La criminologa Tibullo ricostruisce il colloquio in ospedale con Esposito: gli mostrai una foto, lui riconobbe De Santis

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«Ciro era tranquillo e parlava, anche se non benissimo e in dialetto napoletano. Mi disse che aveva sentito delle urla provenire dal pullman, di aver scavalcato il guardrail e poi di essersi ritrovato davanti “questo omone”. Lo definì «chiattone, pelato e con i guanti alle mani» e quando gli mostrai la foto di De Santis lo riconobbe dicendo “è questo il chiattone di merda che mi ha sparato”». La criminologa Angela Tibullo parla in aula, citata come teste dal pm nel processo che si celebra davanti alla terza Corte d’assise del tribunale di Roma e che vede imputato l’ultrà giallorosso Daniele De Santis per la morte del tifoso napoletano in seguito agli scontri a Roma a margine della finale di Coppa Italia Fiorentina-Napoli del 3 maggio 2014. È una testimonianza contro la quale la difesa dell’imputato aveva proposto opposizione. La criminologa è stata consulente della famiglia di Ciro Esposito, nominata dagli avvocati Angelo e Sergio Pisani che rappresentano la parte civile. E la sua testimonianza, superata la questione della difesa, alla fine è stata ammessa e la Tibullo ha raccontato i dettagli del suo incontro con Ciro, quando questi era ricoverato in gravi condizioni in ospedale. L’incontro risale al 25 maggio 2014, due settimane dopo l’aggressione e a un mese dalla morte di Ciro che sarebbe spirato il 25 giugno. Il giovane tifoso napoletano era affaticato e provato dalle conseguenze dell’aggressione ma alla dottoressa, come aveva già detto alla madre, ribadì la dinamica di ciò che aveva subìto e soprattutto la descrizione dell’identikit di chi gli sparò, puntando il dito contro De Santis. Lo riconobbe in foto e la testimone lo ha confermato ieri in aula. Quel colloquio è in un audio ora agli atti del processo e sarà ascoltato nella prossima udienza. Ieri intanto a infiammare l’udienza c’è stata anche la testimonianza di una prostituta moldava che ha raccontato delle ore, tra alcol e cocaina, trascorse con De Santis la notte prima degli scontri. «Bevemmo e tirammo cocaina – ha raccontato la donna, spiegando di aver raggiunto, su invito dell’amica rumena che era già lì, la casa di De Santis nei pressi del centro sportivo di Tor di Quinto – Mi addormentai e al mio risveglio notai che Daniele non c’era, chiesi alla mia amica dove fosse e lei rispose che era andato a comprare sigarette e qualcosa da mangiare. Attendemmo diverso tempo, poi proposi alla mia amica di andar via». Poi qualcosa le convinse a temporeggiare. «Notammo dalla finestra tanta gente. Vidi anche un amico di Daniele, Vincenzo, il quale ci disse che era successo un casino. Inizialmente non voleva farci uscire. Aveva uno zainetto e il telefono di Daniele, oltre a un altro telefono e su quello chiamava la mamma di Daniele». Ricostruendo la dinamica dei fatti, la donna ha spiegato: «Chiesi a Vincenzo dove fosse Daniele e come mai avesse il suo telefono. Mi rispose che era sparito, che forse era morto». Quindi si allontanarono: «Vincenzo andò con altre quattro o cinque persone, sui 50 anni, a bordo di auto piccole», lei e l’amica «via dall’ingresso principale per non destare sospetti». Rispondendo alle domande che le sono state poste in aula, la testimone ha parlato di un successivo contatto con l’amico di Daniele: «Dopo l’accaduto, sentii Vincenzo che voleva sapere dei telefoni. Gli dissi che i telefoni li aveva la mia amica, rispose che avrebbe dovuto restituirli assieme all’assegno che aveva percepito». Quanto alla circostanza, non di poco conto, che De Santis fosse armato quando si allontanò da casa, la testimone ha raccontato di aver saputo dall’amica che l’ultrà aveva preso «un coltello a scatto». Infine è stata la volta di un commerciante con negozio nella zona degli scontri che salito sul banco dei testimoni ha ricordato quel giorno, le urla di aiuto dei passeggeri del pullman e il boato dell’esplosione di petardi. «Ci preoccupammo – ha spiegato – quando gli amici di Ciro ritornarono dicendo che avevano sparato». (Viviana Lanza – Il Mattino)

