Le strade maestre del Sax tenore con Benny Golson

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Domani sera alle ore 21,30, il leggendario caposcuola salirà sulla pedana del Modo con il suo quartetto. Open act affidata a Daniele Scannapieco

 

Olga Chieffi

Il marzo del Modo inizierà con il concerto di uno dei capiscuola del sax tenore. Il concerto inaugurale di questa primavera è stato affidato al sax tenore di Benny Golson, classe 1929, il quale ha attraversato un po’ tutte le stagioni del jazz, dal prestigioso esordio con Tadd Dameron nel 1953 e a fianco di Lionel Hampton e del sax alto per eccellenza, Johnny Hodges, non disdegnò di suonare Rhythm & Blues nell’Orchestra di Earl Bostic, imponendosi infine con i Jazz Messengers. Il suo stile unisce un timbro voluminoso e intenso ad una sensibilità espressiva che ricorda la poeticità di Ben Webster. Benny Golson si presenterà con un trio d’appoggio tutto italiano, Antonio Faraò al pianoforte, Aldo Vigorito al contrabbasso e Luigi Del Prete alla batteria, musicisti, questi che amano rileggere attentamente classici degli anni ’50 e ’60, riletture dalle quali emergono l’amore per i temi e le improvvisazioni dei grandi del jazz, la voglia e la tenacia nello stabilire una chiave di lettura di questo tipo di musica, sia per quanto riguarda la scrittura che l’esecuzione, che tenga conto delle esperienze di quanti si sono fino ad oggi espressi nell’ambito del jazz. Una formazione, questa in grado di rendere al meglio la complessità ritmica e armonica delle sue composizioni. Faraò, infatti, è un pianista ben noto anche a livello internazionale grazie alla sua dirompente carica ritmica e allo swing massiccio che caratterizza le sue interpretazioni, anche se il suo virtuosismo non è mai autoreferenziale o puramente spettacolare.  Golson, mediatore dell’hard-bop, anche se mai gli si è riconosciuto di rappresentare esemplarmente il ductus di questo particolare periodo stilistico, incontrerà sul palcoscenico del Modo, dove in prima pedana salirà uno dei tenor-sax pitaliani più amati, il salernitano Daniele Scannapieco con il suo quartetto, il futuro e la fonte da cui proviene. Golson mutua sì, il suo modo espressivo da stilemi hard-bop, ma prepotentemente mediandoli con la maniera di intendere suono e costruzione dell’assolo propri del jazz classico. Se si volesse dare una definizione sintetica del Golson musicista, si dovrebbe dire che è stato un piacevole e fresco compositore (e arrangiatore) di indimenticabili pagine, tra cui J remember Clifford, Whisper not, Stablemates, legata al nome di Miles Davis, cavalli di battaglia dei Jazz Messengers di Art Blakey, e un improvvisatore relativamente personale che, passando rapidamente attraverso l’universo del jazz, il meglio di sé lo ha dato nel giro di sei anni, riuscendo ugualmente, col suo operato, che si fruisce sempre con gradevolezza, a lasciarvi un’impronta. L’esigente pubblico del Modo avrà il privilegio di incontrare un Golson rinnovato e pieno di verve, latore di un linguaggio aggiornato dall’aumento di stilemi coltraniani, sviluppanti un fraseggio più articolato e imprevedibile, e dal ridimensionamento del suo caratteristico e opulento vibrato pre-bop, e non certo, ritornato unicamente per riproporre pedissequamente la musica che faceva oltre trent’anni addietro, ma rinnovata nella tradizione, per difenderla dalla prematura polvere degli scaffali di un immaginario museo.

 

 

Domani sera alle ore 21,30, il leggendario caposcuola salirà sulla pedana del Modo con il suo quartetto. Open act affidata a Daniele Scannapieco

 

Olga Chieffi

Il marzo del Modo inizierà con il concerto di uno dei capiscuola del sax tenore. Il concerto inaugurale di questa primavera è stato affidato al sax tenore di Benny Golson, classe 1929, il quale ha attraversato un po’ tutte le stagioni del jazz, dal prestigioso esordio con Tadd Dameron nel 1953 e a fianco di Lionel Hampton e del sax alto per eccellenza, Johnny Hodges, non disdegnò di suonare Rhythm & Blues nell’Orchestra di Earl Bostic, imponendosi infine con i Jazz Messengers. Il suo stile unisce un timbro voluminoso e intenso ad una sensibilità espressiva che ricorda la poeticità di Ben Webster. Benny Golson si presenterà con un trio d’appoggio tutto italiano, Antonio Faraò al pianoforte, Aldo Vigorito al contrabbasso e Luigi Del Prete alla batteria, musicisti, questi che amano rileggere attentamente classici degli anni ’50 e ’60, riletture dalle quali emergono l’amore per i temi e le improvvisazioni dei grandi del jazz, la voglia e la tenacia nello stabilire una chiave di lettura di questo tipo di musica, sia per quanto riguarda la scrittura che l’esecuzione, che tenga conto delle esperienze di quanti si sono fino ad oggi espressi nell’ambito del jazz. Una formazione, questa in grado di rendere al meglio la complessità ritmica e armonica delle sue composizioni. Faraò, infatti, è un pianista ben noto anche a livello internazionale grazie alla sua dirompente carica ritmica e allo swing massiccio che caratterizza le sue interpretazioni, anche se il suo virtuosismo non è mai autoreferenziale o puramente spettacolare.  Golson, mediatore dell’hard-bop, anche se mai gli si è riconosciuto di rappresentare esemplarmente il ductus di questo particolare periodo stilistico, incontrerà sul palcoscenico del Modo, dove in prima pedana salirà uno dei tenor-sax pitaliani più amati, il salernitano Daniele Scannapieco con il suo quartetto, il futuro e la fonte da cui proviene. Golson mutua sì, il suo modo espressivo da stilemi hard-bop, ma prepotentemente mediandoli con la maniera di intendere suono e costruzione dell’assolo propri del jazz classico. Se si volesse dare una definizione sintetica del Golson musicista, si dovrebbe dire che è stato un piacevole e fresco compositore (e arrangiatore) di indimenticabili pagine, tra cui J remember Clifford, Whisper not, Stablemates, legata al nome di Miles Davis, cavalli di battaglia dei Jazz Messengers di Art Blakey, e un improvvisatore relativamente personale che, passando rapidamente attraverso l’universo del jazz, il meglio di sé lo ha dato nel giro di sei anni, riuscendo ugualmente, col suo operato, che si fruisce sempre con gradevolezza, a lasciarvi un’impronta. L’esigente pubblico del Modo avrà il privilegio di incontrare un Golson rinnovato e pieno di verve, latore di un linguaggio aggiornato dall’aumento di stilemi coltraniani, sviluppanti un fraseggio più articolato e imprevedibile, e dal ridimensionamento del suo caratteristico e opulento vibrato pre-bop, e non certo, ritornato unicamente per riproporre pedissequamente la musica che faceva oltre trent’anni addietro, ma rinnovata nella tradizione, per difenderla dalla prematura polvere degli scaffali di un immaginario museo.