Sorrento Il capotreno, chi era costui?

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Viene a mente la domanda di manzoniana memoria: «Carneade chi era costui?» quando si parla di antiche arti e mestieri ormai dimenticati tra le nebbie del passato. Ho già contato più di dodici lustri e, quindi, mi ricordo quando si entrava nei bus e si trovava, seduto con la sua linda divisa e il berretto portato con l’orgoglio di un antico cimiero, chi ti staccava il biglietto e la sua presenza era di conforto a quanti viaggiavano. Sulla Circumvesuviana si aspettava, quasi come un rito, il gentile invito: «Signori biglietti» e tutti diligentemente mostravamo quanto già preparato, perché quello era parte di un rito che ti preparava ad affrontare la giornata ed era impensabile viaggiare sprovvisti di biglietto, non far sedere una donna o una persona anziana. Poco a poco, però, sui tram e sui bus è scomparso il bigliettaio e sui treni sempre più, scomparendo la presenza vigile del capotreno, è comparsa l’inciviltà e la maleducazione. Eterogenei ed improvvisati musici, di non ben identificata nazionalità, pensano di allietarci coi loro strali (o meglio strazi) musicali e, come se non bastasse, chiedendo l’obolo per averci perforato i timpani di prima mattina. A volte affidando a questo ingrato compito bambini che ti guardano pensando a un gioco e non sanno che è sfruttamento della loro giovane vita, avvelenata da gesti ignobili, indegni di chi si professa genitore. Miglior sorte non abbiamo se ci capita di rincasare in concomitanza con l’uscita delle scuole. Sciami di ragazzi impazziti si catapultano nelle carrozze senza ritegno alcuno, accompagnandosi con spintoni e parolacce, spesso proferite da insulse ragazze che pensano così di meritarsi il vanto dei loro coetanei.
Pensavo alla nostra grandezza, al fatto che siamo stati i primi con la Napoli-Pietrarsa, al Meridione osannato nel Gran Tour, amato dai Grandi. Quando, nel Settecento, Johann Wolfgang von Goethe venne in Italia, rimase incantato dalla dolcezza del nostro carattere e dalla naturale inclinazione alla felicità e all’accoglienza. Giunto a Napoli addirittura gli parve di aver trovato la quintessenza della gioia, il segreto di un contagioso, sereno entusiasmo: “O sono stato pazzo fin qui o lo sono ora!”, appuntò nel suo diario. Cosa è successo in questi due secoli? Cosa ci ha trasformato da maestri di vita cortese in voraci cafoni? Già Jean-Jacques Rousseau l’aveva intuito: «Ciò che provoca l’infelicità umana è la contraddizione fra la nostra condizione e i desideri, tra i doveri e le inclinazioni, tra la natura e le istituzioni». In parole più semplici per essere felici dovremmo spostare l’asse dei nostri desideri dalla quantità alla qualità, sostituendo potere e denaro con generosità, amicizia, cultura.
Mentre «fantasticav’ stì pensier’» sento in lontananza una voce: «Biglietti, abbonamenti, prego». Penso a un miraggio, al fatto che i miei pensieri hanno evocato un “desiderio” ma il malessere e disappunto degli studenti e ragazzi mi fa capire che un corpo estraneo è entrato nell’alveare e li vedo fuggire impazziti. Mi giro e come un cavaliere che esce dalla bruma per salvare la donzella in pericolo, vedo materializzarsi un giovane con tanto di tesserino e libretto dei verbali. «Un capotreno», non è vero, mi dico stropicciandomi gli occhi, ma non tutte le api sono riuscite a volare via e un improvvido studente è costretto a dire: «Ho dimenticato l’abbonamento a casa». “Fulmini e saette, adesso lo prende per la collottola e lo sbatte fuori alla prossima fermata, gli farà un verbale da appendere alla parete”, pensò tra me, e invece, con calma serafica il capotreno chiede al ragazzo un documento, ed essendone sprovvisto, chiede un quaderno per i dati anagrafici. Gli consegna il verbale dicendo: «Può capitare a tutti di dimenticare una cosa, ma presenti entro cinque giorni l’abbonamento alla stazione di competenza, altrimenti scatta la multa». Il ragazzo rassicura di avere dimenticato il titolo di viaggio e il capotreno si allontana nell’altra carrozza. Sento l’irrefrenabile impulso di corrergli dietro, di vivere l’esperienza del Tommaso di evangelica memoria: toccarlo, sapere che è vero! Desidero sapere il suo nome preannunciandogli che, se lo desidera, avrei dedicato poche parole al suo operato, specchio di quanti ancora lottano per un’Italia, un Sud migliore. Dedico al giovane capotreno le parole di un altro grande pensatore, Karl Marx, a volte troppo superficialmente liquidato come «comunista»: «L’esperienza definisce felicissimo l’uomo che ha reso felice il maggior numero di altri simili. Se abbiamo scelto nella vita una posizione in cui possiamo meglio operare per l’umanità, allora non proveremo una gioia meschina, limitata, egoistica, ma la nostra felicità apparterrà a milioni di persone, le nostre azioni vivranno silenziosamente, ma per sempre». Il mio personale augurio e quello della popolazione viaggiante è che questo inizio di stagione turistica coincida con la riscoperta di Napoli e Sorrento come città dell’ospitalità, dell’accoglienza, della cultura, a partire dalla presenza di giovani volenterosi come Giuseppe Grella (questo il nome del giovane capostazione)! Ad maiora, Aniello Clemente.
