Quarti di finale di Coppa Italia il Napoli non vuole porsi limiti.Stasera ore 20,45

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SARRI 
Gioco e idee per la scalata

Per il tecnico che sta guidando la serie A un’altra prova di maturità, in una stagione che potrebbe rivelarsi indimenticabile

La classe (teoricamente) operaia va alla ricerca del Paradiso: con la tuta addosso, lo sguardo perso nella nuvola di fumo e avvolgendosi in un tridente, ch’è la nuova frontiera di Sarri, la sintesi d’una versatilità scovata guardandosi dentro, uscendo dal “rombo” e consegnandosi la pazza idea di attraversare Napoli meravigliosamente, trascinandola alla soglia del delirio. Il calcio verticale è l’idea rivoluzionaria, la scelta d’una vita confinata ai margini d’un talento che invece è esploso ad Empoli ed è andato progredendo in cinque mesi sublimi, la rappresentazione d’una cultura che va in controtendenza con il “sistema” e privilegia lo spettacolo alla praticità, perché osare è un dovere e però pure il diritto di credere in se stesso, magari lasciandosi anche sfiorare da un’ipotesi di triplete ch’è nei fatti: un’opzione realizzabile, non un’esagerazione, una teoria e non una teorema, magari una suggestione mai un atto di presunzione. 

 
L’EXPLOIT. Quando Maurizio Sarri decise d’ascoltare la propria coscienza, di rivoltarla (tatticamente, strategicamente), restava comunque quella scia luminosa d’un football trasversale, così pienamente provinciale e pure così straordinariamente aristocratico, così ritmato e così organizzato: mica semplice prendere la propria eredità ed accomodarla sul tavolino, disegnandoci intorno nuove diagonali di passaggio, allargando il campo e però stringendolo anche. Fu come rimettersi in gioco, però partendo da contenuti solidi, e comunque rappresentò un rischio: fosse andata male, pensateci un po’, si sarebbe sgretolata la leggenda metropolitana d’un calcio che non ha confini e, soprattutto, sarebbero emersi i processi intentati presumibilmente alla coerenza. Sarri non è cambiato, non ha buttato né l’acqua sporca e né il bambino, s’è calato nel Napoli, l’ha studiato, l’ha “denudato” e da lui s’è fatto “spogliare”, virtualmente l’ha scomposto e poi lo ha rimodellato a proprio uso e consumo, perché intanto sembra migliorato pure lui, arricchito da quella enormità di fuoriclasse – i Reina, gli Higuain, gli Insigne, i Mertens – irrobustito dalla vastità di un organico empaticamente incollatosi a quest’uomo senza giacca e cravatta e né etichette. Pure la genialità va allenata. 
 
GIOCO, DUNQUE VINCO. Invece la trasgressione al principio ha spinto a riprodurre in laboratorio – e attraverso gli identici concetti – una espressione egualmente elegante, anzi incantevole e per lunghi tratti sontuosa, il senso pieno dell’estetica che costringe a scavare nei libri per andare a cercare somiglianze con il passato che ora sembra sia in salsa catalana, perché rievoca il tiki-taka, ma che a lungo rapisce, con la sontuosità del palleggio “stretto” e riconduce all’espressione del calcio totale olandese, in Italia il gioco corto di Viciani, al momento il modernismo partenopeo di Maurizio Sarri. Napoli-Inter non è una banalissima partita e, storcete pure il muso, non c’è una gara che valga meno delle altre, una coppa che appartenga ad un dio minore: le bacheche reclamano trofei almeno quanto la critica e basta poco, niente, magari un’eliminazione, per rimettere in discussione quelle che ora appaiono (quasi come) certezze e rifugiarsi nelle ovvietà da bar dello sport. Napoli-Inter diventa Sarri vs Mancini è diviene la tappa d’avvicinamento verso la perfezione inseguita partendo da Stia, un quarto di secolo fa, quando Maurizio Sarri scelse di fare di testa sua, di lasciare il posto fisso (in banca) e di azzardare attraverso una via nuova, con destinazione ignota: campionato, coppa Italia, Europa League, adesso c’è tutto a portata di mano, un tavolone imbandito per appagare la fame e certificare la freschissima fama. E’ la classica serata in cui bisogna semplicemente restare se stesso: poi che sia un passettino avanti per cominciare a costruirsi un altarino con tracce di triplete o semplicemente il nulla, con la tuta addosso sarà agevole tornare in officina per ascoltare il rombo del motore con cui ripartire. 

