Abusava a Fratte di due fratellini, chiesti 10 anni

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SALERNO. È una condanna a dieci anni di carcere quella che la Procura chiede per il 67enne imputato per il caso di pedofilia a Fratte. L’accusa è di aver violentato una bambina di cinque anni e molestato e minacciato di morte il fratellino di sette che cercava di difenderla.
Le violenze sarebbero durate per circa un anno, un periodo tra il 2009 e il 2010 quando P.M., parcheggiatore abusivo in difficoltà economiche, è stato ospite dei genitori dei bimbi in cambio di un piccolo esborso mensile. Gli abusi sono stati scoperti quasi tre anni dopo, quando i bambini erano già stati trasferiti in una casa famiglia per sottrarli a una situazione di degrado, e le operatrici si sono accorte dei segnali di disagio.
Quella bambina taciturna e spaventata, che mimava atti sessuali, non poteva passare inosservata, e sono iniziate le domande e gli approfondimento con gli psicologi. Lei dapprima si è rifiutata di parlare,
poi ha ceduto, consentendo alla Procura di riaprire un’inchiesta che in prima battuta era stata archiviata. «È stato zio P…» ha confidato, ricordando il termine familiare con cui per mesi lei e il fratello avevano chiamato quell’uomo ospitato in casa. LA CITTASALERNO. È una condanna a dieci anni di carcere quella che la Procura chiede per il 67enne imputato per il caso di pedofilia a Fratte. L’accusa è di aver violentato una bambina di cinque anni e molestato e minacciato di morte il fratellino di sette che cercava di difenderla.
Le violenze sarebbero durate per circa un anno, un periodo tra il 2009 e il 2010 quando P.M., parcheggiatore abusivo in difficoltà economiche, è stato ospite dei genitori dei bimbi in cambio di un piccolo esborso mensile. Gli abusi sono stati scoperti quasi tre anni dopo, quando i bambini erano già stati trasferiti in una casa famiglia per sottrarli a una situazione di degrado, e le operatrici si sono accorte dei segnali di disagio.
Quella bambina taciturna e spaventata, che mimava atti sessuali, non poteva passare inosservata, e sono iniziate le domande e gli approfondimento con gli psicologi. Lei dapprima si è rifiutata di parlare,
poi ha ceduto, consentendo alla Procura di riaprire un’inchiesta che in prima battuta era stata archiviata. «È stato zio P…» ha confidato, ricordando il termine familiare con cui per mesi lei e il fratello avevano chiamato quell’uomo ospitato in casa. LA CITTA