La lettera su Facebook di Oreste Mottola, lo sconforto di un bravo cronista

0

Professione…?”, mi chiedono. “Giornalista”, balbetto tra i denti, tremando all’idea che potesse dirmi: “Davvero? E in quale giornale.”. Avrei dovuto ammettere che no, non lavoro in nessun giornale di nome. Ma che non ho fatto altro negli ultimi 27 anni della mia vita. Che tutto era diverso, prima che la crisi tagliasse le gambe a molti di noi. Avrei dovuto ammettere che tutti i sacrifici, le levatacce, i chilometri macinati in macchina, le corse, i cazziatoni, non sono serviti a niente. Che oggi quelli come me, i precari perenni, sono tagliati fuori dal nostro mondo, un mondo fatto di carta stampata, di microfoni e telecamere, di interviste e comunicati stampa, di righe, di fatti, di storie e di parole. Dovrei ammettere che mi manca molto e che vorrei sprofondare ogni volta che un amico, un collega, mi chiede: “Ma tu per ora che fai?”.  o.m.

Professione…?”, mi chiedono. “Giornalista”, balbetto tra i denti, tremando all’idea che potesse dirmi: “Davvero? E in quale giornale.”. Avrei dovuto ammettere che no, non lavoro in nessun giornale di nome. Ma che non ho fatto altro negli ultimi 27 anni della mia vita. Che tutto era diverso, prima che la crisi tagliasse le gambe a molti di noi. Avrei dovuto ammettere che tutti i sacrifici, le levatacce, i chilometri macinati in macchina, le corse, i cazziatoni, non sono serviti a niente. Che oggi quelli come me, i precari perenni, sono tagliati fuori dal nostro mondo, un mondo fatto di carta stampata, di microfoni e telecamere, di interviste e comunicati stampa, di righe, di fatti, di storie e di parole. Dovrei ammettere che mi manca molto e che vorrei sprofondare ogni volta che un amico, un collega, mi chiede: “Ma tu per ora che fai?”.  o.m.