Migranti, l’Austria blinda i confini con l’Italia. Controlli e recinzioni ai valichi di Tarvisio, Brennero e Resia

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Un altro colpo a Schengen, il trattato sulla libera circolazione delle persone. L’Austria, che aveva aderito alla convenzione 21 anni fa, ha annunciato, sia pure con rammarico («decisione necessaria» nelle parole del ministro dell’Interno Johanna Mikl Leitner) il ripristino dei controlli con l’Italia a Tarvisio, Brennero e Resia. I dodici valichi sul confine meridionale saranno presidiati: da quando non è stato detto, ma «presto». La data presumibile è ad aprile. Entro marzo, infatti, l’Austria dovrebbe aver già raggiunto il tetto massimo di ingressi di profughi che si è prefissata per tutto il 2016: 37.500. Vienna ha spiegato il suo piano d’azione: controlli a treni, veicoli, persone; verranno predisposti appositi «nuclei d’intervento» per prevenire o fermare gruppi di migranti che volessero passare con la forza. Non sono escluse «recinzioni», proprio come ha fatto – con polemiche in tutta Europa – prima fra tutte l’Ungheria nel settembre scorso. Una decisione – è stato spiegato da Vienna – presa per prevenire nuovi cambi di rotta del flusso dei migranti. Proprio domani è in agenda l’ennesimo vertice Ue sulla crisi dei profughi. Anche se nel caso dei confini austriaci con l’Italia il flusso d’entrata finora non proviene dalla Siria, l’emergenza europea è legata al tracollo di questo Paese. La Grecia, alla quale è stato imposto un aut-aut legato all’allestimento di centri di identificazione (i cosiddetti hotspot) annuncia di averne già pronti 4 su 5, e che per il quinto è questione di giorni. Nell’Unione europea, è sulla Grecia che preme la grande fuga dalla Siria. Quasi un terzo della popolazione ha lasciato la sua casa d’origine. A milioni hanno varcato i confini, soprattutto verso la Turchia. Che, nello scontro verbale tra le potenze impegnate a bombardare la Siria, ora accusa la Russia di un piano studiato proprio per provocare un’emergenza profughi ai propri confini. Il primo ministro turco Ahmet Davutoglu sostiene che Mosca costringe «i civili a fuggire». Gli 007 di Ankara, parlando con il quotidiano locale Hurriyet, entrano nel dettaglio e fanno riferimento addirittura a un «modello Grozny» (la capitale della Cecenia), una strategia usata negli anni ’90 nella guerra nel Caucaso del Nord. Mosca, secondo i servizi turchi, costringe la popolazione a fuggire per poi colpire gli oppositori. Mosca sostiene invece di colpire solo quelli che definisce «terroristi», l’Occidente l’accusa di bombardare gli oppositori definiti «moderati» di Assad e anche i civili. Nei fatti nel Nord della Siria c’è una guerra indiretta tra Ankara e Mosca. I russi aiutano i ribelli curdi che nella contingenza sono di fatto alleati del dittatore Basharal Assad. I turchi bombardano questi stessi ribelli perché, sostengono, sono “complici” del Pkk, il Partito dei lavoratori curdi che Ankara considera fuorilegge. In questo quadro, quando mancano appena due giorni alla “cessazione delle ostilità”, così come stabilito dagli accordi di pace a Monaco di Baviera, nessuno si sente vincolato agli impegni presi. «Gli accordi di cessate il fuoco si fanno tra Stati, non tra uno Stato e i terroristi» dice il dittatore siriano Basharal Assad, per il quale qualsiasi oppositore è un terrorista. Se non altro Damasco ha almeno mantenuto l’impegno sugli aiuti umanitari, dando ieri formalmente il via libera a nuovi convogli diretti anche a Madaya, la città che il regime ha preso d’assedio costringendo i suoi abitanti alla fame. Il bollettino di guerra registra una nuova avanzata dell’esercito regolare, che si fa strada verso Aleppo sempre grazie ai bombardamenti russi. (Fabio Morabito – Il Mattino) 

