Sorrento L’angolo del teologo: 6. Alle origini della via pulchritudinis

0

Ho parlato di bellezza e di bontà per esplicitare l’aspetto glorioso della croce ed evidenziarne il si-gnificato di via pulchritudinis, che sollecita lo stupore e la meraviglia per la vita e per tutto il creato come opera d’arte divina, un percorso sempre attuale per l’evangelizzazione e attraverso il quale l’uomo matura la dimensione simbolica della sua esistenza cioè l’essere in comunione con l’Assoluto . Come la veduta di un paesaggio si fa completa e avvincente quando lo si scorge dall’alto di una vetta, magari faticosamente conquistata, così la croce offre la visuale appropriata per considerare l’agire cristiano in quanto tale . Se l’evento pasquale, pertanto, non è un semplice fatto consegnato al passato, deve connotare radicalmente l’esistenza del cristiano, plasmandone la figura e orientandone l’agire . Vale la pena di scrutare le radici bibliche della bellezza e di vedere come il giudaismo le ha reinterpretate. Proprio nell’ambigua complessità dei suoi volti la bellezza solleva la sfida radicale: l’uomo, creato bello da Dio, come può sopportare di entrare in un mondo di tenebre, assai diverso da Dio? Per rispondere a questa domanda non c’è altra via che quella di una radicale trasformazione dell’idea che abbiamo di Dio e della sua bellezza: solo se Dio fa sua la sofferenza del mondo abbandonato al male, solo se egli entra nelle tenebre della miseria umana, il dolore è redento ed è vinta la morte. Sta qui la tragicità che non si può eliminare dalla conoscenza del bello: non si arriva alla luce che attraverso la croce, che accettando l’uomo in cui non c’è bellezza. Forse non tutti, ma certo la curiosità credente e amante, prima o poi si spinge a questa indiscrezione sull’umanità di Gesù chiedendosi che aspetto abbia mai avuto Gesù di Nazareth. Ma deve arrendersi al fatto che non lo possiamo sapere. I vangeli canonici non ci dicono nulla sull’aspetto di Gesù, tanto meno gli apocrifi e nemmeno abbiamo raffigurazioni artistiche di Gesù prima del IV secolo (eccetto le raffigurazioni prese in prestito da antichi modelli pagani: Gesù pastore, Gesù-Orfeo, Cristo-Elios, Gesù filosofo o taumaturgo…) . Ovviamente anche i primi cristiani si sono posti questa domanda, ma quando ormai era troppo tardi per recuperare qualche informazione a riguardo . La tradizione giudaica del resto aveva vietato nel decalogo di farsi immagini destinate ad essere adorate come divinità (Es 20,4; Lv 26,1; Dt 6,13ss; Sal 96) . Ad un certo punto però la questione dell’aspetto di Gesù diventa teologicamente importante. Perché se il corpo che Cristo ha assunto è vero, e non apparente, allora sapere qualcosa del suo aspetto corporeo diventa significativo: vuole dire prendere sul serio l’incarnazione. Secondo un assioma filosofico antico Dio non può nascere e non può patire, la divinità è impassibile. Per gli gnostici il Cristo divino si è quindi incarnato in una carne finta, apparente (docetismo) . In questo ambito emerge una tradizione che parla di vari aspetti della figura di Gesù, della sua bellezza o bruttezza, perché appunto la sua carne era un’apparenza. All’interno di questo universo doceta c’è un’implicita identificazione tra divinità, spirito, bontà e bellezza da una parte e materia, corpo, male, bruttezza dall’altra. Benché certi testi gnostici siano i primi a trattare della bellezza di Gesù, il riferimento alla bellezza di Cristo non riguarda il Gesù storico, corporeo, ma la sua forma gloriosa di risorto, la forma Dei. La bruttezza di Gesù viene invece spiegata come un «inganno» del Salvatore divino: «… perché ti assimili a Dio tuo Signore che nascose la sua maestà, apparve in un corpo e noi, vedendolo, credemmo che fosse mortale, ma poi egli si voltò e ci precipitò nell’abisso. Noi non lo conoscevamo avendoci egli ingannato con il suo aspetto umile, con la sua indigenza e povertà. Al vederlo pensammo che fosse uno dei figli degli uomini, ignorammo che egli era il datore di vita di tutta l’umanità…» (Atti di Tommaso, 45).
