Dall’Eco della Pulcarelli: il mestiere dell’arrotino

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Il mestiere dell’arrotino è uno dei più semplici e antichi e nel mio paese è quasi scomparso. Oggi siamo entrati nella bottega del signor Pietro, che ci ha accolti con un bel sorriso e tanta disponibilità nel presentarci le tecniche del suo lavoro e nell’illustrarci gli attrezzi che usa, stampati anche su delle foto storiche che tappezzano le pareti della bottega. Siamo rimaste affascinate e sbalordite nell’osservare quegli strumenti grandi e piccoli, tanti, ma tanto consumati dall’uso e dal tempo. I nostri occhi si posavano qua e là, desiderosi di osservare e di conoscere. L’arrotino tanti anni fa svolgeva il suo mestiere girando per strada, si fermava in un angolo o entrava nei cortili con un “trabiccolo”, un carretto pesante da trasportare con una ruota avanti grande e ingombrante che serviva per spostarlo, ma che funzionava anche da volano, era collegata a un‘impalcatura di legno per far girare una ruota più piccola, di pietra abrasiva, su cui si affilavano forbici, coltelli, rasoi e accette. Chiamava le persone gridando: ”arrotinooo” … ”arrotinooo”…e le donne prendevano i loro attrezzi e scendevano in strada. Così cominciava il lavoro. Il signor Pietro ci racconta che la pietra della mola era di vari tipi a secondo dell’utilizzo: composta, di calcare, ma in penisola si usava di più la pietra di massa. Sotto, la pietra era collegata a un pedale che serviva per azionare la ruota. L’arrotino ”mullaforbici o mullacurtielli” sollevava il carretto su un cavalletto di legno, collegava le due ruote con una cinghia di cuoio e poi azionava il pedale, dando con la mano un lento e continuo movimento alla ruota per farla girare. Su questa c’era una scatola piena di acqua fredda con un rubinetto, goccia dopo goccia serviva per raffreddare e pulire la pietra. I coltelli, le forbici e le accette erano affilati come rasoi. Quando l’uso della bicicletta si diffuse tra i ceti più poveri, la mola venne applicata sul manubrio e collegata ai pedali che l’arrotino faceva girare dopo aver sollevato la parte posteriore della bici su un cavalletto. Il lavoro era facilitato, ma comunque rimaneva sempre duro e adatto solo agli uomini. Il signor Pietro ci dice che gli arrotini provenivano per la maggior parte dalla provincia di Campobasso. Lui è molto dispiaciuto perché i giovani, al giorno d’oggi, non dimostrano passione per imparare il mestiere, la cui formazione avviene sul campo, affiancandosi a un maestro esperto. Oggi è interessante conoscere questo mestiere: si possono utilizzare materiali più evoluti per rendere gli attrezzi più efficienti anche perché gli oggetti da affilare sono più sofisticati e non come i semplici coltelli di un tempo. Inoltre bisogna avere conoscenze chiare sui materiali e le paste abrasive, capire i tipi di pietra più adatti per costruire le mole e sapere come le particelle del materiale che si utilizza reagiscono al calore e al freddo. Dunque quello dell’arrotino è un lavoro che diventa sempre più specializzato e interessante. Classe II A De Maria Alessandra Miceli Francesca

Il mestiere dell’arrotino è uno dei più semplici e antichi e nel mio paese è quasi scomparso. Oggi siamo entrati nella bottega del signor Pietro, che ci ha accolti con un bel sorriso e tanta disponibilità nel presentarci le tecniche del suo lavoro e nell’illustrarci gli attrezzi che usa, stampati anche su delle foto storiche che tappezzano le pareti della bottega. Siamo rimaste affascinate e sbalordite nell’osservare quegli strumenti grandi e piccoli, tanti, ma tanto consumati dall’uso e dal tempo. I nostri occhi si posavano qua e là, desiderosi di osservare e di conoscere. L’arrotino tanti anni fa svolgeva il suo mestiere girando per strada, si fermava in un angolo o entrava nei cortili con un “trabiccolo”, un carretto pesante da trasportare con una ruota avanti grande e ingombrante che serviva per spostarlo, ma che funzionava anche da volano, era collegata a un‘impalcatura di legno per far girare una ruota più piccola, di pietra abrasiva, su cui si affilavano forbici, coltelli, rasoi e accette. Chiamava le persone gridando: ”arrotinooo” … ”arrotinooo”…e le donne prendevano i loro attrezzi e scendevano in strada. Così cominciava il lavoro. Il signor Pietro ci racconta che la pietra della mola era di vari tipi a secondo dell’utilizzo: composta, di calcare, ma in penisola si usava di più la pietra di massa. Sotto, la pietra era collegata a un pedale che serviva per azionare la ruota. L’arrotino ”mullaforbici o mullacurtielli” sollevava il carretto su un cavalletto di legno, collegava le due ruote con una cinghia di cuoio e poi azionava il pedale, dando con la mano un lento e continuo movimento alla ruota per farla girare. Su questa c’era una scatola piena di acqua fredda con un rubinetto, goccia dopo goccia serviva per raffreddare e pulire la pietra. I coltelli, le forbici e le accette erano affilati come rasoi. Quando l’uso della bicicletta si diffuse tra i ceti più poveri, la mola venne applicata sul manubrio e collegata ai pedali che l’arrotino faceva girare dopo aver sollevato la parte posteriore della bici su un cavalletto. Il lavoro era facilitato, ma comunque rimaneva sempre duro e adatto solo agli uomini. Il signor Pietro ci dice che gli arrotini provenivano per la maggior parte dalla provincia di Campobasso. Lui è molto dispiaciuto perché i giovani, al giorno d’oggi, non dimostrano passione per imparare il mestiere, la cui formazione avviene sul campo, affiancandosi a un maestro esperto. Oggi è interessante conoscere questo mestiere: si possono utilizzare materiali più evoluti per rendere gli attrezzi più efficienti anche perché gli oggetti da affilare sono più sofisticati e non come i semplici coltelli di un tempo. Inoltre bisogna avere conoscenze chiare sui materiali e le paste abrasive, capire i tipi di pietra più adatti per costruire le mole e sapere come le particelle del materiale che si utilizza reagiscono al calore e al freddo. Dunque quello dell’arrotino è un lavoro che diventa sempre più specializzato e interessante. Classe II A De Maria Alessandra Miceli Francesca