Napoli. La verità dai periti sulla ragazza morta per un aborto, in arrivo avvisi di garanzia. La madre chiede giustizia

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Napoli. Mamma Emilia tiene calzato sulla testa lo stesso cappellino che aveva martedì mattina, quando ha accompagnato la figlia in ospedale. Lo sguardo è stravolto, spesso assente, va davanti alla finestra e guarda fuori, voltando le spalle al vorticoso mondo che da ventiquattro ore le ruota attorno. Non ha più voglia di parlare, anzi sì, torna sui suoi passi: il volto addolorato si apre, per un solo istante, a un sorriso dolce quando parla delle ultime ore della sua Gabriella: «Avevamo deciso di venire in ospedale con la Metropolitana per evitare il traffico. Nel vagone ha incontrato un’amica, hanno chiacchierato, era bellissima». Mamma Emilia però a un certo punto si ferma, non riesce ad andare avanti quando sta per raccontare quali erano i sogni e le speranze di Gabry: inizia a muovere le labbra ma la disperazione prende il sopravvento e si trasforma in pianto dirotto, singhiozzi. Nello studio dell’avvocato Domenico De Rosa, che tutela la famiglia in questo tragico percorso, cala un silenzio irreale: quel dolore è troppo grande per essere compreso da chi non l’ha vissuto. Poco prima la donna era stata ferma, decisa: «Io cerco giustizia, non vendetta. Devo sapere chi e come ha distrutto la mia famiglia». La donna, martedì mattina, aveva incrociato al bar del Cardarelli il medico che si avviava nel reparto per eseguire l’intervento. Lo conosceva da anni, è stato il medico di Emilia, quello che ha fatto venire al mondo la piccola Gabriella diciannove anni fa: «Dotto’ posso stare tranquilla? Lui mi ha sorriso e mi ha detto che sarebbe stata una cosa rapidissima, che non c’era da preoccuparsi nemmeno un po’». Per capire cosa è accaduto in quella sala operatoria è stata avviata una indagine: la pm Anna Frasca e il procuratore aggiunto Giuseppe Lucantonio stanno esaminando gli incartamenti sequestrati in ospedale. Con la collaborazione della polizia stanno spulciando la cartella clinica del Cardarelli, che è stata immediatamente sequestrata, per avere un quadro completo di tutti i medici e i paramedici presenti al momento in cui il banale intervento di interruzione di gravidanza si è trasformato in tragedia. Probabilmente, come atto dovuto, tutti i presenti riceveranno un avviso di garanzia per avere la possibilità di nominare un legale e un perito che potrà assistere all’autopsia. L’esame sulla salma potrebbe essere eseguito nella giornata di domani; solo in seguito il corpo della povera Gabriella potrà essere restituito ai parenti e si potrà decidere la data del funerale a Mugnano. Per adesso familiari e amici si danno il cambio all’esterno della sala mortuaria del Policlinico dove il corpo è stato trasferito martedì sera. Cercano di non «lasciarla sola» in attesa che la giustizia la restituisca a chi la ama. Nel frattempo i genitori di Gabriella, assieme alle zie della ragazza, ieri hanno incontrato l’avvocato De Rosa, nominato subito dopo la tragedia. E nello studio del legale, alla galleria Umberto, hanno accettato di ripercorrere a mente fredda l’intera giornata di martedì, l’ultima di Gabriella: «La mia bambina era sana. Un anno fa l’operazione di appendicite dalla quale era uscita rapidamente perché era forte. Abbiamo penato a lungo prima di decidere per l’interruzione di gravidanza. Lei aveva preso un farmaco antimicotico, ci avevano detto che poteva essere pericoloso per il bambino che portava in grembo ma noi siamo andati da cinque medici diversi per avere certezza prima di prendere questa decisione». Il racconto è frammentato, interrotto dal pianto, sostenuto dall’avvocato che riempie il vuoto di parole della mamma. La disperazione si legge negli occhi di Emilia quando parla dell’attesa all’esterno della sala operatoria: «Un’altra ragazza che doveva subire lo stesso intervento è entrata ed è uscita poco dopo senza problemi. La mia Gabriella invece non usciva. Poi abbiamo visto infermieri che portavano sacche di sangue. A un certo punto è uscita una tirocinante con lo sguardo disperato. Nessuno ci diceva cosa stava accadendo». Il racconto è un crescendo di emozione incontrollabile, una mamma sta spiegando come ha capito che la sua figlia di diciannove anni stava morendo: «È uscita una persona che ci ha detto: la situazione non è grave, è gravissima. Mi è caduto il mondo addosso». Alla mamma della ragazza avrebbero detto che c’era stata una emorragia e che per scoprire la causa era stato tentato un intervento: «Ci hanno detto che per capire cosa succedeva l’hanno “aperta”, poi c’è stato un embolo. Poi ci hanno parlato di una crisi cardiaca. Ma cos’è che ha ucciso mia figlia? – il tono della voce comprensibilmente si alza – io sono la mamma, avrò il diritto di sapere come è morta e chi l’ha ammazzata?». (Paolo Barbuto – Il Mattino)

