Golfo di Napoli. Pescatori di frodo, corallo a rischio. Appello dell’associazione di fotografi e cineoperatori subacquei

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Gli sciacalli hanno messo le mani sul corallo del Golfo di Napoli. Lo scempio, secondo la denuncia dell’Italian Underwater Photography Society (Iups), associazione di fotografi e cineoperatori subacquei, si sta consumando nell’area protetta «Regno di Nettuno», tratto di mare tra i più ricchi del Mediterraneo e sede della più antica stazione zoologica d’Europa, la Anton Dohrn di Napoli, fondata nel 1872. Lo racconta in un reportage pubblicato sul sito dell’Iups il sub Eduardo Ruspantini, che durante alcune immersioni nello specchio d’acqua tra Procida e Ischia ha fotografato intere colonie di coralli intrappolate nelle reti dei pescatori. «Gli scatti fatti negli ultimi due mesi – spiega Ruspantini – testimoniano la situazione delle parete di Punta Pizzaco a Procida, uno dei fondali coralligeni più spettacolari del Mediterraneo, deturpato da decine di metri di reti abbandonate che ricoprono in verticale le rocce, intrappolando tra le maglie intere colonie ramificate di corallo rosso. Molti rami sono già spezzati e danneggiati. Queste reti sono presenti solo da alcuni mesi, ce ne sono perlomeno tre lungo la parete e le abbiamo già segnalate». Ruspantini, nel suo reportage, accende i riflettori sulla pesca di frodo che negli ultimi diciotto mesi si è intensificata: «Da sempre nei fondali di Procida e Ischia viene svolta l’attività illecita di pesca del corallo, ma nell’ultimo anno e mezzo abbiamo avuto l’evidenza visiva del prelievo per il conseguente chiaro depauperamento delle colonie di corallo rosso presenti a Punta Pizzaco e Punta Solchiaro sempre a Procida, e Punta Sant’Angelo a Ischia, una zona a tutela integrale dove sono consentite solo immersioni sportive guidate e contingentate come numero». Secondo la ricognizione fatta da Ruspantini, il corallo sarebbe stato pescato illegalmente sia «a una profondità appena superiore ai limiti ricreativi di 38-45 metri, sia a profondità più elevate tra 45 e 70 metri. Certamente il corallo è stato anche pescato, nel caso di Punta Solchiaro e Punta Sant’Angelo, a profondità prossime ai 100 metri, anche se in questo caso non ho avuto la possibilità di constatarlo personalmente. Ed infine abbiamo tutti i motivi per credere che il corallo sia stato pescato anche in piena zona A di riserva integrale che include la Secca della Catena, tra Procida e Ischia, chiusa da anni alle immersioni e quindi naturalmente fuori dal controllo che la presenza dei subacquei sportivi e professionisti garantisce». Dunque, un fenomeno in crescita sul quale chiede attenzione massima il presidente di Assocoral che riunisce gli operatori del settore corallo di Torre del Greco. «Al momento – dice Tommaso Mazza – non esiste una vera mappatura dei banchi di corallo che crescono nel Golfo di Napoli dove è vietato pescare e dove storicamente i nostri artigiani non si sono mai approvvigionati. Anche le antiche coralline prendevano il largo verso la Sardegna e la Sicilia. Proprio come fanno i nostri commercianti: i laboratori artigianali torresi comprano corallo dal Marocco, dalla Tunisia, dalla Corsica, dalla Spagna e dalla Sardegna. Non certo da gente irresponsabile e senza scrupolo che deturpa l’ambiente e danneggia la flora e la fauna del Golfo di Napoli. Per questo spero che possa nascere una proficua collaborazione con i sub sportivi, fondamentale per combattere e sconfiggere i pescatori illegali. Per tutelare le colonie del nostro corallo di cui non conosciamo tipologia, qualità e quantità, è necessario fare una vera mappatura: un progetto ambizioso che sarà possibile portare avanti solo con l’aiuto di esperti subacquei. È interesse di tutti – conclude il presidente di Assocoral – lottare contro la pesca di frodo perché alimenta attività sommerse che danneggiano l’ambiente, la filiera e l’intera categoria». (Mariella Romano – Il Mattino)

