Reina è diventato il simbolo della città di Napoli. Il sindaco de Magistris chiederà per lui la cittadinanza onoraria

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L’orgoglio di rappresentare Napoli trasmesso anche agli ignari e più giovani stranieri, la città vissuta subito con umanità e senza pregiudizi, fino a difenderla a spada tratta. Può essere così intriso di azzurro un uomo nato 2.400 chilometri lontano dal Vesuvio? Risposta scontata, se si tratta di Pepe Reina da Cordoba, Spagna. Il leader di ritorno ha mostrato ancora una volta la sua forza, in campo e fuori. Nello spogliatoio, fin dai primi giorni del nuovo approdo a Napoli, nel delicato ruolo di collante tra tecnico, squadra e società. In campo, spazzando via tutte le perplessità legate agli oltre 33 anni e a una stagione da comprimario al Bayern. Non solo restituendo sicurezze alla difesa, ma confrontandosi a lungo con il tecnico, alla ricerca della ricetta per trasformare quello che era un reparto colabrodo in un bunker. Operazione riuscita, a leggere i numeri. Stagione 2014-2015, Benitez in panchina e Rafael in porta: 24 gol subiti al termine del girone d’andata. Stagione attuale, Sarri in panchina e Reina in porta: 15 gol subiti nel girone d’andata, nove in meno rispetto al campionato precedente, il quaranta per cento in percentuale. Sessantanove partite in azzurro (43 nel 2013-2014, finora 26 quest’anno), alfiere dell’appartenenza partenopea tanto auspicata da De Laurentiis – ma che vede nella rosa dei titolari soltanto Insigne – Pepe è un vero e proprio spot vivente per Napoli. Se n’è accorto anche il sindaco Luigi de Magistris, che per lui chiederà la cittadinanza onoraria. «Chi la difende anche se non è napoletano merita di diventare cittadino della città più emozionante del mondo»: l’allusione di de Magistris è certamente all’episodio di Bergamo contro l’Atalanta. Ai cori razzisti piovuti dagli spalti, Pepe risponde con un’esultanza verace sotto la curva nerazzurra. Apriti cielo: su Twitter viene accusato di essere antisportivo. Reina non abbozza, anzi replica pungente: «Senti prima i cori razzisti e poi chiedi a me di essere sportivo…» prima di sottolineare che «tre grandi punti tornano nella terra del sole». Come è tornato lui, che si è ridotto l’ingaggio lasciando Monaco, dove imponeva allo spogliatoio i dischi di Clementino. E sbarcando ancora una volta qui, come quando a vent’anni si innamorò di Napoli arrivando in crociera: dicono che fu merito di un tassista che gli mostrò in poco tempo un compendio delle bellezze della città. In un’intervista a Telecinco Pepe disse che era vero «che a Napoli si piange due volte, quando si arriva e quando si parte. All’inizio sembrava una pazzia; alla fine ti rendi conto che i napoletani hanno un cuore, ti danno tutto quello che hanno e ti aiutano più che possono». Ormai il suo slang italo-napoletano ha sostituito il castigliano anche sui social. Domenica, dopo la manita al Frosinone, Pepe ha affidato a Twitter la sua gioia filtrata dalla saggezza: festa sì, ma bisogna continare a lavorare tanto. Anzi, «assaj» come ha scritto. «Meglio non si poteva chiudere» scrive sul suo sito ufficiale, ricordando che il titolo di campione d’inverno mancava dal 1989. Stagione ’89-’90: Napoli primo a metà del cammino, in testa alla classifica anche a maggio, quando conquista il secondo scudetto. Roba da far toccare le parti basse a Sarri, come fa quando sente la parola magica che evoca il tricolore, per il resto dei suoi giorni. Non solo social: Pepe gira, anzi si immerge nella città, come e più di un napoletano. Scaramantico, informale e sorridente, che si sieda nella trattoria dei Quartieri a mangiare pasta e patate o nella pescheria-ristorante alla moda di Chiaia o ancora nell’accorsato locale puteolano. Il tutto con un ingrediente fondamentale: una simpatia contagiosa, che consente a Pepe di fare gruppo. Come sempre, in campo e fuori. A San Silvestro è stato uno dei trascinatori del veglione, a fine gara è lui che raduna i compagni sotto la curva – incurante della bile che scatena in alcuni commentatori tv – e intona insieme ai tifosi “Un giorno all’improvviso”, il coro ufficiale delle vittorie azzurre. (Fabio Jouakim – Il Mattino)