«Ciro era tranquillo e parlava, anche se non benissimo e in dialetto napoletano. Mi disse che aveva sentito delle urla provenire dal pullman, di aver scavalcato il guardrail e poi di essersi ritrovato davanti “questo omone”. Lo definì «chiattone, pelato e con i guanti alle mani» e quando gli mostrai la foto di De Santis lo riconobbe dicendo “è questo il chiattone di merda che mi ha sparato”». La criminologa Angela Tibullo parla in aula, citata come teste dal pm nel processo che si celebra davanti alla terza Corte d’assise del tribunale di Roma e che vede imputato l’ultrà giallorosso Daniele De Santis per la morte del tifoso napoletano in seguito agli scontri a Roma a margine della finale di Coppa Italia Fiorentina-Napoli del 3 maggio 2014. È una testimonianza contro la quale la difesa dell’imputato aveva proposto opposizione. La criminologa è stata consulente della famiglia di Ciro Esposito, nominata dagli avvocati Angelo e Sergio Pisani che rappresentano la parte civile. E la sua testimonianza, superata la questione della difesa, alla fine è stata ammessa e la Tibullo ha raccontato i dettagli del suo incontro con Ciro, quando questi era ricoverato in gravi condizioni in ospedale. L’incontro risale al 25 maggio 2014, due settimane dopo l’aggressione e a un mese dalla morte di Ciro che sarebbe spirato il 25 giugno. Il giovane tifoso napoletano era affaticato e provato dalle conseguenze dell’aggressione ma alla dottoressa, come aveva già detto alla madre, ribadì la dinamica di ciò che aveva subìto e soprattutto la descrizione dell’identikit di chi gli sparò, puntando il dito contro De Santis. Lo riconobbe in foto e la testimone lo ha confermato ieri in aula. Quel colloquio è in un audio ora agli atti del processo e sarà ascoltato nella prossima udienza. Ieri intanto a infiammare l’udienza c’è stata anche la testimonianza di una prostituta moldava che ha raccontato delle ore, tra alcol e cocaina, trascorse con De Santis la notte prima degli scontri. «Bevemmo e tirammo cocaina – ha raccontato la donna, spiegando di aver raggiunto, su invito dell’amica rumena che era già lì, la casa di De Santis nei pressi del centro sportivo di Tor di Quinto – Mi addormentai e al mio risveglio notai che Daniele non c’era, chiesi alla mia amica dove fosse e lei rispose che era andato a comprare sigarette e qualcosa da mangiare. Attendemmo diverso tempo, poi proposi alla mia amica di andar via». Poi qualcosa le convinse a temporeggiare. «Notammo dalla finestra tanta gente. Vidi anche un amico di Daniele, Vincenzo, il quale ci disse che era successo un casino. Inizialmente non voleva farci uscire. Aveva uno zainetto e il telefono di Daniele, oltre a un altro telefono e su quello chiamava la mamma di Daniele». Ricostruendo la dinamica dei fatti, la donna ha spiegato: «Chiesi a Vincenzo dove fosse Daniele e come mai avesse il suo telefono. Mi rispose che era sparito, che forse era morto». Quindi si allontanarono: «Vincenzo andò con altre quattro o cinque persone, sui 50 anni, a bordo di auto piccole», lei e l’amica «via dall’ingresso principale per non destare sospetti». Rispondendo alle domande che le sono state poste in aula, la testimone ha parlato di un successivo contatto con l’amico di Daniele: «Dopo l’accaduto, sentii Vincenzo che voleva sapere dei telefoni. Gli dissi che i telefoni li aveva la mia amica, rispose che avrebbe dovuto restituirli assieme all’assegno che aveva percepito». Quanto alla circostanza, non di poco conto, che De Santis fosse armato quando si allontanò da casa, la testimone ha raccontato di aver saputo dall’amica che l’ultrà aveva preso «un coltello a scatto». Infine è stata la volta di un commerciante con negozio nella zona degli scontri che salito sul banco dei testimoni ha ricordato quel giorno, le urla di aiuto dei passeggeri del pullman e il boato dell’esplosione di petardi. «Ci preoccupammo – ha spiegato – quando gli amici di Ciro ritornarono dicendo che avevano sparato». (Viviana Lanza – Il Mattino)