Mancini stasera con il Napoli in Coppa vuole la svolta

 
 
SARRI 
Gioco e idee per la scalata
Per il tecnico che sta guidando la serie A un’altra prova di maturità, in una stagione che potrebbe rivelarsi indimenticabile
La classe (teoricamente) operaia va alla ricerca del Paradiso: con la tuta addosso, lo sguardo perso nella nuvola di fumo e avvolgendosi in un tridente, ch’è la nuova frontiera di Sarri, la sintesi d’una versatilità scovata guardandosi dentro, uscendo dal “rombo” e consegnandosi la pazza idea di attraversare Napoli meravigliosamente, trascinandola alla soglia del delirio. Il calcio verticale è l’idea rivoluzionaria, la scelta d’una vita confinata ai margini d’un talento che invece è esploso ad Empoli ed è andato progredendo in cinque mesi sublimi, la rappresentazione d’una cultura che va in controtendenza con il “sistema” e privilegia lo spettacolo alla praticità, perché osare è un dovere e però pure il diritto di credere in se stesso, magari lasciandosi anche sfiorare da un’ipotesi di triplete ch’è nei fatti: un’opzione realizzabile, non un’esagerazione, una teoria e non una teorema, magari una suggestione mai un atto di presunzione. 
 
L’EXPLOIT. Quando Maurizio Sarri decise d’ascoltare la propria coscienza, di rivoltarla (tatticamente, strategicamente), restava comunque quella scia luminosa d’un football trasversale, così pienamente provinciale e pure così straordinariamente aristocratico, così ritmato e così organizzato: mica semplice prendere la propria eredità ed accomodarla sul tavolino, disegnandoci intorno nuove diagonali di passaggio, allargando il campo e però stringendolo anche. Fu come rimettersi in gioco, però partendo da contenuti solidi, e comunque rappresentò un rischio: fosse andata male, pensateci un po’, si sarebbe sgretolata la leggenda metropolitana d’un calcio che non ha confini e, soprattutto, sarebbero emersi i processi intentati presumibilmente alla coerenza. Sarri non è cambiato, non ha buttato né l’acqua sporca e né il bambino, s’è calato nel Napoli, l’ha studiato, l’ha “denudato” e da lui s’è fatto “spogliare”, virtualmente l’ha scomposto e poi lo ha rimodellato a proprio uso e consumo, perché intanto sembra migliorato pure lui, arricchito da quella enormità di fuoriclasse – i Reina, gli Higuain, gli Insigne, i Mertens – irrobustito dalla vastità di un organico empaticamente incollatosi a quest’uomo senza giacca e cravatta e né etichette. Pure la genialità va allenata. 
 
GIOCO, DUNQUE VINCO. Invece la trasgressione al principio ha spinto a riprodurre in laboratorio – e attraverso gli identici concetti – una espressione egualmente elegante, anzi incantevole e per lunghi tratti sontuosa, il senso pieno dell’estetica che costringe a scavare nei libri per andare a cercare somiglianze con il passato che ora sembra sia in salsa catalana, perché rievoca il tiki-taka, ma che a lungo rapisce, con la sontuosità del palleggio “stretto” e riconduce all’espressione del calcio totale olandese, in Italia il gioco corto di Viciani, al momento il modernismo partenopeo di Maurizio Sarri. Napoli-Inter non è una banalissima partita e, storcete pure il muso, non c’è una gara che valga meno delle altre, una coppa che appartenga ad un dio minore: le bacheche reclamano trofei almeno quanto la critica e basta poco, niente, magari un’eliminazione, per rimettere in discussione quelle che ora appaiono (quasi come) certezze e rifugiarsi nelle ovvietà da bar dello sport. Napoli-Inter diventa Sarri vs Mancini è diviene la tappa d’avvicinamento verso la perfezione inseguita partendo da Stia, un quarto di secolo fa, quando Maurizio Sarri scelse di fare di testa sua, di lasciare il posto fisso (in banca) e di azzardare attraverso una via nuova, con destinazione ignota: campionato, coppa Italia, Europa League, adesso c’è tutto a portata di mano, un tavolone imbandito per appagare la fame e certificare la freschissima fama. E’ la classica serata in cui bisogna semplicemente restare se stesso: poi che sia un passettino avanti per cominciare a costruirsi un altarino con tracce di triplete o semplicemente il nulla, con la tuta addosso sarà agevole tornare in officina per ascoltare il rombo del motore con cui ripartire. 

Mancini stasera con il Napoli in Coppa vuole la svolta