Roma. Migliaia in fila per ore alla basilica di San Lorenzo fuori le Mura dove sono esposte le spoglie di Padre Pio

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Roma. Incredibili questi indonesiani, arrivati da Giakarta nella notte di martedì a San Giovanni Rotondo ed ora qui in fila a San Lorenzo fuori le Mura. Sono stati capaci di passare, sfidando jet lag e forza fisica, dalla Messa quasi all’alba di mercoledì mattina che salutava la «partenza» di padre Pio a Roma, compostamente in fila in attesa di entrare nella basilica. «He saw? We did it». Ha visto? Ce l’abbiamo fatta, dice Elita Elita, camicia a fiori con impresso il volto di padre Pio. Sono in cinquanta, accompagnati dal padre spirituale, Paulino Mardame, un frate cappuccino dell’ Indonesia, insieme ad una guida specializzata Jono anche lui in abbigliamento francescano, camicia disseminata di tau, il simbolo francescano. Anche loro, sia pure in cinquanta, stasera comporranno l’attesa fiumana di popolo nella processione che attraverserà Roma fino a via della Conciliazione: padre Pio e il suo confratello Leopoldo Mandic saranno accolti con tutti gli onori nella Basilica di San Pietro. Un successo storico, una vendetta consumata dopo cento anni, avversato dalla Chiesa in vita e santificato in morte. Le sue spoglie saranno deposte presso l’altare della Cattedra Papale. A San Lorenzo fuori le Mura, per il secondo giorno consecutivo, un bagno di folla di fedeli per padre Pio con la gioia di quei venditori di fiori tutt’intorno al Verano che, nel giro di poche ore, si sono immediatamente riconvertiti: panini a cinque euro, una bottiglietta di acqua minerale due euro, cinque euro per una Coca Cola o una Fanta. I fedeli in fila sono migliaia e migliaia, pazientemente in coda in attesa di attraversare quel metal-detector che è l’ultima frontiera della ferrea sicurezza. L’umanità sfila, spinta da quell’insondabile senso di religiosità e di devozione nei confronti di un santo nato contadino. Padre Pio non era un teologo, ma un santo vissuto e cresciuto in quella fetta di Mezzogiorno d’Italia dove i santi più conosciuti ed amati sono stati santi «piagati», esempio di macerazione fisica, santi guaritori. Un mondo magico e sensitivo, avrebbe detto l’etnologo Ernesto De Martino, morto giusto cinquant’anni fa. Per lui quel sud religioso era «la terra del rimorso», un po’ magia e un po’ feticismo. Fu padre Pio a rispondere e, forse, anche a perdonare l’etnologo: «Sapete meglio di me che cosa siano le passioni religiose di popolo ardente e d’istinti ancora primitivi». Il teologo della fede senza legittimazione della ragione viene accolto con tutti gli onori in Vaticano. Ecco la gente che arriva dinanzi a questo parallelepipedo di plexigas, l’ultima trasparente visione prima di organizzare un pensiero, di invocare una grazia, sostare per un selfie o per una foto con quel volto di cera. C’è il papà con il figlio disabile che non chiede la grazia per una impossibile guarigione ma invoca padre Pio perché assista «il mio ragazzo quando io non ci sarò più». C’è la nonna con un indumento di un nipote malato, ci sono fedeli che pregano e accarezzano il sarcofago di plexigas. Ci saranno anche curiosi, ma sono davvero in pochi quelli che non fanno almeno l’elementare segno della croce. I pellegrini sono andati aumentando per tutta la giornata, con tempi di attesa per l’ingresso che hanno superato le due ore e mezza. A mezzanotte sono state chiuse le porte di San Lorenzo fuori le Mura. Nel corso della notte le reliquie di padre Pio e di padre Leopoldo Mandic, l’altro santo cappuccino «chiamato» da Papa Francesco per l’anno della Misericordia, sono state trasferite nella chiesa di san Salvatore Lauro, la parrocchia romana, in via dei Coronari, dietro piazza Navona, che ospita i romani del gruppo di preghiera padre Pio. Ma è anche la chiesa romana che conserva un mantello di padre Pio, un guanto che usava per coprire le stigmate, alcune gocce del suo sangue, bende insanguinate e una stola con cui inaugurò l’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza. Le spoglie del Cappuccino santo rimarranno a Roma fino a giovedì prossimo quando, dopo una sosta di tre giorni a Pietrelcina, paese natio di Francesco Pio Forgione, faranno ritorno a San Giovanni Rotondo. Il viaggio di ritorno sarà lo stesso dell’andata, sull’autostrada Bari-Pescara-Roma. Non c’è stato cavalcavia, sugli oltre quattrocento chilometri di distanza dal convento alla Capitale, che non abbia ospitato decine di fedeli per un saluto dall’alto, con un fazzoletto bianco, al passaggio del corteo. Contadini in ginocchio ai bordi delle strade, le coperte sui balconi di San Marco in Lamis, la sosta obbligata allo svincolo di San Severo, invocata da centinaia di fedeli. E poi quel segno della croce di uno sbigottito camionista kossovaro, fermo da quattro giorni all’autogrill di Torre Fantine per un guasto al suo tir. Ha chiesto ai frati di chi fosse quel corpo così omaggiato, all’improvviso. Gli hanno dovuto rispondere in italiano, ma ha capito bene. Mentre decine di persone non sapevano se usare le mani per asciugarsi le lacrime o farsi un selfie, come impone la società dell’immagine. Anche se «passa» padre Pio. (Antonio Manzo – Il Mattino) 

