Stop profughi. Frontiere, smentita l’esclusione di Atene ma si presidia il confine con la Macedonia

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Il commissario europeo alle migrazioni Dimitris Avramopoulos, greco pure lui, ha smentito seccamente l’ipotesi: «Non esiste alcun piano di isolamento della Grecia», ha detto alla televisione ateniese Mega. E sulla stessa linea si è schierato il ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier in una intervista alla Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung: «Le soluzioni come l’esclusione di alcuni Stati dallo spazio Schengen non risolvono nulla». Ma alla vigilia del primo vertice europeo in cui si parlerà apertamente di chiusura delle frontiere, il pericolo che la Grecia sia isolata fino a nuovo ordine è concreto. Tanto più che già in queste ore pattuglie di Frontex sono al lavoro lungo i confini tra la penisola ellenica e la Macedonia nel tentativo di contenere i flussi, con l’ordine tassativo di respingere verso la Grecia almeno i migranti economici o chi non abbia chiaramente documenti che attestano la nazionalità siriana o irachena. Tra i paesi schierati con più nettezza contro questa ipotesi e contro qualunque disegno di “mini Schengen” c’è, ovviamente, l’Italia. Se passasse la linea di isolare la sola Grecia, sarebbe comunque Roma la seconda vittima di questa politica. «Il tratto di mare tra Albania o Montenegro e Puglia è percorso tutti i giorni anche da semplici gommoni», ragionano al Viminale: «Col confine via terra chiuso, i profughi si sposterebbero tutti su quella rotta». L’Italia si troverebbe di nuovo in emergenza o sottoposta al rischio di essere prima o poi esclusa a sua volta dallo spazio unico europeo. Di fatto, la partita oggi sarà giocata tra due schieramenti contrapposti, con un meccanismo analogo a quello che si era visto a settembre quando tra mille dubbi fu siglata l’intesa sulla redistribuzione dei migranti da Italia e Grecia al resto dell’Unione. Da un lato i falchi di est e nord Europa, decisi a dare segnali drastici per limitare gli arrivi. Dall’altra un inedito asse che contempla non solo Italia, Grecia e Spagna, con le dovute differenze, ma anche Germania e Francia, decise a tenere la barra sulla possibile mediazione. Angela Merkel deve contenere la destra interna al suo partito, ma non vuole tornare indietro sulla linea intrapresa in fatto di accoglienza. Non a caso, giusto ieri, il ministro per la cooperazione Gerd Mueller ha detto alla Bild am Sonntag: «Intensificheremo ancora la nostra cooperazione con la Turchia passando quest’anno da 36 a 50 milioni di euro». Aggiungendo: «La Turchia ha accolto 2,5 milioni di rifugiati siriani, dobbiamo dare a quella gente una prospettiva e per questo diamo il nostro contributo». Una presa di posizione che potrebbe convincere Renzi a rivedere il suono ai tre miliardi di aiuti ad Ankara. Ciò nonostante, per il momento Berlino chiederà di mantenere la chiusura parziale delle sue frontiere almeno fino a maggio, cioè completando i sei mesi massimi di sospensione previsti dal patto firmato nel 1985. Ad aiutare le “colombe” della mediazione sono stati prima il presidente della Bce, Mario Draghi e quindi Cristine Lagarde del Fondo monetario internazionale. Per entrambi il fenomeno dei flussi migratori è «inevitabile». La Lagarde, però, è stata più esplicita parlando chiaramente di un tasso di crescita incrementato dello 0,2% se l’Europa accoglierà i migranti. «La Lagarde e Draghi hanno detto cose credibili che credo dovrebbero far riflettere tutti gli attori in campo sull’impatto positivo delle politiche di accoglienza e integrazione. Le gelosie nazionali in questa ottica hanno poco senso», spiega il prefetto Mario Morcone, titolare del Dipartimento libertà civili e immigrazione del Viminale. Il ministro degli interni Alfano ha anticipato la posizione dell’Italia ieri all’Huffington: «Siamo contrari a passi indietro rispetto a Schengen, ma sì ad un ferreo controllo delle frontiere esterne dell’Unione». Il governo insisterà perché i controlli alle frontiere siano organizzati da una polizia unica, e batterà sul fatto che dopo l’intesa di settembre i fotosegnalamenti dei nuovi arrivati siano ormai al 100%. Per sbloccare l’emergenza, sarà la posizione, bisognerebbe far ripartire i ricollocamenti in Europa dei rifugiati arrivati in Grecia e Italia. (SaraMenafra – Il Mattino)