Diventiamo testimoni di bellezza nella nostra debolezza, ad maiora, Aniello Clemente.
mail: aniello_clemente@libero.itHo parlato di bellezza e di bontà per esplicitare l’aspetto glorioso della croce ed evidenziarne il si-gnificato di via pulchritudinis, che sollecita lo stupore e la meraviglia per la vita e per tutto il creato come opera d’arte divina, un percorso sempre attuale per l’evangelizzazione e attraverso il quale l’uomo matura la dimensione simbolica della sua esistenza cioè l’essere in comunione con l’Assoluto . Come la veduta di un paesaggio si fa completa e avvincente quando lo si scorge dall’alto di una vetta, magari faticosamente conquistata, così la croce offre la visuale appropriata per considerare l’agire cristiano in quanto tale . Se l’evento pasquale, pertanto, non è un semplice fatto consegnato al passato, deve connotare radicalmente l’esistenza del cristiano, plasmandone la figura e orientandone l’agire . Vale la pena di scrutare le radici bibliche della bellezza e di vedere come il giudaismo le ha reinterpretate. Proprio nell’ambigua complessità dei suoi volti la bellezza solleva la sfida radicale: l’uomo, creato bello da Dio, come può sopportare di entrare in un mondo di tenebre, assai diverso da Dio? Per rispondere a questa domanda non c’è altra via che quella di una radicale trasformazione dell’idea che abbiamo di Dio e della sua bellezza: solo se Dio fa sua la sofferenza del mondo abbandonato al male, solo se egli entra nelle tenebre della miseria umana, il dolore è redento ed è vinta la morte. Sta qui la tragicità che non si può eliminare dalla conoscenza del bello: non si arriva alla luce che attraverso la croce, che accettando l’uomo in cui non c’è bellezza. Forse non tutti, ma certo la curiosità credente e amante, prima o poi si spinge a questa indiscrezione sull’umanità di Gesù chiedendosi che aspetto abbia mai avuto Gesù di Nazareth. Ma deve arrendersi al fatto che non lo possiamo sapere. I vangeli canonici non ci dicono nulla sull’aspetto di Gesù, tanto meno gli apocrifi e nemmeno abbiamo raffigurazioni artistiche di Gesù prima del IV secolo (eccetto le raffigurazioni prese in prestito da antichi modelli pagani: Gesù pastore, Gesù-Orfeo, Cristo-Elios, Gesù filosofo o taumaturgo…) . Ovviamente anche i primi cristiani si sono posti questa domanda, ma quando ormai era troppo tardi per recuperare qualche informazione a riguardo . La tradizione giudaica del resto aveva vietato nel decalogo di farsi immagini destinate ad essere adorate come divinità (Es 20,4; Lv 26,1; Dt 6,13ss; Sal 96) . Ad un certo punto però la questione dell’aspetto di Gesù diventa teologicamente importante. Perché se il corpo che Cristo ha assunto è vero, e non apparente, allora sapere qualcosa del suo aspetto corporeo diventa significativo: vuole dire prendere sul serio l’incarnazione. Secondo un assioma filosofico antico Dio non può nascere e non può patire, la divinità è impassibile. Per gli gnostici il Cristo divino si è quindi incarnato in una carne finta, apparente (docetismo) . In questo ambito emerge una tradizione che parla di vari aspetti della figura di Gesù, della sua bellezza o bruttezza, perché appunto la sua carne era un’apparenza. All’interno di questo universo doceta c’è un’implicita identificazione tra divinità, spirito, bontà e bellezza da una parte e materia, corpo, male, bruttezza dall’altra. Benché certi testi gnostici siano i primi a trattare della bellezza di Gesù, il riferimento alla bellezza di Cristo non riguarda il Gesù storico, corporeo, ma la sua forma gloriosa di risorto, la forma Dei. La bruttezza di Gesù viene invece spiegata come un «inganno» del Salvatore divino: «… perché ti assimili a Dio tuo Signore che nascose la sua maestà, apparve in un corpo e noi, vedendolo, credemmo che fosse mortale, ma poi egli si voltò e ci precipitò nell’abisso. Noi non lo conoscevamo avendoci egli ingannato con il suo aspetto umile, con la sua indigenza e povertà. Al vederlo pensammo che fosse uno dei figli degli uomini, ignorammo che egli era il datore di vita di tutta l’umanità…» (Atti di Tommaso, 45).
Diventiamo testimoni di bellezza nella nostra debolezza, ad maiora, Aniello Clemente.
mail: aniello_clemente@libero.it