Gli sciacalli hanno messo le mani sul corallo del Golfo di Napoli. Lo scempio, secondo la denuncia dell’Italian Underwater Photography Society (Iups), associazione di fotografi e cineoperatori subacquei, si sta consumando nell’area protetta «Regno di Nettuno», tratto di mare tra i più ricchi del Mediterraneo e sede della più antica stazione zoologica d’Europa, la Anton Dohrn di Napoli, fondata nel 1872. Lo racconta in un reportage pubblicato sul sito dell’Iups il sub Eduardo Ruspantini, che durante alcune immersioni nello specchio d’acqua tra Procida e Ischia ha fotografato intere colonie di coralli intrappolate nelle reti dei pescatori. «Gli scatti fatti negli ultimi due mesi – spiega Ruspantini – testimoniano la situazione delle parete di Punta Pizzaco a Procida, uno dei fondali coralligeni più spettacolari del Mediterraneo, deturpato da decine di metri di reti abbandonate che ricoprono in verticale le rocce, intrappolando tra le maglie intere colonie ramificate di corallo rosso. Molti rami sono già spezzati e danneggiati. Queste reti sono presenti solo da alcuni mesi, ce ne sono perlomeno tre lungo la parete e le abbiamo già segnalate». Ruspantini, nel suo reportage, accende i riflettori sulla pesca di frodo che negli ultimi diciotto mesi si è intensificata: «Da sempre nei fondali di Procida e Ischia viene svolta l’attività illecita di pesca del corallo, ma nell’ultimo anno e mezzo abbiamo avuto l’evidenza visiva del prelievo per il conseguente chiaro depauperamento delle colonie di corallo rosso presenti a Punta Pizzaco e Punta Solchiaro sempre a Procida, e Punta Sant’Angelo a Ischia, una zona a tutela integrale dove sono consentite solo immersioni sportive guidate e contingentate come numero». Secondo la ricognizione fatta da Ruspantini, il corallo sarebbe stato pescato illegalmente sia «a una profondità appena superiore ai limiti ricreativi di 38-45 metri, sia a profondità più elevate tra 45 e 70 metri. Certamente il corallo è stato anche pescato, nel caso di Punta Solchiaro e Punta Sant’Angelo, a profondità prossime ai 100 metri, anche se in questo caso non ho avuto la possibilità di constatarlo personalmente. Ed infine abbiamo tutti i motivi per credere che il corallo sia stato pescato anche in piena zona A di riserva integrale che include la Secca della Catena, tra Procida e Ischia, chiusa da anni alle immersioni e quindi naturalmente fuori dal controllo che la presenza dei subacquei sportivi e professionisti garantisce». Dunque, un fenomeno in crescita sul quale chiede attenzione massima il presidente di Assocoral che riunisce gli operatori del settore corallo di Torre del Greco. «Al momento – dice Tommaso Mazza – non esiste una vera mappatura dei banchi di corallo che crescono nel Golfo di Napoli dove è vietato pescare e dove storicamente i nostri artigiani non si sono mai approvvigionati. Anche le antiche coralline prendevano il largo verso la Sardegna e la Sicilia. Proprio come fanno i nostri commercianti: i laboratori artigianali torresi comprano corallo dal Marocco, dalla Tunisia, dalla Corsica, dalla Spagna e dalla Sardegna. Non certo da gente irresponsabile e senza scrupolo che deturpa l’ambiente e danneggia la flora e la fauna del Golfo di Napoli. Per questo spero che possa nascere una proficua collaborazione con i sub sportivi, fondamentale per combattere e sconfiggere i pescatori illegali. Per tutelare le colonie del nostro corallo di cui non conosciamo tipologia, qualità e quantità, è necessario fare una vera mappatura: un progetto ambizioso che sarà possibile portare avanti solo con l’aiuto di esperti subacquei. È interesse di tutti – conclude il presidente di Assocoral – lottare contro la pesca di frodo perché alimenta attività sommerse che danneggiano l’ambiente, la filiera e l’intera categoria». (Mariella Romano – Il Mattino)