GIORNALISMO- I meccanismi della comprensione.

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Nella realtà della comunità parlante la comprensione si manifesta in un largo ventaglio  di gradi e di approssimazioni diverse, secondo il grado di istruzione, il livello di informazione, l’età. Ogni individuo “immagazzina” l’insieme delle parole che conosce e le organizza in maniera da poterle trovare quando ne ha bisogno. Si forma in questo modo quello che i linguisti chiamano “dizionario mentale” al quale automaticamente e inconsciamente ci riferiamo quando cerchiamo una parola che ci serve per parlare o per scrivere oppure per capire il significato di quella che ascoltiamo o che leggiamo. Il problema, quindi, della intelligibilità del linguaggio giornalistico non si esprime soltanto nella non-comprensione, ma anche nella cattiva comprensione. La parola conosciuta si associa alla conoscenza già esistente nella memoria e ne rafforza la presenza; la parola nuova, capita bene, viene inserita nella memoria come una nuova conoscenza; se non è capita, non viene memorizzata; la parola nuova, capita male, porta invece a memorizzare una conoscenza scorretta.

Il giornalismo e i problemi della comprensione.

Per evitare equivoci e conclusioni imbarazzanti e decisioni sbagliate converrà fissare alcuni punti:

La registrazione delle parole capite e delle parole non capite non deve suggerirci l’idea di trovare un lessico eguale per tutti; il lessico da usare varia secondo il pubblico al quale ci si dirige e secondo il medium usato, cioè secondo i meccanismi psicologici relativi a quel medium;

Il fenomeno della cattiva comprensione ossia delle parole capite male deve essere tenuto presente come il fenomeno della non-comprensione.

I punti più importanti da ricordare sono perciò questi due, molto semplici e molto facili da rispettare:

una parola difficile può essere capita in un contesto chiaro; frasi più brevi e proporzioni coordinate piuttosto che subordinate rendono più facile la comprensione, a prescindere dal lessico usato.

Un linguaggio giornalistico che si faccia capire non deve perciò significare l’adozione di un lessico di base, fatto di un numero limitato di parole e privo di quei neologismi e tecnicismi, nazionali e anche stranieri, che il processo di mutazione della lingua propone ogni giorno; né deve significare l’eliminazione di quelle metafore che rendono più ricco il linguaggio e di quei vocaboli ed espressioni di varia provenienza che trasformano il racconto informativo in un mezzo di divulgazione, contribuendo al processo di unificazione della lingua e alla sua omogeneizzazione  nei vari strati sociali.

La soluzione del problema sta non nel rifiuto pregiudiziale delle parole e delle espressioni difficili e dei difficili richiami storico-politici e culturali, ma nel rifiuto delle inutili parole difficili e delle inutili espressioni difficili; sta anzi nell’utilizzazione anche delle parole difficili, quando sono indispensabili, ma spiegandole o inserendole in un contesto semanticamente trasparente ed esplicitante.

La soluzione è nell’uso quanto più ampio possibile del linguaggio corrente, difendendo così quel patrimonio che è rappresentato dalla lingua parlata e non escludendo neppure, quando è il caso, il contributo che può venire dai dialetti. La soluzione è anche nel risolvere i problemi lessicali nella più larga cornice della grammatica e della sintassi, oltre che della grafia  e della pronunzia. Ci si avvedrà allora che per il giornalista il farsi capire dal lettore non è soltanto il corretto modo di esercitare  la sua funzione di mediatore fra la fonte e il fruitore del messaggio, ma anche l’assunzione di responsabilità nuove che la società di oggi gli affida.

L’uso di uno stile sobrio, scarno, privo quanto più possibile di aggettivi, lontano dai registri aulici, dotti e letterati e vicino, invece alla parlata corrente; cioè un linguaggio semplice, chiaro, comprensibile per tutti non necessariamente porta, come qualcuno può temere, a un giornalismo piatto, scialbo, incolore, quindi noioso. Nessuno dei giornalisti migliori e più noti del momento si allontana da queste norme di scrittura e alcuni sono riusciti spesso, con la loro prosa, a raggiungere perfino effetti di poesia.

Compito del giornalista, lo si è detto più volte, è di mediare, cioè di raccontare il fatto al lettore o all’ascoltatore, facendoglielo capire nei modi in cui esso si è svolto. Anche una notizia politica o economica o sindacale può essere avvincente, se concisa e piena non di parole ma di informazioni. Una vicenda non è drammatica o comica o tragica perché il giornalista così la definisce; lo è se il giornalista riesce a raccontarla in maniera che il lettore o l’ascoltatore la trovi tale, e si impressioni o si emozioni o si diverta al suo racconto.