https://lateologia.wordpress.com/2016/03/03/il-capotreno-chi-era-costui/Viene a mente la domanda di manzoniana memoria: «Carneade chi era costui?» quando si parla di antiche arti e mestieri ormai dimenticati tra le nebbie del passato. Ho già contato più di dodici lustri e, quindi, mi ricordo quando si entrava nei bus e si trovava, seduto con la sua linda divisa e il berretto portato con l’orgoglio di un antico cimiero, chi ti staccava il biglietto e la sua presenza era di conforto a quanti viaggiavano. Sulla Circumvesuviana si aspettava, quasi come un rito, il gentile invito: «Signori biglietti» e tutti diligentemente mostravamo quanto già preparato, perché quello era parte di un rito che ti preparava ad affrontare la giornata ed era impensabile viaggiare sprovvisti di biglietto, non far sedere una donna o una persona anziana. Poco a poco, però, sui tram e sui bus è scomparso il bigliettaio e sui treni sempre più, scomparendo la presenza vigile del capotreno, è comparsa l’inciviltà e la maleducazione. Eterogenei ed improvvisati musici, di non ben identificata nazionalità, pensano di allietarci coi loro strali (o meglio strazi) musicali e, come se non bastasse, chiedendo l’obolo per averci perforato i timpani di prima mattina. A volte affidando a questo ingrato compito bambini che ti guardano pensando a un gioco e non sanno che è sfruttamento della loro giovane vita, avvelenata da gesti ignobili, indegni di chi si professa genitore. Miglior sorte non abbiamo se ci capita di rincasare in concomitanza con l’uscita delle scuole. Sciami di ragazzi impazziti si catapultano nelle carrozze senza ritegno alcuno, accompagnandosi con spintoni e parolacce, spesso proferite da insulse ragazze che pensano così di meritarsi il vanto dei loro coetanei.
Pensavo alla nostra grandezza, al fatto che siamo stati i primi con la Napoli-Pietrarsa, al Meridione osannato nel Gran Tour, amato dai Grandi. Quando, nel Settecento, Johann Wolfgang von Goethe venne in Italia, rimase incantato dalla dolcezza del nostro carattere e dalla naturale inclinazione alla felicità e all’accoglienza. Giunto a Napoli addirittura gli parve di aver trovato la quintessenza della gioia, il segreto di un contagioso, sereno entusiasmo: “O sono stato pazzo fin qui o lo sono ora!”, appuntò nel suo diario. Cosa è successo in questi due secoli? Cosa ci ha trasformato da maestri di vita cortese in voraci cafoni? Già Jean-Jacques Rousseau l’aveva intuito: «Ciò che provoca l’infelicità umana è la contraddizione fra la nostra condizione e i desideri, tra i doveri e le inclinazioni, tra la natura e le istituzioni». In parole più semplici per essere felici dovremmo spostare l’asse dei nostri desideri dalla quantità alla qualità, sostituendo potere e denaro con generosità, amicizia, cultura.
Mentre «fantasticav’ stì pensier’» sento in lontananza una voce: «Biglietti, abbonamenti, prego». Penso a un miraggio, al fatto che i miei pensieri hanno evocato un “desiderio” ma il malessere e disappunto degli studenti e ragazzi mi fa capire che un corpo estraneo è entrato nell’alveare e li vedo fuggire impazziti. Mi giro e come un cavaliere che esce dalla bruma per salvare la donzella in pericolo, vedo materializzarsi un giovane con tanto di tesserino e libretto dei verbali. «Un capotreno», non è vero, mi dico stropicciandomi gli occhi, ma non tutte le api sono riuscite a volare via e un improvvido studente è costretto a dire: «Ho dimenticato l’abbonamento a casa». “Fulmini e saette, adesso lo prende per la collottola e lo sbatte fuori alla prossima fermata, gli farà un verbale da appendere alla parete”, pensò tra me, e invece, con calma serafica il capotreno chiede al ragazzo un documento, ed essendone sprovvisto, chiede un quaderno per i dati anagrafici. Gli consegna il verbale dicendo: «Può capitare a tutti di dimenticare una cosa, ma presenti entro cinque giorni l’abbonamento alla stazione di competenza, altrimenti scatta la multa». Il ragazzo rassicura di avere dimenticato il titolo di viaggio e il capotreno si allontana nell’altra carrozza. Sento l’irrefrenabile impulso di corrergli dietro, di vivere l’esperienza del Tommaso di evangelica memoria: toccarlo, sapere che è vero! Desidero sapere il suo nome preannunciandogli che, se lo desidera, avrei dedicato poche parole al suo operato, specchio di quanti ancora lottano per un’Italia, un Sud migliore. Dedico al giovane capotreno le parole di un altro grande pensatore, Karl Marx, a volte troppo superficialmente liquidato come «comunista»: «L’esperienza definisce felicissimo l’uomo che ha reso felice il maggior numero di altri simili. Se abbiamo scelto nella vita una posizione in cui possiamo meglio operare per l’umanità, allora non proveremo una gioia meschina, limitata, egoistica, ma la nostra felicità apparterrà a milioni di persone, le nostre azioni vivranno silenziosamente, ma per sempre». Il mio personale augurio e quello della popolazione viaggiante è che questo inizio di stagione turistica coincida con la riscoperta di Napoli e Sorrento come città dell’ospitalità, dell’accoglienza, della cultura, a partire dalla presenza di giovani volenterosi come Giuseppe Grella (questo il nome del giovane capostazione)! Ad maiora, Aniello Clemente.
Il capotreno, chi era costui?