Sorrento 2. A te Francesca e ai nostri giovani

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Viviamo in uno stato confusionale tale che non riusciamo più a distinguere tra bisogni e valori. Catturare la stima pubblica è un movente forte dell’azione umana. Un dovere fare “la corte ai potenti”, vivere nell’opinione altrui e dipenderne. Tutto è lecito pur di salvaguardare l’interesse personale. Fare come gli altri diventa un obbligo. L’arte di piacere e di compiacere assurge a principio. Non si osa apparire più come si è. Venendo a mancare i punti di riferimento, ognuno se ne crea uno. Un po’ alla volta, in questi ultimi anni, il pessimismo e la debolezza hanno avuto molti seguaci. Molti hanno abdicato al loro ruolo perché hanno commentato che la vita è dura, altri hanno rifiutato di impegnarsi perché costa fatica. Certo la modernità, il progresso, abbaglia i tanti che si affidano alle luci artificiali delle apparenze. I mezzi di comunicazione non fanno altro che proporci tipi da calendari. Ed ecco che il futile, il superfluo, l’apparire, diventa cultura. Inizia la gara delle madri con le figlie, delle amiche tra di loro, dei colleghi con i colleghi, dei nonni con i generi. Si legge negli occhi la delusione per mezzo etto in più accumulato sotto le feste, la tragedia per un jeans che non entra più. È una continua ed impari lotta alla “pancetta”, al seno un po’ allentato; mai una volta che si vedano un paio di gambe leggermente divergenti, due occhi che non ti guardino con finta ingenuità tra le ciglia curate come un arabesco. Se questi sono i “valori” oggi in auge è logico che si ripercorre la strada di Dorian Gray. Dorian è un bellissimo giovane ed un pittore lo ritrae in modo meraviglioso e ciò non fa altro che esaltare le fattezze del giovane il quale ottiene, con uno scellerato patto, che le inevitabili tracce di decadenza fisica si manifestino sul quadro e non sul suo corpo. La tela viene relegata in soffitta e quando le fattezze sono diventate uno sfacelo, risultato di una vita libertina senza freni, Dorian prende il pugnale e si avventa su di essa per distruggerla, ma così facendo trafigge se stesso. Quanti Dorian Gray, fragili, pavidi, insicuri, hanno relegato le loro anime in soffitta ben sapendo che quando le vedranno, inesorabilmente, saranno portati al suicidio. Quali modelli proporre allora per incoraggiarli ad essere consapevoli della bellissima stagione che vivono, per indurli ad aprire il loro cuore, per far loro intendere che non sono soli? Essere come la maggior parte di voi che mi leggete. Un paio di mani incallite, due ginocchia ispessite per il troppo lavoro o la costante preghiera, un po’ di tempo sottratto al maquillage sempre più esigente per offrirlo a chi chiede attenzione, un capo di vestiario portato ancora, anche se non più di moda. So per certo che esistono persone così, cito per tutti la mia cara amica Tina. Martyin Luter King, Budda, Gandhi, sono ancora validi esempi e Gesù con una frase che non ammette divagazioni ha detto: «… chi ama la propria vita la perderà; chi perde la propria vita per causa mia la ritroverà». Il corpo, la salute, la bellezza, la simpatia, il fascino, sono tutti doni da non trascurare, ma non devono essere fine a se stessi, devono essere spesi, “perduti” per qualcuno, per qualcosa. «…Chi vuol essere grande tra di voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti». È il servizio fatto per amore, se si ascoltassero di più queste semplici parole si respirerebbe meglio e non ci sarebbero più in giro i poveri e gli scontenti ma, pur nella sofferenza, gente più serena che gusta la bellezza del vivere in questo mondo. Bisogna far capire ai nostri giovani che nella vita, così come ci è stata data da Dio, non c’è nessun veleno mortale. È scritto nel libro della Sapienza (1,13-15: “capitolo 1, versetti 13-15”): «Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutto per l’esistenza; le creature del mondo sono sane, in esse non c’è veleno di morte, né gli inferi regnano sulla terra, perché la giustizia è immortale». A volte Dio sembra così disattento, eppure «il Padre… fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Matteo 5,45). Dio non è per la sofferenza e la morte, ma è per la felicità e la vita. D’altra parte non basta conoscere il senso della vita per avanzare lungo la strada: molti sanno dare ottimi consigli, ma non sono capaci di fare un passo per migliorarla. Cari giovani nascere è una lotta, ma una lotta per la vittoria. Dobbiamo far fronte al nostro destino per far fruttificare e trasformare la nostra esistenza. Possiamo anche considerare poca cosa tutto ciò di cui disponiamo e tutto ciò che facciamo, questo non significa disprezzare ciò che ci è stato donato. Anche il poco che abbiamo ha molto valore se sappiamo farlo crescere. «Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore», dice S. Giovanni della Croce, e amore significa donare, donare sempre, senza trattenere nulla. Saremo giudicati su quello al quale abbiamo saputo rinunciare per un fine, una carriera, una vita meno patinata ma più a dimensione dello spirito umano, fatto a somiglianza di Dio.