Nella realtà della comunità parlante la comprensione si manifesta in un largo ventaglio  di gradi e di approssimazioni diverse, secondo il grado di istruzione, il livello di informazione, l’età. Ogni individuo “immagazzina” l’insieme delle parole che conosce e le organizza in maniera da poterle trovare quando ne ha bisogno. Si forma in questo modo quello che i linguisti chiamano “dizionario mentale” al quale automaticamente e inconsciamente ci riferiamo quando cerchiamo una parola che ci serve per parlare o per scrivere oppure per capire il significato di quella che ascoltiamo o che leggiamo. Il problema, quindi, della intelligibilità del linguaggio giornalistico non si esprime soltanto nella non-comprensione, ma anche nella cattiva comprensione. La parola conosciuta si associa alla conoscenza già esistente nella memoria e ne rafforza la presenza; la parola nuova, capita bene, viene inserita nella memoria come una nuova conoscenza; se non è capita, non viene memorizzata; la parola nuova, capita male, porta invece a memorizzare una conoscenza scorretta.

Il giornalismo e i problemi della comprensione.

Per evitare equivoci e conclusioni imbarazzanti e decisioni sbagliate converrà fissare alcuni punti:

La registrazione delle parole capite e delle parole non capite non deve suggerirci l’idea di trovare un lessico eguale per tutti; il lessico da usare varia secondo il pubblico al quale ci si dirige e secondo il medium usato, cioè secondo i meccanismi psicologici relativi a quel medium;

Il fenomeno della cattiva comprensione ossia delle parole capite male deve essere tenuto presente come il fenomeno della non-comprensione.

I punti più importanti da ricordare sono perciò questi due, molto semplici e molto facili da rispettare:

una parola difficile può essere capita in un contesto chiaro; frasi più brevi e proporzioni coordinate piuttosto che subordinate rendono più facile la comprensione, a prescindere dal lessico usato.

Un linguaggio giornalistico che si faccia capire non deve perciò significare l’adozione di un lessico di base, fatto di un numero limitato di parole e privo di quei neologismi e tecnicismi, nazionali e anche stranieri, che il processo di mutazione della lingua propone ogni giorno; né deve significare l’eliminazione di quelle metafore che rendono più ricco il linguaggio e di quei vocaboli ed espressioni di varia provenienza che trasformano il racconto informativo in un mezzo di divulgazione, contribuendo al processo di unificazione della lingua e alla sua omogeneizzazione  nei vari strati sociali.

La soluzione del problema sta non nel rifiuto pregiudiziale delle parole e delle espressioni difficili e dei difficili richiami storico-politici e culturali, ma nel rifiuto delle inutili parole difficili e delle inutili espressioni difficili; sta anzi nell’utilizzazione anche delle parole difficili, quando sono indispensabili, ma spiegandole o inserendole in un contesto semanticamente trasparente ed esplicitante.

La soluzione è nell’uso quanto più ampio possibile del linguaggio corrente, difendendo così quel patrimonio che è rappresentato dalla lingua parlata e non escludendo neppure, quando è il caso, il contributo che può venire dai dialetti. La soluzione è anche nel risolvere i problemi lessicali nella più larga cornice della grammatica e della sintassi, oltre che della grafia  e della pronunzia. Ci si avvedrà allora che per il giornalista il farsi capire dal lettore non è soltanto il corretto modo di esercitare  la sua funzione di mediatore fra la fonte e il fruitore del messaggio, ma anche l’assunzione di responsabilità nuove che la società di oggi gli affida.

L’uso di uno stile sobrio, scarno, privo quanto più possibile di aggettivi, lontano dai registri aulici, dotti e letterati e vicino, invece alla parlata corrente; cioè un linguaggio semplice, chiaro, comprensibile per tutti non necessariamente porta, come qualcuno può temere, a un giornalismo piatto, scialbo, incolore, quindi noioso. Nessuno dei giornalisti migliori e più noti del momento si allontana da queste norme di scrittura e alcuni sono riusciti spesso, con la loro prosa, a raggiungere perfino effetti di poesia.

Compito del giornalista, lo si è detto più volte, è di mediare, cioè di raccontare il fatto al lettore o all’ascoltatore, facendoglielo capire nei modi in cui esso si è svolto. Anche una notizia politica o economica o sindacale può essere avvincente, se concisa e piena non di parole ma di informazioni. Una vicenda non è drammatica o comica o tragica perché il giornalista così la definisce; lo è se il giornalista riesce a raccontarla in maniera che il lettore o l’ascoltatore la trovi tale, e si impressioni o si emozioni o si diverta al suo racconto.

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