celebrare la loro festa nel segno della CULTURA e della BELLEZZA.  AUGURI !!!!!!!

Giuseppe Liuccio

liucciogiuseppe@gmail. com