Regeni ucciso da agenti fuori controllo. Chi l’ha ammazzato si è subito disfatto del corpo, smentita versione ufficiale

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«Il sangue era ancora fresco quando il cadavere di Giulio Regeni è stato ritrovato nel fossato della strada che collega il Cairo ad Alessandria dove ci sono tracce di frenate brusche». Lo affermano fonti investigative, un elemento di più che porterebbe a pensare che chi ha ucciso il giovane ricercatore italiano aveva molta fretta di sbarazzarsi del suo corpo e, forse, anche quello di agevolare il suo ritrovamento. Anche di questo si occuperà il pool di investigatori scelti tra i Ros dei carabinieri, Scip e il Servizio di cooperazione internazionale di polizia diretto dal napoletano Gennaro Capoluongo. Le indagini del team presente sul posto saranno però condotte su binari differenti da quelle avviate dalle autorità egiziane: dopo le tante contraddizioni manifestate in questi giorni, al momento, non è considerato credibile un reale impegno da parte del Cairo per giungere realmente all’individuazione delle cause della morte di Giulio e dei suoi assassini. Tante sono le ipotesi e ogni strada sarà battuta per giungere alla verità. Eppure la convinzione di fondo – almeno per la nostra diplomazia – resta quella delle prime ore dopo il ritrovamento del cadavere: Regeni è stato ucciso in un carcere egiziano dopo torture e percosse per quel suo interesse, da ricercatore e giornalista, verso il mondo sindacale. Per questo motivo Giulio sarebbe stato sorvegliato e persino filmato dai servizi di sicurezza egiziani. Ecco, qui è l’interrogativo più inquietante per chi ora è al lavoro sul caso: possibile che il presidente egiziano potesse non sapere che i suoi uomini avessero sotto controllo un italiano? E soprattutto, se così fosse, al-Sisi avrebbe mai potuto consentire che questi venisse ucciso senza avere la piena consapevolezza che un episodio così grave potesse portare dei forti disagi diplomatici con un Paese fino ad oggi considerato amico? Il trattamento subito da Regeni non è una novità per i cittadini egiziani che si muovono in ambienti anti-governativi, ma che le stesse metodologie di sevizie e torture possano essere state perpetrate contro un cittadino di un Paese considerato alleato alimenta dubbi e preoccupazioni. Il premier egiziano è giunto al potere nel 2013 grazie a un colpo di Stato contro Morsi, con la complicità dei servizi di sicurezza e dell’esercito che ha guidato sia come Capo di Stato maggiore che in qualità di ministro della Difesa. Sono ambienti che quindi al-Sisi conosce perfettamente. E così nelle ultime ore si sta valutando un’ulteriore ipotesi: Giulio potrebbe essere stato ucciso da membri della polizia «deviati» con il chiaro obiettivo di mettere in difficoltà il presidente egiziano sia sul fronte interno che internazionale. Ambienti forse vicini ai «Fratelli musulmani», ormai messi al bando dall’avvento alla presidenza di al-Sisi. Anche le prime versioni ufficiali da parte della polizia egiziana che additavano la morte di Regeni ad un incidente stradale vengono a questo punto riconsiderate dai nostri apparati come un tentativo di coprire qualcuno tra i propri membri per scongiurare incidenti diplomatici. E lo stesso è avvenuto per quanto riguarda gli «arresti farsa» dell’altro giorno effettuati sempre dalla polizia egiziana. Questi «depistaggi maldestri» – come sono stati definiti dagli ambienti della Farnesina – portano allora a pensare che al-Sisi abbia chiesto ai suoi corpi di polizia di riparare al danno compiuto, causando la morte di Regeni. Per ora si tende ad escludere un coinvolgimento diretto di al-Sisi, ma le indagini faranno il loro corso: quelle autoptiche in Italia e quelle degli investigatori che sono al Cairo. Troppi sono gli interessi che legano i due Paesi, sia economici che geopolitici. In ballo ci sono gli accordi commerciali con l’Eni dopo il ritrovamento degli enormi giacimenti di gas in Egitto, così come sono intensi i rapporti per l’importanza che al-Sisi riveste sullo scacchiere mondiale contro il Daesh. (Valentino Di Giacomo – Il Mattino)