Napoli. Mamma Emilia tiene calzato sulla testa lo stesso cappellino che aveva martedì mattina, quando ha accompagnato la figlia in ospedale. Lo sguardo è stravolto, spesso assente, va davanti alla finestra e guarda fuori, voltando le spalle al vorticoso mondo che da ventiquattro ore le ruota attorno. Non ha più voglia di parlare, anzi sì, torna sui suoi passi: il volto addolorato si apre, per un solo istante, a un sorriso dolce quando parla delle ultime ore della sua Gabriella: «Avevamo deciso di venire in ospedale con la Metropolitana per evitare il traffico. Nel vagone ha incontrato un’amica, hanno chiacchierato, era bellissima». Mamma Emilia però a un certo punto si ferma, non riesce ad andare avanti quando sta per raccontare quali erano i sogni e le speranze di Gabry: inizia a muovere le labbra ma la disperazione prende il sopravvento e si trasforma in pianto dirotto, singhiozzi. Nello studio dell’avvocato Domenico De Rosa, che tutela la famiglia in questo tragico percorso, cala un silenzio irreale: quel dolore è troppo grande per essere compreso da chi non l’ha vissuto. Poco prima la donna era stata ferma, decisa: «Io cerco giustizia, non vendetta. Devo sapere chi e come ha distrutto la mia famiglia». La donna, martedì mattina, aveva incrociato al bar del Cardarelli il medico che si avviava nel reparto per eseguire l’intervento. Lo conosceva da anni, è stato il medico di Emilia, quello che ha fatto venire al mondo la piccola Gabriella diciannove anni fa: «Dotto’ posso stare tranquilla? Lui mi ha sorriso e mi ha detto che sarebbe stata una cosa rapidissima, che non c’era da preoccuparsi nemmeno un po’». Per capire cosa è accaduto in quella sala operatoria è stata avviata una indagine: la pm Anna Frasca e il procuratore aggiunto Giuseppe Lucantonio stanno esaminando gli incartamenti sequestrati in ospedale. Con la collaborazione della polizia stanno spulciando la cartella clinica del Cardarelli, che è stata immediatamente sequestrata, per avere un quadro completo di tutti i medici e i paramedici presenti al momento in cui il banale intervento di interruzione di gravidanza si è trasformato in tragedia. Probabilmente, come atto dovuto, tutti i presenti riceveranno un avviso di garanzia per avere la possibilità di nominare un legale e un perito che potrà assistere all’autopsia. L’esame sulla salma potrebbe essere eseguito nella giornata di domani; solo in seguito il corpo della povera Gabriella potrà essere restituito ai parenti e si potrà decidere la data del funerale a Mugnano. Per adesso familiari e amici si danno il cambio all’esterno della sala mortuaria del Policlinico dove il corpo è stato trasferito martedì sera. Cercano di non «lasciarla sola» in attesa che la giustizia la restituisca a chi la ama. Nel frattempo i genitori di Gabriella, assieme alle zie della ragazza, ieri hanno incontrato l’avvocato De Rosa, nominato subito dopo la tragedia. E nello studio del legale, alla galleria Umberto, hanno accettato di ripercorrere a mente fredda l’intera giornata di martedì, l’ultima di Gabriella: «La mia bambina era sana. Un anno fa l’operazione di appendicite dalla quale era uscita rapidamente perché era forte. Abbiamo penato a lungo prima di decidere per l’interruzione di gravidanza. Lei aveva preso un farmaco antimicotico, ci avevano detto che poteva essere pericoloso per il bambino che portava in grembo ma noi siamo andati da cinque medici diversi per avere certezza prima di prendere questa decisione». Il racconto è frammentato, interrotto dal pianto, sostenuto dall’avvocato che riempie il vuoto di parole della mamma. La disperazione si legge negli occhi di Emilia quando parla dell’attesa all’esterno della sala operatoria: «Un’altra ragazza che doveva subire lo stesso intervento è entrata ed è uscita poco dopo senza problemi. La mia Gabriella invece non usciva. Poi abbiamo visto infermieri che portavano sacche di sangue. A un certo punto è uscita una tirocinante con lo sguardo disperato. Nessuno ci diceva cosa stava accadendo». Il racconto è un crescendo di emozione incontrollabile, una mamma sta spiegando come ha capito che la sua figlia di diciannove anni stava morendo: «È uscita una persona che ci ha detto: la situazione non è grave, è gravissima. Mi è caduto il mondo addosso». Alla mamma della ragazza avrebbero detto che c’era stata una emorragia e che per scoprire la causa era stato tentato un intervento: «Ci hanno detto che per capire cosa succedeva l’hanno aperta”, poi c’è stato un embolo. Poi ci hanno parlato di una crisi cardiaca. Ma cos’è che ha ucciso mia figlia? – il tono della voce comprensibilmente si alza – io sono la mamma, avrò il diritto di sapere come è morta e chi l’ha ammazzata?». (Paolo Barbuto – Il Mattino)

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