Felice cammino, ad maiora, Aniello Clemente.
https://lateologia.wordpress.com/2016/02/11/2-a-te-francesca-e-ai-nostri-giovani/Viviamo in uno stato confusionale tale che non riusciamo più a distinguere tra bisogni e valori. Catturare la stima pubblica è un movente forte dell’azione umana. Un dovere fare “la corte ai potenti”, vivere nell’opinione altrui e dipenderne. Tutto è lecito pur di salvaguardare l’interesse personale. Fare come gli altri diventa un obbligo. L’arte di piacere e di compiacere assurge a principio. Non si osa apparire più come si è. Venendo a mancare i punti di riferimento, ognuno se ne crea uno. Un po’ alla volta, in questi ultimi anni, il pessimismo e la debolezza hanno avuto molti seguaci. Molti hanno abdicato al loro ruolo perché hanno commentato che la vita è dura, altri hanno rifiutato di impegnarsi perché costa fatica. Certo la modernità, il progresso, abbaglia i tanti che si affidano alle luci artificiali delle apparenze. I mezzi di comunicazione non fanno altro che proporci tipi da calendari. Ed ecco che il futile, il superfluo, l’apparire, diventa cultura. Inizia la gara delle madri con le figlie, delle amiche tra di loro, dei colleghi con i colleghi, dei nonni con i generi. Si legge negli occhi la delusione per mezzo etto in più accumulato sotto le feste, la tragedia per un jeans che non entra più. È una continua ed impari lotta alla “pancetta”, al seno un po’ allentato; mai una volta che si vedano un paio di gambe leggermente divergenti, due occhi che non ti guardino con finta ingenuità tra le ciglia curate come un arabesco. Se questi sono i “valori” oggi in auge è logico che si ripercorre la strada di Dorian Gray. Dorian è un bellissimo giovane ed un pittore lo ritrae in modo meraviglioso e ciò non fa altro che esaltare le fattezze del giovane il quale ottiene, con uno scellerato patto, che le inevitabili tracce di decadenza fisica si manifestino sul quadro e non sul suo corpo. La tela viene relegata in soffitta e quando le fattezze sono diventate uno sfacelo, risultato di una vita libertina senza freni, Dorian prende il pugnale e si avventa su di essa per distruggerla, ma così facendo trafigge se stesso. Quanti Dorian Gray, fragili, pavidi, insicuri, hanno relegato le loro anime in soffitta ben sapendo che quando le vedranno, inesorabilmente, saranno portati al suicidio. Quali modelli proporre allora per incoraggiarli ad essere consapevoli della bellissima stagione che vivono, per indurli ad aprire il loro cuore, per far loro intendere che non sono soli? Essere come la maggior parte di voi che mi leggete. Un paio di mani incallite, due ginocchia ispessite per il troppo lavoro o la costante preghiera, un po’ di tempo sottratto al maquillage sempre più esigente per offrirlo a chi chiede attenzione, un capo di vestiario portato ancora, anche se non più di moda. So per certo che esistono persone così, cito per tutti la mia cara amica Tina. Martyin Luter King, Budda, Gandhi, sono ancora validi esempi e Gesù con una frase che non ammette divagazioni ha detto: «… chi ama la propria vita la perderà; chi perde la propria vita per causa mia la ritroverà». Il corpo, la salute, la bellezza, la simpatia, il fascino, sono tutti doni da non trascurare, ma non devono essere fine a se stessi, devono essere spesi, “perduti” per qualcuno, per qualcosa. «…Chi vuol essere grande tra di voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti». È il servizio fatto per amore, se si ascoltassero di più queste semplici parole si respirerebbe meglio e non ci sarebbero più in giro i poveri e gli scontenti ma, pur nella sofferenza, gente più serena che gusta la bellezza del vivere in questo mondo. Bisogna far capire ai nostri giovani che nella vita, così come ci è stata data da Dio, non c’è nessun veleno mortale. È scritto nel libro della Sapienza (1,13-15: “capitolo 1, versetti 13-15”): «Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutto per l’esistenza; le creature del mondo sono sane, in esse non c’è veleno di morte, né gli inferi regnano sulla terra, perché la giustizia è immortale». A volte Dio sembra così disattento, eppure «il Padre… fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Matteo 5,45). Dio non è per la sofferenza e la morte, ma è per la felicità e la vita. D’altra parte non basta conoscere il senso della vita per avanzare lungo la strada: molti sanno dare ottimi consigli, ma non sono capaci di fare un passo per migliorarla. Cari giovani nascere è una lotta, ma una lotta per la vittoria. Dobbiamo far fronte al nostro destino per far fruttificare e trasformare la nostra esistenza. Possiamo anche considerare poca cosa tutto ciò di cui disponiamo e tutto ciò che facciamo, questo non significa disprezzare ciò che ci è stato donato. Anche il poco che abbiamo ha molto valore se sappiamo farlo crescere. «Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore», dice S. Giovanni della Croce, e amore significa donare, donare sempre, senza trattenere nulla. Saremo giudicati su quello al quale abbiamo saputo rinunciare per un fine, una carriera, una vita meno patinata ma più a dimensione dello spirito umano, fatto a somiglianza di Dio.
Felice cammino, ad maiora, Aniello Clemente.
2. A te Francesca e ai nostri giovani