Il commissario europeo alle migrazioni Dimitris Avramopoulos, greco pure lui, ha smentito seccamente l'ipotesi: «Non esiste alcun piano di isolamento della Grecia», ha detto alla televisione ateniese Mega. E sulla stessa linea si è schierato il ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier in una intervista alla Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung: «Le soluzioni come l'esclusione di alcuni Stati dallo spazio Schengen non risolvono nulla». Ma alla vigilia del primo vertice europeo in cui si parlerà apertamente di chiusura delle frontiere, il pericolo che la Grecia sia isolata fino a nuovo ordine è concreto. Tanto più che già in queste ore pattuglie di Frontex sono al lavoro lungo i confini tra la penisola ellenica e la Macedonia nel tentativo di contenere i flussi, con l'ordine tassativo di respingere verso la Grecia almeno i migranti economici o chi non abbia chiaramente documenti che attestano la nazionalità siriana o irachena. Tra i paesi schierati con più nettezza contro questa ipotesi e contro qualunque disegno di “mini Schengen” c'è, ovviamente, l'Italia. Se passasse la linea di isolare la sola Grecia, sarebbe comunque Roma la seconda vittima di questa politica. «Il tratto di mare tra Albania o Montenegro e Puglia è percorso tutti i giorni anche da semplici gommoni», ragionano al Viminale: «Col confine via terra chiuso, i profughi si sposterebbero tutti su quella rotta». L'Italia si troverebbe di nuovo in emergenza o sottoposta al rischio di essere prima o poi esclusa a sua volta dallo spazio unico europeo. Di fatto, la partita oggi sarà giocata tra due schieramenti contrapposti, con un meccanismo analogo a quello che si era visto a settembre quando tra mille dubbi fu siglata l'intesa sulla redistribuzione dei migranti da Italia e Grecia al resto dell'Unione. Da un lato i falchi di est e nord Europa, decisi a dare segnali drastici per limitare gli arrivi. Dall'altra un inedito asse che contempla non solo Italia, Grecia e Spagna, con le dovute differenze, ma anche Germania e Francia, decise a tenere la barra sulla possibile mediazione. Angela Merkel deve contenere la destra interna al suo partito, ma non vuole tornare indietro sulla linea intrapresa in fatto di accoglienza. Non a caso, giusto ieri, il ministro per la cooperazione Gerd Mueller ha detto alla Bild am Sonntag: «Intensificheremo ancora la nostra cooperazione con la Turchia passando quest'anno da 36 a 50 milioni di euro». Aggiungendo: «La Turchia ha accolto 2,5 milioni di rifugiati siriani, dobbiamo dare a quella gente una prospettiva e per questo diamo il nostro contributo». Una presa di posizione che potrebbe convincere Renzi a rivedere il suono ai tre miliardi di aiuti ad Ankara. Ciò nonostante, per il momento Berlino chiederà di mantenere la chiusura parziale delle sue frontiere almeno fino a maggio, cioè completando i sei mesi massimi di sospensione previsti dal patto firmato nel 1985. Ad aiutare le “colombe” della mediazione sono stati prima il presidente della Bce, Mario Draghi e quindi Cristine Lagarde del Fondo monetario internazionale. Per entrambi il fenomeno dei flussi migratori è «inevitabile». La Lagarde, però, è stata più esplicita parlando chiaramente di un tasso di crescita incrementato dello 0,2% se l'Europa accoglierà i migranti. «La Lagarde e Draghi hanno detto cose credibili che credo dovrebbero far riflettere tutti gli attori in campo sull'impatto positivo delle politiche di accoglienza e integrazione. Le gelosie nazionali in questa ottica hanno poco senso», spiega il prefetto Mario Morcone, titolare del Dipartimento libertà civili e immigrazione del Viminale. Il ministro degli interni Alfano ha anticipato la posizione dell'Italia ieri all'Huffington: «Siamo contrari a passi indietro rispetto a Schengen, ma sì ad un ferreo controllo delle frontiere esterne dell'Unione». Il governo insisterà perché i controlli alle frontiere siano organizzati da una polizia unica, e batterà sul fatto che dopo l'intesa di settembre i fotosegnalamenti dei nuovi arrivati siano ormai al 100%. Per sbloccare l'emergenza, sarà la posizione, bisognerebbe far ripartire i ricollocamenti in Europa dei rifugiati arrivati in Grecia e Italia. (SaraMenafra – Il Mattino)