L’orgoglio di rappresentare Napoli trasmesso anche agli ignari e più giovani stranieri, la città vissuta subito con umanità e senza pregiudizi, fino a difenderla a spada tratta. Può essere così intriso di azzurro un uomo nato 2.400 chilometri lontano dal Vesuvio? Risposta scontata, se si tratta di Pepe Reina da Cordoba, Spagna. Il leader di ritorno ha mostrato ancora una volta la sua forza, in campo e fuori. Nello spogliatoio, fin dai primi giorni del nuovo approdo a Napoli, nel delicato ruolo di collante tra tecnico, squadra e società. In campo, spazzando via tutte le perplessità legate agli oltre 33 anni e a una stagione da comprimario al Bayern. Non solo restituendo sicurezze alla difesa, ma confrontandosi a lungo con il tecnico, alla ricerca della ricetta per trasformare quello che era un reparto colabrodo in un bunker. Operazione riuscita, a leggere i numeri. Stagione 2014-2015, Benitez in panchina e Rafael in porta: 24 gol subiti al termine del girone d’andata. Stagione attuale, Sarri in panchina e Reina in porta: 15 gol subiti nel girone d’andata, nove in meno rispetto al campionato precedente, il quaranta per cento in percentuale. Sessantanove partite in azzurro (43 nel 2013-2014, finora 26 quest’anno), alfiere dell’appartenenza partenopea tanto auspicata da De Laurentiis – ma che vede nella rosa dei titolari soltanto Insigne – Pepe è un vero e proprio spot vivente per Napoli. Se n’è accorto anche il sindaco Luigi de Magistris, che per lui chiederà la cittadinanza onoraria. «Chi la difende anche se non è napoletano merita di diventare cittadino della città più emozionante del mondo»: l’allusione di de Magistris è certamente all’episodio di Bergamo contro l’Atalanta. Ai cori razzisti piovuti dagli spalti, Pepe risponde con un’esultanza verace sotto la curva nerazzurra. Apriti cielo: su Twitter viene accusato di essere antisportivo. Reina non abbozza, anzi replica pungente: «Senti prima i cori razzisti e poi chiedi a me di essere sportivo…» prima di sottolineare che «tre grandi punti tornano nella terra del sole». Come è tornato lui, che si è ridotto l’ingaggio lasciando Monaco, dove imponeva allo spogliatoio i dischi di Clementino. E sbarcando ancora una volta qui, come quando a vent’anni si innamorò di Napoli arrivando in crociera: dicono che fu merito di un tassista che gli mostrò in poco tempo un compendio delle bellezze della città. In un’intervista a Telecinco Pepe disse che era vero «che a Napoli si piange due volte, quando si arriva e quando si parte. All’inizio sembrava una pazzia; alla fine ti rendi conto che i napoletani hanno un cuore, ti danno tutto quello che hanno e ti aiutano più che possono». Ormai il suo slang italo-napoletano ha sostituito il castigliano anche sui social. Domenica, dopo la manita al Frosinone, Pepe ha affidato a Twitter la sua gioia filtrata dalla saggezza: festa sì, ma bisogna continare a lavorare tanto. Anzi, «assaj» come ha scritto. «Meglio non si poteva chiudere» scrive sul suo sito ufficiale, ricordando che il titolo di campione d’inverno mancava dal 1989. Stagione ’89-’90: Napoli primo a metà del cammino, in testa alla classifica anche a maggio, quando conquista il secondo scudetto. Roba da far toccare le parti basse a Sarri, come fa quando sente la parola magica che evoca il tricolore, per il resto dei suoi giorni. Non solo social: Pepe gira, anzi si immerge nella città, come e più di un napoletano. Scaramantico, informale e sorridente, che si sieda nella trattoria dei Quartieri a mangiare pasta e patate o nella pescheria-ristorante alla moda di Chiaia o ancora nell’accorsato locale puteolano. Il tutto con un ingrediente fondamentale: una simpatia contagiosa, che consente a Pepe di fare gruppo. Come sempre, in campo e fuori. A San Silvestro è stato uno dei trascinatori del veglione, a fine gara è lui che raduna i compagni sotto la curva – incurante della bile che scatena in alcuni commentatori tv – e intona insieme ai tifosi “Un giorno all'improvviso”, il coro ufficiale delle vittorie azzurre. (Fabio Jouakim – Il Mattino)