Il sogno di Giuseppe D´Angelo

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Solisti di cartello hanno tenuto a battesimo il concerto dell’Associazione Culturale Bandistica “Città di Palinuro” che ha concluso i festeggiamenti di S’Antonio del Porto

“Non c’è sabato senza sole” è il detto che segue il vascello fantasma dell’Olandese Volante di wagneriana memoria, che nel fine settimana sembra abbia abbattuto la sua maledizione sulle coste cilentane. In una giornata da tregenda, purtroppo, neanche il Sant’Antonio del porto di Palinuro, che non ha potuto ricevere l’abbraccio dei fedeli nel suo mare, a causa della forte libecciata, è riuscito a rinnovare il miracolo, trasportato a spalla per tutto il paese, unitamente alla Madonna di Portosalvo e a San Francesco da Paola. In serata la pioggia ha, però, graziato la performance del “Gran Concerto Bandistico Città di Palinuro”, una formazione che ha visto ingaggiati prestigiosi solisti, quali Franco Toriello, flicornino, Domenico Saggiomo, flicorno soprano, Alberto Barba, flicorno tenore e Gennaro Cozza, flicorno baritono, nonché esperti musicanti, per far debuttare “in casa”, una quindicina gli allievi della neo-nata scuola musicale diretta da Giuseppe D’Angelo, ferroviere in pensione, e Olindo Ciccarino, ottantaduenne clarinettista. Giuseppe D’Angelo, allievo del M° Franco Toriello, in una piazza purtroppo divisa da infiniti livori di esponenti di bande e formazioni dei paesini viciniori, che ha visto subito questa formazione loro concorrente nella corsa commerciale all’accaparramento delle feste patronali, ha coronato il suo sogno di porsi alla testa di un complesso bandistico che portasse il nome del proprio luogo natio, per lanciare un chiaro segnale alla cittadinanza di non lesinare investimenti nell’educazione alla musica, poiché, per i giovanissimi, l’arte è l’ unica uscita di sicurezza di una società che sta avviandoci al nichilismo più oscuro. Dopo l’esecuzione della marcia di prammatica, che per l’occasione è stata “Marchesina” di Francesco Marchesiello, sotto un cielo minaccioso, si è deciso di attaccare subito il pezzo clou della serata, una fantasia sulle romanze della Traviata di Giuseppe Verdi. In cattedra è salito il flicornino di Franco Toriello, il quale ha dato voce a Violetta, con il suo suono che raggiunge quell’equilibrio sottilissimo tra la fluidità orizzontale delle pagine in cui sparisce il vecchio concetto del tempo metronomico, che si trasforma in catalizzatore di fenomeni e la densità timbrica di un suono iridescente e omogeneo, curato spasmodicamente nel dettaglio, nella nuance sottratto per sempre alle lusinghe di un mero edonismo musicale. Un suono che speriamo abbia acceso una scintilla negli allievi, ovvero la volontà di andare oltre il suono, il ritmo, oltre se stessi, inseguendo quel profumo del rischio e dell’azzardo che rende memorabile un’esecuzione e la vita stessa. Sacrificato, invece,  il flicorno baritono di Gennaro Cozza in “Pura sì come un angelo”, da una scelta di tempi, da parte del direttore, eccessivamente lenta, venuto poi, bene fuori, insieme all’Alfredo di Alberto Barba nel concertato finale del II atto, che veste perfettamente la banda, con le sue oscurità, che diviene quasi rappresentante di quella società pesante e ottusa, specchio della loro volgarità, che decreta compiuto il destino di Traviata. Tradizionali fiori per Giuseppe D’Angelo, con presentazione e applausi, dell’intera piazza di Palinuro, per i solisti e i giovanissimi che hanno partecipato all’esecuzione, unitamente al direttivo dell’associazione, composto dal Presidente Salvatore Martuscelli, dal suo vice Antonio Cusati e dal responsabile amministrativo Francesca Cusati, sulle note della marcia di Radetsky e del canto degli Italiani, scelta questa altamente antistorica, ma concerto di Capodanno docet, che è divenuta  preludio alla Vienna di Franz Lehàr , schizzata nella sua “Vedova Allegra”, di cui è stata eseguita una fantasia. Apprezzabili i solisti a cui sono stati affidati i ruoli principali, con Franco Toriello, una indovinata Anna Glavari,  straripante ricchezza di personalità, riserbo, compostezza e grande tecnica, unita a doti di pregnante intensità che hanno esaltato l’aria di “Vilia, o Vilia, ninfa del bosco”, come il Conte Danilo Danilowitsch,  dentro il cui frac si celava Alberto Barba, che  non ha avuto alcuna difficoltà nel cesellare i preziosismi del duetto Tace il labbro. Finale con un canzoniere dedicato alle melodie degli anni ’60, firmato dallo stesso Giuseppe D’Angelo, che, nell’armonizzazione, ha peccato nel movimento delle parti, appiattendosi sulla melodia e a mezzanotte in punto l’evocazione degli impasti ferrigni di Turandot e degli ardimenti vocali di Calaf, con il “Nessun dorma”, ha chiuso la serata. Le aspettative sono ora interamente riposte negli aspiranti musicanti, i quali dovranno impegnarsi seriamente negli studi musicali e consegnare uno strumento (possibilmente a fiato), tra le mani di ognuno dei propri amici, per comporre una banda che il prossimo anno possa significativamente appellarsi “Città di Palinuro”.

Olga Chieffi

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