«Il sangue era ancora fresco quando il cadavere di Giulio Regeni è stato ritrovato nel fossato della strada che collega il Cairo ad Alessandria dove ci sono tracce di frenate brusche». Lo affermano fonti investigative, un elemento di più che porterebbe a pensare che chi ha ucciso il giovane ricercatore italiano aveva molta fretta di sbarazzarsi del suo corpo e, forse, anche quello di agevolare il suo ritrovamento. Anche di questo si occuperà il pool di investigatori scelti tra i Ros dei carabinieri, Scip e il Servizio di cooperazione internazionale di polizia diretto dal napoletano Gennaro Capoluongo. Le indagini del team presente sul posto saranno però condotte su binari differenti da quelle avviate dalle autorità egiziane: dopo le tante contraddizioni manifestate in questi giorni, al momento, non è considerato credibile un reale impegno da parte del Cairo per giungere realmente all’individuazione delle cause della morte di Giulio e dei suoi assassini. Tante sono le ipotesi e ogni strada sarà battuta per giungere alla verità. Eppure la convinzione di fondo – almeno per la nostra diplomazia – resta quella delle prime ore dopo il ritrovamento del cadavere: Regeni è stato ucciso in un carcere egiziano dopo torture e percosse per quel suo interesse, da ricercatore e giornalista, verso il mondo sindacale. Per questo motivo Giulio sarebbe stato sorvegliato e persino filmato dai servizi di sicurezza egiziani. Ecco, qui è l’interrogativo più inquietante per chi ora è al lavoro sul caso: possibile che il presidente egiziano potesse non sapere che i suoi uomini avessero sotto controllo un italiano? E soprattutto, se così fosse, al-Sisi avrebbe mai potuto consentire che questi venisse ucciso senza avere la piena consapevolezza che un episodio così grave potesse portare dei forti disagi diplomatici con un Paese fino ad oggi considerato amico? Il trattamento subito da Regeni non è una novità per i cittadini egiziani che si muovono in ambienti anti-governativi, ma che le stesse metodologie di sevizie e torture possano essere state perpetrate contro un cittadino di un Paese considerato alleato alimenta dubbi e preoccupazioni. Il premier egiziano è giunto al potere nel 2013 grazie a un colpo di Stato contro Morsi, con la complicità dei servizi di sicurezza e dell’esercito che ha guidato sia come Capo di Stato maggiore che in qualità di ministro della Difesa. Sono ambienti che quindi al-Sisi conosce perfettamente. E così nelle ultime ore si sta valutando un’ulteriore ipotesi: Giulio potrebbe essere stato ucciso da membri della polizia «deviati» con il chiaro obiettivo di mettere in difficoltà il presidente egiziano sia sul fronte interno che internazionale. Ambienti forse vicini ai «Fratelli musulmani», ormai messi al bando dall’avvento alla presidenza di al-Sisi. Anche le prime versioni ufficiali da parte della polizia egiziana che additavano la morte di Regeni ad un incidente stradale vengono a questo punto riconsiderate dai nostri apparati come un tentativo di coprire qualcuno tra i propri membri per scongiurare incidenti diplomatici. E lo stesso è avvenuto per quanto riguarda gli «arresti farsa» dell’altro giorno effettuati sempre dalla polizia egiziana. Questi «depistaggi maldestri» – come sono stati definiti dagli ambienti della Farnesina – portano allora a pensare che al-Sisi abbia chiesto ai suoi corpi di polizia di riparare al danno compiuto, causando la morte di Regeni. Per ora si tende ad escludere un coinvolgimento diretto di al-Sisi, ma le indagini faranno il loro corso: quelle autoptiche in Italia e quelle degli investigatori che sono al Cairo. Troppi sono gli interessi che legano i due Paesi, sia economici che geopolitici. In ballo ci sono gli accordi commerciali con l’Eni dopo il ritrovamento degli enormi giacimenti di gas in Egitto, così come sono intensi i rapporti per l’importanza che al-Sisi riveste sullo scacchiere mondiale contro il Daesh. (Valentino Di Giacomo – Il Mattino)