Un altro colpo a Schengen, il trattato sulla libera circolazione delle persone. L’Austria, che aveva aderito alla convenzione 21 anni fa, ha annunciato, sia pure con rammarico («decisione necessaria» nelle parole del ministro dell’Interno Johanna Mikl Leitner) il ripristino dei controlli con l’Italia a Tarvisio, Brennero e Resia. I dodici valichi sul confine meridionale saranno presidiati: da quando non è stato detto, ma «presto». La data presumibile è ad aprile. Entro marzo, infatti, l’Austria dovrebbe aver già raggiunto il tetto massimo di ingressi di profughi che si è prefissata per tutto il 2016: 37.500. Vienna ha spiegato il suo piano d’azione: controlli a treni, veicoli, persone; verranno predisposti appositi «nuclei d’intervento» per prevenire o fermare gruppi di migranti che volessero passare con la forza. Non sono escluse «recinzioni», proprio come ha fatto – con polemiche in tutta Europa – prima fra tutte l’Ungheria nel settembre scorso. Una decisione – è stato spiegato da Vienna – presa per prevenire nuovi cambi di rotta del flusso dei migranti. Proprio domani è in agenda l’ennesimo vertice Ue sulla crisi dei profughi. Anche se nel caso dei confini austriaci con l’Italia il flusso d’entrata finora non proviene dalla Siria, l’emergenza europea è legata al tracollo di questo Paese. La Grecia, alla quale è stato imposto un aut-aut legato all’allestimento di centri di identificazione (i cosiddetti hotspot) annuncia di averne già pronti 4 su 5, e che per il quinto è questione di giorni. Nell’Unione europea, è sulla Grecia che preme la grande fuga dalla Siria. Quasi un terzo della popolazione ha lasciato la sua casa d’origine. A milioni hanno varcato i confini, soprattutto verso la Turchia. Che, nello scontro verbale tra le potenze impegnate a bombardare la Siria, ora accusa la Russia di un piano studiato proprio per provocare un’emergenza profughi ai propri confini. Il primo ministro turco Ahmet Davutoglu sostiene che Mosca costringe «i civili a fuggire». Gli 007 di Ankara, parlando con il quotidiano locale Hurriyet, entrano nel dettaglio e fanno riferimento addirittura a un «modello Grozny» (la capitale della Cecenia), una strategia usata negli anni ’90 nella guerra nel Caucaso del Nord. Mosca, secondo i servizi turchi, costringe la popolazione a fuggire per poi colpire gli oppositori. Mosca sostiene invece di colpire solo quelli che definisce «terroristi», l’Occidente l’accusa di bombardare gli oppositori definiti «moderati» di Assad e anche i civili. Nei fatti nel Nord della Siria c’è una guerra indiretta tra Ankara e Mosca. I russi aiutano i ribelli curdi che nella contingenza sono di fatto alleati del dittatore Basharal Assad. I turchi bombardano questi stessi ribelli perché, sostengono, sono “complici” del Pkk, il Partito dei lavoratori curdi che Ankara considera fuorilegge. In questo quadro, quando mancano appena due giorni alla “cessazione delle ostilità”, così come stabilito dagli accordi di pace a Monaco di Baviera, nessuno si sente vincolato agli impegni presi. «Gli accordi di cessate il fuoco si fanno tra Stati, non tra uno Stato e i terroristi» dice il dittatore siriano Basharal Assad, per il quale qualsiasi oppositore è un terrorista. Se non altro Damasco ha almeno mantenuto l’impegno sugli aiuti umanitari, dando ieri formalmente il via libera a nuovi convogli diretti anche a Madaya, la città che il regime ha preso d’assedio costringendo i suoi abitanti alla fame. Il bollettino di guerra registra una nuova avanzata dell’esercito regolare, che si fa strada verso Aleppo sempre grazie ai bombardamenti russi. (Fabio Morabito – Il Mattino)