Roma. Incredibili questi indonesiani, arrivati da Giakarta nella notte di martedì a San Giovanni Rotondo ed ora qui in fila a San Lorenzo fuori le Mura. Sono stati capaci di passare, sfidando jet lag e forza fisica, dalla Messa quasi all’alba di mercoledì mattina che salutava la «partenza» di padre Pio a Roma, compostamente in fila in attesa di entrare nella basilica. «He saw? We did it». Ha visto? Ce l’abbiamo fatta, dice Elita Elita, camicia a fiori con impresso il volto di padre Pio. Sono in cinquanta, accompagnati dal padre spirituale, Paulino Mardame, un frate cappuccino dell’ Indonesia, insieme ad una guida specializzata Jono anche lui in abbigliamento francescano, camicia disseminata di tau, il simbolo francescano. Anche loro, sia pure in cinquanta, stasera comporranno l’attesa fiumana di popolo nella processione che attraverserà Roma fino a via della Conciliazione: padre Pio e il suo confratello Leopoldo Mandic saranno accolti con tutti gli onori nella Basilica di San Pietro. Un successo storico, una vendetta consumata dopo cento anni, avversato dalla Chiesa in vita e santificato in morte. Le sue spoglie saranno deposte presso l’altare della Cattedra Papale. A San Lorenzo fuori le Mura, per il secondo giorno consecutivo, un bagno di folla di fedeli per padre Pio con la gioia di quei venditori di fiori tutt’intorno al Verano che, nel giro di poche ore, si sono immediatamente riconvertiti: panini a cinque euro, una bottiglietta di acqua minerale due euro, cinque euro per una Coca Cola o una Fanta. I fedeli in fila sono migliaia e migliaia, pazientemente in coda in attesa di attraversare quel metal-detector che è l’ultima frontiera della ferrea sicurezza. L’umanità sfila, spinta da quell’insondabile senso di religiosità e di devozione nei confronti di un santo nato contadino. Padre Pio non era un teologo, ma un santo vissuto e cresciuto in quella fetta di Mezzogiorno d’Italia dove i santi più conosciuti ed amati sono stati santi «piagati», esempio di macerazione fisica, santi guaritori. Un mondo magico e sensitivo, avrebbe detto l’etnologo Ernesto De Martino, morto giusto cinquant’anni fa. Per lui quel sud religioso era «la terra del rimorso», un po’ magia e un po’ feticismo. Fu padre Pio a rispondere e, forse, anche a perdonare l’etnologo: «Sapete meglio di me che cosa siano le passioni religiose di popolo ardente e d’istinti ancora primitivi». Il teologo della fede senza legittimazione della ragione viene accolto con tutti gli onori in Vaticano. Ecco la gente che arriva dinanzi a questo parallelepipedo di plexigas, l’ultima trasparente visione prima di organizzare un pensiero, di invocare una grazia, sostare per un selfie o per una foto con quel volto di cera. C’è il papà con il figlio disabile che non chiede la grazia per una impossibile guarigione ma invoca padre Pio perché assista «il mio ragazzo quando io non ci sarò più». C’è la nonna con un indumento di un nipote malato, ci sono fedeli che pregano e accarezzano il sarcofago di plexigas. Ci saranno anche curiosi, ma sono davvero in pochi quelli che non fanno almeno l’elementare segno della croce. I pellegrini sono andati aumentando per tutta la giornata, con tempi di attesa per l’ingresso che hanno superato le due ore e mezza. A mezzanotte sono state chiuse le porte di San Lorenzo fuori le Mura. Nel corso della notte le reliquie di padre Pio e di padre Leopoldo Mandic, l’altro santo cappuccino «chiamato» da Papa Francesco per l’anno della Misericordia, sono state trasferite nella chiesa di san Salvatore Lauro, la parrocchia romana, in via dei Coronari, dietro piazza Navona, che ospita i romani del gruppo di preghiera padre Pio. Ma è anche la chiesa romana che conserva un mantello di padre Pio, un guanto che usava per coprire le stigmate, alcune gocce del suo sangue, bende insanguinate e una stola con cui inaugurò l’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza. Le spoglie del Cappuccino santo rimarranno a Roma fino a giovedì prossimo quando, dopo una sosta di tre giorni a Pietrelcina, paese natio di Francesco Pio Forgione, faranno ritorno a San Giovanni Rotondo. Il viaggio di ritorno sarà lo stesso dell’andata, sull’autostrada Bari-Pescara-Roma. Non c’è stato cavalcavia, sugli oltre quattrocento chilometri di distanza dal convento alla Capitale, che non abbia ospitato decine di fedeli per un saluto dall’alto, con un fazzoletto bianco, al passaggio del corteo. Contadini in ginocchio ai bordi delle strade, le coperte sui balconi di San Marco in Lamis, la sosta obbligata allo svincolo di San Severo, invocata da centinaia di fedeli. E poi quel segno della croce di uno sbigottito camionista kossovaro, fermo da quattro giorni all’autogrill di Torre Fantine per un guasto al suo tir. Ha chiesto ai frati di chi fosse quel corpo così omaggiato, all’improvviso. Gli hanno dovuto rispondere in italiano, ma ha capito bene. Mentre decine di persone non sapevano se usare le mani per asciugarsi le lacrime o farsi un selfie, come impone la società dell’immagine. Anche se «passa» padre Pio. (Antonio Manzo – Il Mattino) 

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